Bobby Solo | Get Back

31.07.2023

Dotato naturalmente di una phoné rotonda e calda, Bobby Solo è passato in parte attraverso quella cultura della cancellazione che dai '70 in poi aveva oscurato, devo dire con una certa dose di spocchiosa arroganza, la quasi totalità degli “eroi” italiani della musica leggera dei primi '60. Del resto, in virtù del contenzioso edipico che da sempre porta i figli a ribellarsi ai padri, quasi ci si dimenticò di quel manipolo di coraggiosi che importarono le nuove sonorità angloamericane andando via via a sostituire i radicati melodismi della nostra tradizione musicale rimasta pressoché ferma agli anni del dopoguerra. I nomi li conosciamo, da Celentano – dichiaratamente apprezzato, per esempio, dall'indimenticabile Tom Verlaine dei Television, una delle migliori band in assoluto della storia del rock – a Gian Pieretti, Michele, Ricky Gianco, Little Tony e tanti altri compreso ovviamente lo stesso Bobby Solo. Il famigerato rock'n'roll cominciava a passare nelle tv e nelle radio delle nostre case, giusto un attimo prima che prorompesse il beat e la suggestiva epopea dei primi gruppi di capelloni. Da qui in poi la musica moderna sarebbe definitivamente cambiata, in Italia così come in tutto il mondo occidentale.

 

Bobby Solo

 

Ma facciamo un passo indietro. Anno 1964, Festival di Sanremo. Un giovane ventenne romano, ispirato dal suo modello Elvis Presley, canta con voce morbida e profonda un brano musicalmente composto da lui stesso – anche se attribuito a un altro autore per via dell'allora mancata iscrizione alla SIAE – e da Mogol. Una Lacrima sul Viso fa il botto, il 45 giri vende oltre due milioni di dischi in tutta Europa, piace ai giovani, ai loro genitori e persino ai nonni. Solo l'anno dopo Bobby Solo rivendica davanti all'incredulo editore dei Beatles Dick James, il diritto di autodefinirsi un musicista rock'n'roll scegliendo di non incidere la melensa Michelle di Lennon & McCartney, propostagli prima che gli stessi Beatles si decidessero a infilarla tra le altre canzoni di Rubber Soul, uscito poi in quel medesimo 1965. Probabilmente una scelta manageriale infelice, ma Roberto Satti – il vero nome di Bobby Solo – non volle orgogliosamente dimenticare le sue radici e il suo attaccamento a Presley. Erano anni in cui il cantante romano aveva dimestichezza, a Londra, con gli Yardbirds, con Brian Auger e Rod Stewart. Nel suo carnet dei ricordi c'è persino un incontro, a San Francisco, con Dave Crosby.

 

Dopo una carriera di successi alternati a fisiologici periodi d'ombra, in questi ultimi quindici/vent'anni l'autore ha flirtato con molta musica che ha rispecchiato le sue origini, spingendosi anche oltre in territori più “rischiosi” e forse a lui non così immediatamente congeniali. Ricordiamo, ad esempio, alcune esperienze col jazz con Let's Swing, del 2003, Easy Jazz Napolitan Song del 2013 e il recente Days of Wine and Roses pubblicato l'anno scorso. Inoltre, sottolineiamo l'approccio al blues con The Songs of Johnny Lee Hooker del 2006 e Blues for Two con Silvia Zaniboni, 2016, e infine gli omaggi al rock'n'roll con Solo...Elvis, 1986 e il più recente Elvis Lives del 2017.

 

L'ultimo lavoro di cui ci occupiamo è un omaggio ai Beatles intitolato come una delle loro composizioni più famose, Get Back, tratta dall'album Let it Be del 1969. Bobby Solo si fa affiancare, per la realizzazione di questo album, dall'intraprendente produttore Francesco Arpino, musicista con esperienza sanremese – già con gli Offside nel 2001 e poi con i B-Nice – ma con l'aggiunta di un ricco curriculum autoriale e di esperienze di produzione, soprattutto a Londra anche con Sean Ono Lennon. Questo Get Back non è solo un atto di devozione verso i Beatles ma anche, ne sono convinto, l'offerta simbolica a un periodo irripetibile della sua vita e un poco, per riflesso, anche della nostra. Sostenuto da una voce che non dimostra né incertezze né segni di cedimento – alla rispettabile età di 78 anni – Bobby Solo si cimenta in una serie di takes che, pur non essendo tutte allo stesso livello, dimostrano la buona scuola e tutto il talento interpretativo dell'esecutore. Alcuni brani presentano delle inaspettate risoluzioni, altri languiscono un po' di più in una sorta di interregno tra ambizione ed effettivo risultato conseguito ma in generale il livello complessivo sembra più che decoroso.

 

Bobby Solo - Get Back

 

L'album inizia con uno dei brani più belli mai scritti dalla celeberrima coppia di Liverpool e cioè Across the Universe che, prima di essere pubblicato su Let it Be, fu inserito all'interno di una raccolta di artisti vari intitolata No One's Gonna Change Our World, editata a fini di beneficenza. Come giustamente osserva lo stesso Bobby Solo in un'intervista rilasciata qui a Ernesto Assante il 29 luglio scorso per il quotidiano La Repubblica “... quando la canto mi sento in sella a un cavallo da corsa”. E questa canzone viene interpretata molto bene, con tanto di vibrato strategico sulla parola “universe”. Il testo prende origine da un verso magnifico di Lennon, “... words are flowing out like endless rain into a paper cup...”. Arrangiamento semplice, chitarra, piano, tastiere campionate ad archi. Un tocco d'italianità nel peso melodico di certe parole, ma è il marchio di fabbrica di questa raccolta.

