Fergus McCreadie | The Shieling

05.12.2025
Fergus McCreadie
Fergus McCreadie

Nel nuovo lavoro del ventottenne pianista scozzese Fergus McCreadie, The Shieling, si conferma come la tradizione folk,– poco importa se britannica come in questo caso o di altra provenienza geografica – possa autenticamente convivere con il jazz moderno. Tutto ciò senza peraltro incrociare i rispettivi percorsi in un’operazione fine a sé stessa ma solamente grazie a qualche innesto prezioso che contribuisca a rendere tutto ciò interessante senza perdere di spontaneità. In effetti non mi sembra di notare, in The Shieling, trasformazioni particolarmente radicali, se non un apparentemente semplice processo di scambio e accostamento reciproco tra generi diversi, come per altro già avvenuto in esperimenti analoghi nel jazz scandinavo, in quello sudafricano, nella musica mediorientale e infine anche nell'Europa mediterranea, Italia compresa: mi vengono immediatamente alla memoria, a quest’ultimo proposito, le opere del sassofonista Daniele Sepe o la collaborazione di Coscia e Trovesi, ad esempio. Del resto, McCreadie interviene a volte anche nell'economia musicale di altri artisti scozzesi che praticano generi assai differenti dal jazz, come ad esempio è avvenuto nel caso di Nicky Murray, di cui per ReMusic mi sono occupato recentemente qui.

 

Il trio di McCreadie, composto da David Bowden al contrabbasso e Stephen Henderson alla batteria, giunto alla quinta pubblicazione discografica, sembra decisamente più affiatato che mai. Il fatto che i tre abbiano registrato in un cottage remoto nelle isole Ebridi, con un pianoforte verticale miracolosamente incastrato – e altrettanto avventurosamente trasportato – a ridosso dei muri di una piccola stanza, non è semplicemente un vezzo da parte del gruppo ma parte integrante di un progetto che vorrebbe, oltre che a fondere insieme musica tradizionale e contemporanea, far avvertire all'ascoltatore anche i brividi climatici del Nord Europa, compreso l'odore del legno, l’aria e la vicinanza del mare.

 

Gli Shielings indicati nel titolo dell'album sono capanni di pietra e legno usati estemporaneamente dai pastori nella breve stagione estiva scozzese, costruiti alla bell’e meglio su terreni di torba e fanno quindi parte di un paesaggio che rimanda a usanze e gesti antichi, intimamente connessi con l'appartenenza storica a quelle regioni. L'album presenta quindi una proposta coerente che opera in uno spazio di registrazione non convenzionale, arricchito o impoverito a secondo dei punti di vista, da una microfonazione ambientale che comunque accentua la dimensione acustica e l'atmosfera indubbiamente poco usuale e contemplativa che avvolge il trio.

 

McCreadie, Bowden e Henderson suonano in ambiti chiaramente molto melodici, con onde lievi e costanti di motivi dinamici all'interno dei quali si colgono nitidamente le cadenze dei reel e delle danze scozzesi, mirando a costruire quel ponte, come si è detto, tra l’antica tradizione britannica e l’improvvisazione libera del jazz. Il trio punta lo sguardo verso ampi spazi, quasi sospendendosi tra le pause e i silenzi che la propria musica lascia abbondantemente lungo la strada, facendo sì che i momenti in cui le note s'acquietano diventino parte integrante della composizione. Il tono carezzevole che distingue McCreadie e sodali emerge come un gesto sincero e non mostra strategie surrettizie dirette a una qualsiasi captatio benevolentiae. Tuttavia, sotto questo velo morbido in apparenza, si cela un elemento di forza, quasi imperiosa, nel dichiarare l'autonomia del proprio linguaggio e nel cercare una propria via al jazz che permetta se non l'originalità almeno una certa riconoscibilità distintiva. Gli arrangiamenti sclerotici che a volte affliggono proposte di jazz/folk sono qui assenti. Si prediligono invece liquidi gruppi di note che scorrono libere e spontanee, non senza qualche rimando, per via dei numerosi arpeggi pianistici, a impressioni di stampo new age. Tuttavia ciò non significa assenza di complessità, anche se McCreadie non cerca in alcun modo forme particolari di sperimentalismo. Si avverte comunque come il trio esplori la tensione tra misura e libertà, tra rigoroso controllo e blowing jazzistico, mentre gli armonici del pianoforte – quasi incredibili per uno strumento verticale – si innestano su diversi riff folk andando a costruire un suono radicato ma al contempo poeticamente arioso. Su un piano più tecnico, McCreadie evita il ricorso al tradizionale schema tema-più-solo, preferendo piuttosto un’architettura modulare con motivi che si ripresentano e si trasformano tra una sezione e l’altra. In questo senso il lavoro ha il profondo fascino della freschezza, pur restando saldamente strutturato. In termini di risultato, The Shieling non reinventa il linguaggio del piano-trio jazz, questo bisogna rilevarlo, ma si applica giudiziosamente a un contesto folk ambientale tradotto in linguaggio moderno, ottenendo un prezioso amalgama tra due universi in apparenza lontani.

