Crossover elettronico analogico M2Tech Mitchell

17.04.2023

Premessa

Deroghiamo oggi alla nostra consueta costruzione di titoli e paragrafi a loro riferiti per le prove di apparecchi e diffusori. Il motivo è molto semplice e praticamente intuitivo: il crossover elettronico analogico M2Tech Mitchell oggetto di questo articolo – e successivi – è un apparecchio, come dire, super partes. Si tratta certamente di un apparecchio straordinario, sia perché non ne esistono concretamente altri sul mercato – lo vedremo – e sia perché quello che fa all’ascolto – attenzione, spoiler – è veramente straordinario in tutti i sensi.

 

Antefatto

Qualche mese fa Marco Manunta di M2Tech mi fa arrivare appunto l’apparecchio oggetto di questa prova. Il crossover elettronico analogico M2Tech Mitchell ha le dimensioni e l’aspetto della solida linea di prodotti Rockstars M2Tech, un rassicurante panetto esternamente di alluminio e dentro denso di elettronica, altamente ingegnerizzato, discreto nell’impatto ambientale ma carico di promesse e potenzialità. Avendo già letto qualcosa della sua applicazione, procedo spedito: lo collego a un mini PC con monitor esterno, al quale avevo connesso una tastiera con trackpad per programmare e comandare il Mitchell; inserisco il cavo RCA dal pre all’ingresso del Mitchell; porto altri due RCA dal Mitchell a due finali stereo – i fidati e bensuonanti classe D Crosby, sempre di casa M2Tech – direttamente collegati ognuno agli altoparlanti delle casse, scollegando e bypassando i crossover di serie. Trattasi, fa bene dirlo, di una bi-amplificazione “orizzontale”: un finale stereo si occuperà delle vie alte e uno delle basse. Questo ovviamente avendo cominciato con un sistema a due vie, ma il Mitchell può tranquillamente occuparsi di sistemi a tre vie. In questo caso dovrete quindi dotarvi di finali per una tri-amplificazione: tre finali stereo oppure sei finali mono.

M2Tech Crosby

 

Per queste prove sono stati usati, fra gli altri ampli, una coppia di finali stereo M2Tech Crosby, secondo me dall'ottimo rapporto Q/P

 

Detto comunque per inciso, chi volesse complicarsi la vita alla ricerca di particolari alchimie timbriche potrebbe procedere anche con amplificazioni diverse fra loro. Questo porterebbe però a complicazioni imprevedibili: pensate anche solo alla regolazione del volume fra pre, finali o integrati diversi fra loro per tipologia di amplificazione, ad esempio stato solido o valvole, o anche solo per guadagni e wattaggi…

il pannello posteriore dell'M2Tech Mitchell

M2Tech Mitchell in vista posteriore

 

Tornando al mio primo ascolto, avevo preventivamente ricavato il punto di incrocio del crossover passivo dei diffusori e le relative pendenze. Imposto quindi pari pari altrettanto sul Mitchell. Pochi dati da inputare sul PC e confermati graficamente dall’interfaccia del programma M2Tech preventivamente caricato nel sistema operativo Windows. Un gioco da ragazzi. Ora la sezione di amplificazione del mio impianto avrebbe “visto” solo la parte di frequenze che doveva essere inviata e amplificata alle rispettive vie/altoparlanti dei diffusori. Questo avrebbe certamente avuto ricadute positive, non ci voleva molto a immaginarselo: non avrei disperso la potenza dell’amplificazione e non sarei incorso nelle perdite e subdole alterazioni del segnale date dal crossover passivo.

 

Non ero però pronto a immaginarmi quello che avrei sentito di lì a poco.

 

Faccio partire la liquida via Qobuz. Alzo leggermente il volume del pre. Noto subito che il volume percepito sembra essere coerente fra le due vie dei diffusori. Bene, buon segno. Significa che effettivamente sia il punto d’incrocio dei crossover sia le pendenze dei filtri del progetto “in passivo” sono praticamente riprodotte tali e quali in quello “in attivo”.