All My Loving viene da With the Beatles del '63, ha un prologo da romantica ballad presleyana poi, in un secondo tempo, acquista un mid-tempo molto gradevole con tanto di coretti, tom e pennate ritmiche di chitarre.

Del brano Get Back che dà il titolo all'album abbiamo già accennato la provenienza. Bobby Solo ne offre una versione tra il blues e il rockabilly, con tanto di assolo di chitarra elettrica a metà brano. Una bella, insolita ed elegante riproposizione, come sempre cantata molto bene.

Poi tocca a Michelle, proprio il brano che fu rifiutato all'editore degli stessi Beatles. Al di là della fisarmonica che introduce e chiude il pezzo e che regala un'atmosfera da cartolina parigina, bisogna dire che questa canzone non è proprio nelle corde di Bobby Solo e forse questo, ai tempi, egli stesso l'aveva intuito. Nessuna colpa specifica, per carità, soltanto che questa non è “la sua tazza di tè”.

Meglio per If I Fell, riproposta con una semplice chitarra acustica e la sua voce. Magari un po' troppi vibrati per i miei gusti personali.

And I Love Her è estratta da A Hard Day's Night del 1964. Un piano dalla vaga impronta new-age introduce con due accordi iniziali la melodia che Bobby Solo ripropone accentuandone l'aspetto romantico, facendola virare quasi verso una country-ballad.

Let it be si presenta con un organo chiesastico che ne annuncia il senso ambiguamente religioso e che in realtà ne sancisce un altro, neanche tanto nascosto dal testo, che riguarda l'accettazione dello scioglimento della band ormai al tempo già ufficiosamente avvenuta. Il timbro dell'organo e gli snap che l'accompagnano orientano il brano verso un'atmosfera gospel, anche se al minuto 00' e 49'' si coglie il suono della tastiera che viene bruscamente interrotto e insomma, un po' più di attenzione in fase di produzione non avrebbe certo guastato.

Arriviamo a Golden Slumbers, gran pezzo tratto da Abbey Road e siamo sempre nel 1969. Bobby Solo ne offre un'interpretazione misurata, giocata sulle sensazioni intime che riesce a dare la sua voce, senza enfatizzare troppo.

Un breve tuffo e ritorno in Carry The Weight, che viene qui integrata nel brano principale come fosse un breve refrain.

Back in the USSR è una delle riproposizioni decisamente migliori di questo album. Il brano proviene in origine dal White Album, è datato 1968 e la versione qui proposta è una sorta di blues del Mississippi dal piglio che rimanda a John Lee Hocker, peraltro ben mescolato a influenze country, con chitarre sufficientemente sporche a contorno. Questa è la situazione migliore in cui Bobby Solo può venirsi a trovare, dove la sua verve trova l'ambito più favorevole per poter pienamente manifestarsi.

Non così soddisfacente è Something da Abbey Road. Si cerca di far virare il brano verso una ballad ma l'impostazione vocale questa volta mi sembra troppo ampollosa. Nell'arrangiamento ci entra un po' di piano e qualche accordo di chitarra elettrica ma il brano non decolla.

Su Yesterday, da Help, del 1965, confesso di aver avuto qualche dubbio preventivo, essendo uno dei pezzi più inflazionati tra le cover version di tutte le varie produzioni beatlesiane. Invece Bobby Solo la trasforma in una country ballad, con la steel guitar in sottofondo che ne dà un'incontestabile collocazione geografica. Approcciata con il modus espressivo che il cantante sa ben adottare, questa volta senza barocchismi, la versione appare misurata e ben calibrata.

Day After Day, da quello che posso capire, è stata scritta a sei mani con la collaborazione anche del produttore Arpino e di Sean Lennon. Una semplice canzone, una ballad lenta, carina ma non indimenticabile.

 

Bobby Solo

 

Quando Bobby Solo interpreta queste canzoni epocali e applica il concetto dell'homo mensura il risultato che si ottiene non solo è gradevole ma, alle volte, come sopra sottolineato, anche sorprendente. L'impressione è che Get Back sia un lavoro prodotto con una certa fluidità, senza cercare grossi impegni d'arrangiamento che avrebbero appesantito delle versioni di per sé già difficili da mantenere in equilibrio. Certo è che il numero delle riproposizioni delle opere firmate da Lennon-McCartney è spropositato e ricrearne di nuove e originali non è impresa facile. Però questa operazione di Bobby Solo è alla fine più che dignitosa e la sua voce è sempre semplicemente bella, continuando a brillare di una combustione interna che non accenna a esaurirsi.

 

Bobby Solo

Get Back

Al momento disponibile solo sotto forma digitale in MP3 Studio Lead 2023
Reperibile in streaming su Qobuz 16bit/44kHz e Spotify 320kbites

 

di Riccardo
Talamazzi
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