 

Fergus McCreadie - The Shieling

 

Un drone, probabilmente elettronico, è la base su cui si sviluppa in modale il brano d'apertura Wayfinder, che si collega da subito alla tradizione. Ma non è solo folk, il trio lavora sopra le melodie con impeto ed improvvisazione che prosegue ad ondate mentre il tema, toccato dalla leggiadria del tocco pianistico di McCreadie, viene via via irrobustito dall'ascesa dinamica della ritmica.

Sparrowsong, con la sua gioiosa leggerezza, tende idealmente a simulare un volo di uccelli, con note ostinate della mano sinistra al piano che bene finiscono per integrarsi con il fresco movimento tematico impostato dalla mano destra. La piacevole sensazione di contenuta allegria delle fasi iniziali del brano viene poi condotta da uno scuro contrabbasso verso la parte improvvisata, che tuttavia confluisce in modo naturale con l'approccio tematico. Il brano è straordinariamente brillante, composito, ed è un piacere abbandonarvisi.

Lily Bay è un cammeo “minimal” di notevole intensità emotiva e contemplativa che mi ha ricordato certi passaggi della new age di George Winston, quand'egli era ancora immerso nelle sue filosofiche riflessioni autunnali.

Climb Through Pinewood ci trasporta in uno strano clima a metà tra la festa con danze ed ebbrezze alcoliche e un atteggiamento marziale fatto di passi cadenzati come una marcia, sebbene il ritmo si mantenga moderato. La progressione modulare di accordi ha un andamento circolare che comunque nasconde in sé un'intrinseca spensieratezza.

Fairfield è una carezza cantabile in 3/8 incentrata su una melodia che sembra alludere al proprio tempo perduto, con il tema che si mantiene vivo tra le righe anche nel cuore dell'improvvisazione. Il brano ha un'anima spoglia, rimembrante, con la ritmica che si muove come seguisse uno slow, salvo accendersi dinamicamente nella fase centrale.

 

Fergus McCreadie Trio

 

The Path Forks altro non fa che rimarcare gli schemi seguiti dal trio finora visibili in questo album. L'accompagnamento è circolare, spesso ostinato e ripetitivo, il tema molto melodico e orecchiabile tende a svilupparsi in un assolo proposto in forma modale. Il richiamo verso una certa “paesaggistica Windam Hill” continua a farsi sentire, senza peraltro nulla togliere al potere meditativo del brano in questione.

Windshelter non sfugge alla regola aurea sopra esposta e il protagonista di questa traccia, il vento da cui ci si ripara, viene abbondantemente evocato dal continuo arpeggiare della mano sinistra al piano che ne accenna i vortici.

Eagle Hunt acquista toni più drammatici, ben rimarcati dall'ottimo lavoro alla batteria di Henderson che si lancia in un tempestoso, tracimante viaggio parallelo a quello del pianoforte.

Ptarmigan risuona di danze tradizionali, forse come mai prima in questo album. E se si sostituisse il suono del piano con quello di una cornamusa, immaginandola circondata da violini, si potrebbe pensare quasi a una rock band di orientamento folk del tipo Capercaillie o Runrig...

The Orange Skyline è l'autentica gemma finale, con le note di pianoforte che letteralmente cantano sopra lo stesso bordone – cioè intonato sulla stessa nota – del brano iniziale dell'album. La traccia si allunga in una trama semplice e malinconica, immersa in una foschia crepuscolare dalle lontane risonanze emotive.

 

Fergus McCreadie Trio

 

The Shieling si configura come un lavoro di continuità consapevole più che di rottura, un’ulteriore dimostrazione della capacità del trio di integrare materiali folk e lessico jazzistico entro una cornice estetica coerente, priva di arrangiamenti stereotipati e sostenuta da una progettualità sonora rigorosa. La scelta dell’ambiente di registrazione, lungi dall’essere un mero dettaglio aneddotico, costituisce un elemento strutturale che influisce sulle microdinamiche, sulle risonanze e sul modo stesso “mentale” in cui i musicisti articolano l’interazione. L’apparato melodico resta prioritario, mentre l’improvvisazione si sviluppa come un’estensione controllata del materiale tematico, non come un gesto decorativo. L’album raggiunge così un buon equilibrio tra chiarezza e complessità, tra il fascino di una giovinezza autoriale che osa senza timore mescolare il vecchio al nuovo e la rigorosa scrittura della tradizione che lega l'impulsività del jazz ottenendo risultati eccellenti al di là di ogni previsione.

 

Fergus McCreadie

The Shieling

CD e LP Edition Records 2025

Disponibile in streaming su Qobuz 24bit/48kHz, Tidal qualità max fino a 24bit/192kHz, Spotify a 24bit/44kHz con scelta di default nelle impostazioni generali.

 

 

 

di Riccardo
Talamazzi
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