 

Ma il resto era tutto cambiato.

 

Più dinamica, più trasparenza, più chiarezza, più contrasto, più scena, più freschezza, immediatezza e vivacità del messaggio sonoro… Se non fossi ateo qui ci sarebbe potuta scappare una bestemmia… Ma come? Uno fa di tutto per avere un impianto all’altezza delle proprie – alte – aspettative e poi scopre di stare buttando tutto nella spazzatura di un crossover passivo? Per quanto poi questo possa pure essere fatto bene? Non è giusto!

 

Mannaggia, Marco! Ma non potevi inventarti altro invece di sfruculiare nelle rassicuranti sicurezze di noi vecchi audiofili?

 

OK, è andata proprio così. Ho tolto il Mitchell con suoi annessi e connessi, ho ricostituito il mio impianto “classico”, uno dei tanti che ruotano nel mio ambiente d’ascolto causa prove varie e incalzanti, e mi sono messo a studiare. A questo punto, credetemi, servivano dei congrui approfondimenti sull’argomento, che ho cercato di rendere qui e ora in modo divulgativo, evitando tecnicismi che non mi appartengono, perché non ne ho le competenze, e perché questo approccio mi permetterà di arrivare – ne sono certo – a una più ampia comprensione per tutti i nostri lettori.

 

A cosa serve un crossover quando ci sono diffusori senza crossover

Chi ci segue già lo sa. Professionalmente sento, provo e stimo la maggior parte della produzione di diffusori sul mercato. So apprezzarli e motivarne le caratteristiche. Personalmente però preferisco o amo i diffusori larga banda o full range, monovia o bicono, vedi ad esempio AER, Cube Audio, l’attuale EMS ex Fertin, Fostex, Lowther, Supravox, Tang Band o Voxativ. Oppure i due vie con elementi di crossover minimi, come a solo titolo d’esempio gli Arte Acustica recentemente provati qui, o i due vie costruiti sui classici altoparlanti Altec o Pioneer, quelli magari con tweeter a tromba concentrico su midwoofer. Un altoparlante per i bassi, che non disturba le frequenze più alte, un condensatore ben scelto in serie al tweeter, semplicemente per evitare di proporgli le frequenze più basse che lo incenerirebbero, e l’equilibrio è raggiunto: un suono aperto, immediato, virtualmente completo.

Il primo tipo di altoparlanti – indipendentemente dalla sensibilità / efficienza, che si consiglia quindi alta – tende però a “indurirsi”, a diventare direttivo sulle medio-alte frequenze e a “scomporsi” se portato ai propri limiti. Non sono insomma gli altoparlanti adatti per rendere al meglio il rock o il metal, ma nemmeno i pieni orchestrali, ci siamo capiti… Se quindi si vuole ottenere grande pressione sonora, soprattutto sui bassi, o si vogliono sonorizzare ambienti di dimensioni generose, è praticamente inevitabile, con gli altoparlanti di produzione contemporanea tendenzialmente di bassa sensibilità / efficienza, “specializzare” le gamme di frequenze, rendendo le singole vie in grado di sopportare più watt e di non andare in distorsione o compressione.

Quindi, in conclusione, se non siete dei fanatici dell’alta sensibilità / alta efficienza, avrete bisogno di un gran crossover passivo, a volte pure complesso.

 

A cosa serve un crossover elettronico quando nei diffusori ci sono già quelli passivi

