Bernie Leadon torna dopo oltre vent'anni di silenzio con Too Late to Be Cool, un album che sembra vivere in una propria bolla temporale, immune da atteggiamenti e posture fashion. La registrazione interamente analogica, con la band tutta raccolta nella stessa stanza a suonare in presa diretta, restituisce strutture ritmiche piuttosto moderate, letteralmente senza enfasi, come se la musica fosse stata scientemente organizzata nel modo più diretto e naturale possibile.
Leadon, oggi settantottenne, è un nome da far tremare i polsi, nella storia del rock. Ha militato nei Flying Burrito Brothers, nei Dillard & Clark ed è stato tra i fondatori degli Eagles. Come solista non si è sprecato molto, dato che quest'ultimo album è il terzo in quasi cinquant'anni di percorso come solista. La prudenza creativa si accompagna non solo con la saggezza dovuta all'età, ma soprattutto alla naturale perdita di spinta della sua voce, che comunque non dimostra incrinature timbriche e si mantiene trasparente e docile come sempre. Del resto il suo canto lungo i brani dell'album procede piuttosto linearmente, evitando qualsiasi picco di eccessiva emotività. Anche l'umore percepibile dalle sue canzoni sembra restare sempre leggero pur rifuggendo da ogni occasione futile. Tutto ciò nonostante le storie testuali raccontate in Too Late to Be Cool lascino spesso la bocca amara, senza però che l'Autore voglia soffermarsi troppo sugli stati d'animo negativi, preferendo invece sfiorarli, accennarli con leggerezza per poi lasciarli scivolar via.
Leadon pare non rincorrere nulla, tanto meno le rivoluzioni digitali nell'ambito delle tecniche di registrazione. La scelta dell’analogico in sala d'incisione, ad esempio, non è un vezzo nostalgico, bensì una presa di posizione quasi “politica“ per ridurre l’intermediazione tecnologica al fine di privilegiare una resa più fisica del suono. Le sue canzoni emergono lievi ma sostenute da una solida e garbata presenza della ritmica, con arrangiamenti che disegnano un’immagine quasi primaverile del suo mondo sonoro. E tutto ciò nonostante questo album si mostri, pur con tutta la sua indubitabile classe, come un oggetto anacronistico nell'ambito musicale contemporaneo. Ma si tratta comunque di una scelta coerente con la traiettoria artistica dello stesso Leadon.
Insieme agli elementi della sua band – Glenn Worf al basso elettrico e al contrabbasso, Greg Morrow alla batteria, Tony Harrell alle tastiere – Leadon stesso inserisce le sue chitarre e mandolini andando a rifinire un insieme strutturale sobrio, sostenuto di per sé da una sostanza stabile che non ha bisogno di alcun sovraccarico formale, dimostrando tutta la grazia posseduta da chi ha attraversato le epoche senza mai lasciarsi irretire dagli specchi della tecnologia. Le canzoni nascono come operine vaghe, sospese tra ricordi e intuizioni, eppure vibrano di quel po' di calore che trasforma ogni dettaglio in un gesto molto umano, forse imperfetto ma vivo. Gli arrangiamenti restano misurati, la comparsa di un’acidula chitarra in alcuni passaggi segna piccoli attriti timbrici che però non raccontano alcuna urgenza espressiva. I brani funzionano come miniature elettroacustiche, con un chiaro disegno di note che si dispongono su coordinate ormai classiche – folk, country-rock, blues – ma senza aderire pienamente a nessuna categoria. Leadon osserva la propria storia musicale con freddezza e metodo, producendo un lavoro che privilegia l’architettura interna tanto quanto la ricerca di un coinvolgimento immediato. Ci si muove in un contesto piuttosto easy e un poco malinconico, ma anche con quella punta di autoironia che dà il titolo all'album, ad esempio, dove si gioca col fattore Tempo e l'impossibilità, oltre che la voglia, di sembrare cool secondo i comuni dettami sociali. Ci sono, invece, l’esperienza del cantautore navigato, le medaglie al valore del passato e quella vena melodica che lo ha portato a cofirmare, ad esempio, l'indimenticabile Witchy Woman, pubblicata inizialmente come singolo con gli Eagles nel lontano 1972.

