Non ho timore nell’affermare che l’ultimo lavoro di Brad Mehldau, Jacob’s Ladder, si possa definire come un affascinante guazzabuglio. Il fascino è principalmente dovuto alle punte di bellezza che questa musica, a tratti, riesce a raggiungere. Una bellezza sorprendente, inaspettata, non certo solo per la sostanza a cui Mehldau ci ha da molto tempo abituati, quanto riguardo alla forma, assolutamente inusuale per il pianista americano. Il groviglio è legato invece al crogiuolo di tante ribollenti idee, diversificate e così mescolate tra loro di cui facilmente se ne perde il filo logico. Il risultato è un lavoro spiazzante, a volte incomprensibile ma con momenti sublimi disseminati qua e là come perle tra la sabbia. Del resto, la storia della musica jazz-rock è piena di strane pozioni e bocconi dolci-amari che non sono sempre stati ben digeriti. Chi non ricorda l’epico White Album beatlesiano che quando uscì tirò per i capelli parte della critica e del pubblico, sconcertato dal caotico amalgama di quel lavoro? E l’album psichedelico dei Rolling Stones, Their Satanic Majestic Request, amato e odiato fifty/fifty? E quel velleitario lavoro di Captain Beefheart, Trout Musk Replica, salutato come un capolavoro da tutti quelli che, ascoltatolo una prima volta, poi lo seppellirono nella sua busta di cartone per tutti gli anni a venire? Esempi simili ci sono stati anche nel jazz, soprattutto per quel che riguarda gli album di free che, al di fuori di qualche hipster “de noantri”,quasi nessuno aveva il coraggio di mettere sul giradischi.
La biblica scala di Giacobbe evocata dal titolo di questo album era una visione mistica, un sogno che suggeriva la presenza del Divino e, come racconta lo stesso Mehldau, “…ci allontaniamo sempre più da Dio a causa del nostro ego”. Mi chiedo però dove voglia portare, dal punto di vista strettamente musicale, questa scala di cui parla l’autore, cioè quale ne sia la direzione e il fine. A meno che anche questo titolo non faccia parte dell’omaggio alla band dei Rush, abbondantemente evocata in questo album… I primi segni di questa particolare ibridazione musicale si erano già manifestati, dapprima velatamente con Mehliana-Taming the Dragon, l’album che Mehldau incise insieme al batterista Mark Giuliana nel 2014 – tra l’altro presente anche in questo lavoro – e poi in modo evidente con l’impennata mistica di Finding Gabriel del 2019, anch’esso ispirato a temi del Vecchio Testamento. Avete presente quel vecchio giochino della Settimana Enigmistica in cui unendo dei puntini numerati progressivamente alla fine compariva una figura? In questo caso abbiamo un bel da fare a tracciare linee perché l’immagine che appare è indecifrabile. In questo album c’è molto rock e soprattutto progressive – uno dei motivi ispiratori della giovinezza di Mehladu – e fin qui, evidentemente, niente di male, anche se continuo a chiedermi per quale recondito, pur piacevole motivo si debba ripassare la lezione di EL&P, dei Gentle Giant, di Rick Wakeman mescolati a lunghe parentesi elettroniche, declamazioni in tedesco, giaculatorie in olandese, angeliche voci bianche, urla belluine, brani ripresi e riarrangiati dei Rush e di gruppi metal-progressive come i Periphery… Misteri della fede, mi verrebbe da rispondere. Del resto, mentirei spudoratamente se dicessi che quest’album non mi sia piaciuto, perché continuo a risentirlo ad libitum. Solo che questo lavoro, alfine, mi ha lasciato decisamente sconcertato. Ma in fondo Mehldau è artista così grande che il suo desiderio di sorprendere in qualche modo gli fa onore, dimostrando come non si sia seduto sugli allori e che la sua visione della composizione possa spaziare al di fuori del “solito” schema del piano solo o dei più comuni ensemble a trio o quartetto.
Per l’incisione di questo disco si sono mobilitati molti artisti tra i quali, oltre al già citato Giuliana alla batteria, Chris Tyle al mandolino, con cui Mehldau aveva editato un interessante lavoro nel 2017, Joris Roelofs al clarinetto basso, Joel Frahm al sax soprano, presente con il pianista americano in Finding Gabriel, Lavinia Meijer all’arpa, Paul Power alle percussioni, Motomi I. Jong all’arciviola da gamba, Pedro Martins alla chitarra acustica e al canto e infine un nutrito gruppo di vocalist tra cui Cecile McLorin Salvant, Luca Van Den Bossche, Safia Mc Kinney, Becca Stevens e il figlio quattordicenne di Mehldau, Damien. Naturalmente al titolare dell’album spettano sia il pianoforte che le innumerevoli tastiere.

Il primo brano d’apertura è Maybe as His Skyes Are Wide, dove la virginea voce della Van Den Bossche riprende circolarmente un frammento di un vecchio pezzo dei Rush, Tom Sawyer, comparso in un loro disco del 1981, Moving Pictures. La piccola sequenza musicale, evidenziata in modo estremamente melodico, viene riarrangiata dal piano di Mehldau. che si concede coraggiosi spazi tra le voci raddoppiate, con l’arricchimento armonico di un glockenspiel sullo sfondo.