Incominciando con una domanda facile facile, da profani, proprio però per chiarire eventuali dubbi alla radice, abbiamo ora fatto nostra la funzione del crossover interno ai diffusori. Permette di “specializzare” le gamme di frequenze mandando ai singoli altoparlanti la parte di segnale a loro dedicata, quella che sanno eseguire meglio. Però, però, però… c’è un però… Tutti i nostri adorati diffusori, che siano i diffusori più economici e scarsi o i più costosi e raffinati al mondo, sono crossover cosiddetti “passivi”. Cosa significa questo? Vuol dire che i componenti dei crossover, qualsiasi tipo di componente che siano condensatori, bobine o resistenze – si “oppone passivamente” al passaggio di certe frequenze, consentendo il passaggio di altre. Il problema è che un crossover passivo fa esattamente tutto questo sul segnale amplificato, cioè a piena potenza. Insomma, il crossover passivo di qualsiasi diffusore al mondo, da sempre, cerca di indirizzare la mandria del segnale in uscita dall’ampli in settori diversi del campo fuori della stalla quando l’intera mandria è già del tutto… fuori della stalla! Immaginatevi la mandria del segnale libera e selvaggia, lanciata sul campo, che viene “in corsa” indirizzata verso settori diversi del campo stesso, tutto questo fatto proprio con elementi rigidi, staccionate, ostacoli, percorsi obbligati. Cosa potrà succedere? Non ci vuole molta immaginazione per farsi un quadro del significato di questa metafora. Alcuni capi della mandria verranno compressi, schiacciati, altri passeranno prima, altri non passeranno affatto… Sì, è inevitabile, molta parte della vostra preziosa mandria / segnale… verrà persa!

Sembra brutale e approssimativo, eh? Molto grezzo e grossolano, vero? E lo è! Il sistema del crossover è poco efficiente – si butta un sacco di potenza – e molto dannoso – si introducono un sacco di problemi.

Perché tutto questo, ripeto, viene fatto sul segnale già amplificato. Buttiamo quindi via un sacco di pulizia, coerenza e volume del segnale audio che abbiamo religiosamente cercato di rispettare e ottenere fino… al crossover. Dalle fonti all’amplificazione, passando per cavi e connettori, noi audiofili più “duri & puri”, o magari anche solo consapevoli, cerchiamo di semplificare il percorso del segnale, ridurre gli stadi di amplificazione, mantenerlo semplice e integro, evitandogli come la peste condensatori, avvolgimenti e meno che mai resistenze. Poi, proprio in prossimità degli altoparlanti, dell’interfaccia più diretta attraverso l’aria con le nostre orecchie, cosa ci mettiamo? Grossi condensatori, grossi avvolgimenti e grosse resistenze… Dove l’aggettivo “grosso”, badate bene, non si riferisce solo alle loro dimensioni ma indica piuttosto anche che modificano, colorano e caratterizzano “grandemente” il suono.

Tornando al punto precedente, questo rende l’ascolto dei buoni altoparlanti monovia / full range così “magico”. Non c’è nulla tra il vostro impianto e loro che ne “costringa” o alteri il suono. Se non appunto quei pochi decimetri di cavo che avete già scelto con attenzione, sempre che siano determinanti visti i pochi watt normalmente utilizzati, anche qui ci siamo capiti…

 

A cosa serve un crossover elettronico analogico quando ci sono già persino dei crossover digitali

Quanti crossover elettronici analogici attualmente in produzione conoscete? I vari modelli Behringer, Monacor, DAP o DBX non valgono, sono sì elettronici ma digitali. Il Mitchell è invece analogico ma ampiamente programmabile rispetto a quelli del passato: già così si capisce quanto sia unico al mondo. Quelli elettronici e analogici del passato sono appunto storici, nel senso di vintage, ma praticamente fissi, cioè assai poco configurabili rispetto a un qualunque crossover digitale attuale ma soprattutto molto ma molto rispetto al Mitchell. Tanto per fare un paio di esempi, a confronto con il Mitchell apparecchi ancora considerati oggi come un Pioneer D-23 o un più modesto SF-850 hanno ormai solo un gusto collezionistico. Si tratta nel loro complesso di apparecchi estremamente interessanti, perché analogici, ma nemmeno paragonabili alla duttilità e ampiezza d’uso e applicazione di un moderno M2Tech Mitchell, cioè in grado di programmare finemente e largamente il proprio intervento analogico virtualmente senza limiti.