Apre l'album Zero Sum Game e si capisce almeno in parte il successo di un gruppo come gli Eagles se sappiamo valutare l'efficacia di un chorus e la sua capacità di fissarsi nella testa di chi l'ascolta. Una semplice canzone come questa, senza nulla di particolarmente attrattivo, s'appoggia sull'irresistibile ritornello con tanto di coretto, organo e mandolino che rimane facilmente in memoria. Troppo poco? Nulla è facile nella creazione artistica, tanto meno saper costruire la semplicità.
Telescope intriga di più, con quell'andamento che ricorda l'approccio di J.J. Cale, un soft rock venato di blues e appena spolverato da una chitarra elettrica sostenuta dall'acustica con una ritmica di metronomica densità.
Si torna a respirare l'aria delle Aquile con Just a Little, vicino a quella già citata Witchy Woman da cui questo brano sembra estrapolare parte del riff di sostegno. Leadon tira fuori gli artigli e sfodera un bell'assolo distorto al punto giusto, subito seguito dalla tastiera di Harrell. Quando ascolto brani come questo mi rendo conto dell'importanza che ha avuto gente come Eric Clapton nella musica rock...
Take it as it Comes è un gradevolissimo blues, un notturno cittadino in cui tastiera e chitarre si sostengono a vicenda per supportare la voce dell'Autore, che appare però poco convinta in questo caso. Non mancano certo i coretti nel ritornello e un misuratissimo assolo chitarristico, con tanto di rullate di batteria.
Everyone's Quirky è un acustico blues carico di swing e sarebbe stato eccellente se non si fosse verificato quel calo di potenza vocale ben avvertibile nella difficoltà di Leadon di articolare le timbriche più basse. Bravissimo Worf a imbracciare il contrabbasso acustico e a dimostrare di sapersela cavare con un buon walkin' al momento opportuno. Simpatica la citazione della davisiana So What in un paio di battute poco prima della coda finale.

Go on Down to Mobile cammina su un 4/4 costruito sullo schema delle dodici battute canoniche del blues. È la chitarra elettrica solista a far densità con un timbro alla B.B. King in un brano che sembra giocare al risparmio di energie ma che sa creare un viscerale stato tensivo.
Mama Didn't Raise no Fool si muove nell'onda che più si confà a Leadon, quella di un country rock venato di blues che promuove un’immersione nel deep sound americano, in pieno rispetto della tradizione di questi suoni che continuano a costituire una fresca linfa sonora. L'assolo di Leadon si svolge secondo un call & response già collaudato con le tastiere di Harrell.
Arriva poi la title track Too Late to Be Cool in un classico mid tempo e un testo dai toni vagamente moralistici. Brano gradevole ma niente di più.
Fathom vorrebbe essere la classica rock ballad e in parte ci riesce nonostante il giro armonico elementare, grazie anche all'organo che offre un colore soul che si diffonde per tutto il brano. Molto gradevole la progressione discendente di chitarra e organo con assolo a corde doppie di Leadon e finale ad accordo aperto.
Coast Highway è un delicato e simpatico blues acustico con un buon lavoro di piano – e un solismo veramente accattivante – da parte del solito Harrell, factotum essenziale per la riuscita di questo album. Si colgono nel testo le reminiscenze geografiche della California e un tono generale che rimanda a quelle leggere sfumature jazzate tipiche, ad esempio, di un autore come Ben Sidran.
Too Many Memories è una riflessione intima sul passato di Leadon, dove si sottolineano tutti i suoi cambiamenti, voluti e no. La ballata s'ammoscia un poco e forse sarebbe stato meglio non posizionarla come ultimo brano, ma questa è ovviamente solo una mia idea…

Too Late to Be Cool non è soltanto il ritorno discografico di un autore che ha attraversato stagioni cruciali della musica americana ma, se vogliamo, è un piccolo esperimento di continuità, la dimostrazione che la maturità creativa non coincide necessariamente con la ricerca dell’inedito ma piuttosto con la capacità di ridefinire il proprio lessico espressivo in forme essenziali. Leadon lavora per sottrazione, accetta la propria marginalità nel contesto contemporaneo e la trasforma in un topos estetico, quasi fosse immerso in un atteggiamento polemicamente filosofico. Così l'album si colloca in quella zona in cui l’esperienza diventa linguaggio e il linguaggio scivola pian piano nella memoria. Quel turning point in cui la musica non tenta più di persuadere nessuno, ma chiede semplicemente di esistere, con la calma determinata di un Autore che ha smesso da tempo di inseguire la rilevanza pubblica per dedicarsi, con lucidità, al proprio nucleo interiore.
Bernie Leadon
Too Late to Be Cool
CD Straight Wire Records 2025 Disponibile in streaming su Qobuz 24bit/96kHz, su Tidal qualità max fino a 24bit/192kHz e su Spotify a 24bit/44kHz con scelta di default nelle impostazioni generali.