Herr und Knecht, padrone e schiavo, è l’abbreviazione di Herrschaft und Knechtschaft, dominanza e schiavitù, un capitolo della Phanomenologie des Geistes - Fenomenologia dello spirito di Hegel. Se vi sono piaciuti gli EL&P, allora senz’altro vi convincerà questo secondo brano, regno indiscusso del dominio delle tastiere e di un serratissimo duetto basso-batteria. In effetti, la musica è pieno progressive anni ’70 ed è molto ben fatta. Ad un tratto irrompe anche il sax soprano di Frahm, dal suono flautato che cade dal cielo, come fosse inizialmente capitato lì per caso. Sul fondo la declamazione in tedesco in tono perentorio da comizio nazistoide dei passaggi hegeliani. D’accordo che il tedesco è la lingua della filosofia per eccellenza, ma Hegel non è Heidegger e, anche se esteticamente le voci incazzose danno un tono, diciamo così, piuttosto drammatico, forse sono un filo eccessive.
Sorprendente è il brano seguente, (Entr’acte) Glam Perfume. Un intro di piano tra Chopin e Brahms con il tocco squisito che riconosciamo al pianista americano e un sovrapporsi vocale successivo che richiama Delibes, un tocco sfuggente di arpa, qualche lampo elettronico, risate tra le quinte, scricchiolii di vinile consumato che danno una visione retrò al focus della composizione. L’intervento pianistico e corale è magistrale e anche gli effetti di fondo contribuiscono a un vago sapore nostalgico.
Tocca ora a Cogs in Cogs, brano dei Gentle Giant, uscito con The Power and the Glory nel lontano 1974. Il pezzo viene sezionato in tre parti, de-composto e riassettato secondo una logica nuova. Si tratta di una raffinata operazione archeologica, come riesumare un reperto antico frammentato, in cui si cerchi di riassemblarlo tentando di ritornargli una forma quasi originale. Drum machine, tastiere, cori in lontananza, moog impegnato in barocchismi un po’ autoreferenziali nella prima parte. Il secondo capitolo si apre con un’introduzione di viola da gamba e pianoforte. Poi arriva il cantato di Becca Stevens, che nelle note più alte rimanda alla memoria la voce di Jon Anderson, conservando però l’impianto ritmico del Gigante Gentile. Terza parte con le tastiere elettroniche in sella. Ancora l’ombra di Keith Emerson nella trama di suoni che segue, una serie di frasi a imitazione dell’organo da chiesa, forse l’aspetto strutturalmente più complesso dell’intero album.
Subito dopo ritorna la rivisitazione di Tom Sawyer, questa volta non limitata alla rielaborazione del singolo frammento com’è avvenuto nel brano d’apertura. Progressive d’alta scuola, si potrebbe dire, se non si avvertisse il déjà vu non tanto per il modo in cui il brano è stato riproposto, con numerose varianti e la presenza del sax sovrainciso e del mandolino, quanto per lo stigma dell’epoca, marchio troppo forte per non essere avvertito.
Poi è il turno di un piccolo medley, con l’introduzione acustica di Vou Correndo Te Encontrar per opera del canto e della chitarra di Pedro Martins che sfuma in un brano della metal-progressive band Periphery, Racecar, pubblicato nel 2010 nell’album omonimo Periphery. Una dimensione quasi sognante, corale, con un assolo di piano elettrico verso i tre quarti del percorso della traccia.
Da questo “omaggio” si passa verso Jacob’s Ladder, ulteriore episodio suddiviso in tre parti. Della prima, Liturgy, con tanto di vento elettronico in sottofondo, se ne potrebbe fare anche a meno, trattandosi infatti di una preghiera o qualcosa di simile in inglese e in olandese. La seconda porzione della trilogia s’annuncia con suoni diversi, forse elettronici con sovraincisioni della viola o quant’altro ancora. Qualche accordo di piano, un breve accenno di canto seguito da un curioso stacco verso una serie di componenti elettronici che mi hanno fatto ricordare – guarda com’è strano il mondo – La Poupee Automate di Nino Rota. Da qui verso il finale ascoltiamo un po’ di jazz – non tanto, sia chiaro… – con qualcosa che assomiglia a un classico trio centrato sul piano ma con il solito noise tastieristico-elettronico sul fondo. La terza parte si presenta con un coro giocato su voci maschili e un intervento di sax che spazia per l’ambiente sonoro, tra un canto e un parlato che commenta probabilmente un testo biblico. Quando il sax diventa free ci si immerge in un fiume di urla scimmiesche e non si capisce se la causa sia un dolore esistenziale o che altro.
Anche l’ultimo brano, Heaven, è suddiviso in tre parti. Bellissima l’introduzione pianistica e il canto di Cecile Mc Lorin Salvant, sostenuto secondariamente da una gentilissima arpa. Cambio di rotta e via alla comparsa dell’elettronica con tanto di drum machine ma con l’arpa e il canto che restano in secondo piano. A metà brano altro stacco che fluisce dapprima nella chitarra acustica, cori dissonanti e tastiere. Qualcuno ha visto tra tutto questo un vecchio brano degli Yes ma francamente, confesso i miei limiti, non me ne sono accorto. Finisce tutto con un solo di piano, per alleggerire l’atmosfera che nel suo complesso non è mai stata troppo leggera.

Non saprei, infine, come considerare questo album. Una preziosa scheggia di un diamante sgrezzato? Una libreria di soli remainder? L’accesso a una botola segreta nella mente di Mehldau? Comunque sia il divertimento è assicurato e bisogna dar credito all’autore di un atto di coraggio che ben pochi, in vece sua, avrebbero avuto l’ardire di compiere. Al termine dell’ascolto non compaiono sensazioni di appagato abbandono, bensì permane l’inquietudine di averci capito poco e l’impressione variegata di essersi trovati a viaggiare in un territorio tra vette e piane sommerse, dove sarebbe forse servita una mappa più dettagliata.
Brad Mehldau
Jacob's Ladder
CD e doppio vinile Nonesuch 2022
Reperibile in streaming su Qobuz 24bit/48kHz e su Tidal MQA