La realtà sembrerebbe quindi spingerci ad adottare e usare un crossover di ultima generazione, elettronico e digitale. Fatto sta che, personalmente, aborro i crossover digitali. Ho avuto per le mani e in sala d’ascolto sia il crossover/equalizzatore Behringer DCX2496 Ultradrive Pro che il Monacor DSM-48LAN e, pur essendo dei top di marca, la “devastazione” che compiono oggetti simili all’ascolto facendo la doppia conversione A/D in entrata e D/A in uscita è inaccettabile, a mio personale avviso, in ambiente domestico, dove si cerca il massimo della qualità sonora. Questo sottacendo l’elaborazione solo digitale intermedia, spesso affidata a convertitori “sulla carta” ad alta-ma-non-altissima risoluzione – ad esempio 24 bit / 96 kHz A/D e D/A – ma sicuramente molto economici e che in realtà appiattiscono e irruvidiscono il suono, aumentandone la grana e impoverendolo complessivamente. La mia scarsa, scarsissima esperienza con gli attuali Behringer e Monacor è stata quindi complessivamente molto deludente. Non dico che li accomuno a quei modelli pro molto basici che stroncano il suono con pendenze assurde e tagli inesorabili, perché quello si chiede nel professionale, ma poco ci manca.

 

Riassumendo

A questo punto possiamo dire nel complesso che:

  • i vecchi crossover esterni analogici sono oggettivamente vecchi in tanti sensi
  • quelli digitali attuali non sono ancora maturi per aspirare a comparire in impianti di grandi attese e aspettative
  • di papabile nella produzione moderna rimane un solo e grande campione, il crossover analogico elettronico M2Tech Mitchell

Insomma, Manunta colpisce ancora. Non è la prima volta che Marco si inventa dei prodotti che non c’erano. M2Tech si è fatta conoscere dal 2009 proprio con il lancio dell’hiFace, la “pennetta digitale”, la prima in assoluto a consentire di portare il segnale PCM a 24 bit dall’uscita USB di un computer all’ingresso S/PDIF coassiale di un DAC, un componente che ha sicuramente “avvicinato” all’Hi-Fi un’intera generazione di utenti, magari all’epoca pure giovani, che mai avrebbe pensato di poter sentire meglio la musica partendo dal proprio computer.

 

Il Mitchell è un altro “schiaffone” che Marco dà al mercato in termini di idee e innovazione. Abbiamo alla fine capito cosa fa, nei prossimi articoli vedremo come è fatto e come funziona. Come vi ho in parte anticipato, aspettatevi molto.

 

Fine prima parte | Alla seconda parte


 

Caratteristiche dichiarate dal produttore

Ingressi: stereo single-ended RCA, stereo bilanciato AES/EBU XLR, trigger jack 3,5mm

Uscite: 3 x stereo single-ended RCA, composito stereo bilanciato 7P XLR, 3 x stereo bilanciato da adattatori di serie

Frequenze di taglio: da 50Hz a 15000Hz

Piste: passa basso e passa alto da 6dB/ottava a 30dB/ottava, passa banda simmetrico da 6-6dB/ottava a 18-18dB/ottava, passa banda asimmetrico da 6-30dB/ottava a 30-6dB/ottava

Rapporto segnale/rumore: da 100dBA a 110dBA a seconda della configurazione, single-ended, 1Vrms out

THD+N: 0,015% a 1Vrms fuori single-ended

Tensione di uscita massima: 9Vrms single-ended, 18Vrms bilanciato

Impedenza di ingresso: 47kOhm single-ended, 20kOhm bilanciato

Tensione di alimentazione: 15VDC

Assorbimento: 12W operativo, 2W standby

Dimensioni: 200x50x200mm LxAxP

Peso: 2kg netto inclusi accessori, 2.5kg lordo

 

Distributore ufficiale Italia: Marantz Italy / Hi-Fi United

Prezzo Italia alla data della recensione: 4.680,00 euro

Sistema utilizzato: al mio impianto

di Giuseppe
Castelli
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