Cos'è per Ferruccio Spinetti il jazz? A leggere le sue interviste viene quasi spontaneo, almeno per quel che mi riguarda, condividere molte delle sue risposte. Il contrabbassista di Caserta è lucido nel suo pensiero. Non ama infatti i piatti troppo speziati dove i suoni s'incrocino senza una linea melodica ben netta. Nelle forme contemporanee di jazz sembra quasi che la cantabilità o quanto meno un percorso melodico leggibile siano considerati retaggi d'antiquariato. La presunta esplosione dell'immaginario, con quel fastidioso alone autoreferenziale che frequentemente trascina con sé, finisce spesso per trasformarsi in un conglomerato indecifrabile e indefinibile, su cui però fa glamour esprimere giudizi a rigor d'intelletto. Ma Spinetti, invece, così come ha sempre fatto fin dai tempi degli Avion Travel e poi soprattutto in coppia con Petra Magoni, dimostra tutto il suo attaccamento alla melodia. Il jazz, allora, diventa una sorta di riarmonizzazione e scomposizione ritmica della stessa, un abito moderno per un corpo antico.
Non è presente, in questo primo lavoro da titolare assoluto di Spinetti, Arie, alcun desiderio revivalistico né collaudate citazioni. Si tratta di una raccolta di brani – molti sono cantati – tutti di autori italiani e tutti praticamente di jazzisti. Alcune volte – è bene non far finta d'ignorarlo – quando un jazzista “inventa” una canzone ne risulta spesso un pastrocchio, perché spesso non si tiene presente proprio quello che è l'anima di una linea melodica, cioè il suo naturale fluire e da un certo punto di vista, la sua “essenziale” semplicità. Solo preservando quest'ultima, pur arricchendola di rielaborazioni armoniche ricercate, ciò che ne risulta mantiene una sua identità, diventando un sobrio percorso di va-e-vieni tra un lineare sviluppo e l'inventiva del momento improvvisativo.
Per l'occasione di questo Arie, di cui segnalo anche l'ottima veste grafica, gran parte degli esecutori e degli autori si sono conosciuti e frequentati durante i corsi e seminari di Siena Jazz, dando ragione al suo direttore artistico Franco Caroni quando afferma, tra le note della Home Page dello stesso Spinetti, che “...ascoltando questa musica mi son sentito a casa...”. La formazione che accompagna Spinetti al contrabbasso è formata da Elena Romano alla voce, Giovanni Ceccarelli al pianoforte e Rhodes – con Rita Marcotulli presente in un paio di brani – e Jeff Ballard alla batteria, che è stato partner, nella sua carriera, di musicisti del calibro di Chick Corea e Brad Mehldau. Una formazione basilare in trio più la voce, quando compare, quindi una scelta basata sull'essenzialità. Del resto, lo stesso Spinetti, dopo tredici pubblicazioni con Musica Nuda, lavorando in duo e con poche aggiunte, deve aver profondamente appreso l'arte della sintesi e dell'asciuttezza musicale. Bilanciamento di suoni e attività in levare, quindi.

Ma la vera esordiente di questo lavoro è la giovane cantante e autrice Elena Romano, già allieva di Spinetti proprio in quel di Siena. La sua voce, dotata di chiaroscuri dinamici e di un'intonazione pertinente, è una piacevolissima sorpresa e ben si adatta agli inaspettati transienti che spesso propone la musica jazz. Il contrabbasso di Spinetti, forse, non è mai stato così lineare e agile come appare in questo album e insieme alla batteria di Ballard sembra strutturare soluzioni stilistiche lontane dall'essere spiazzanti, insomma al servizio della causa melodica in tutto e per tutto.

The River Song, in apertura, è un brano firmato dalla stessa Romano e dal pianista Cesare Picco. Alcune note ribattute al limite della tastiera del contrabbasso e un frusciar di piatti di batteria vengono ad appoggiarsi sia al Rhodes suonato da Ceccarelli che al pianoforte, questa volta sotto le mani della Marcotulli. L'attacco dell'insieme al minuto 1° e 15'' è dolcemente perfetto e tutta la canzone procede sul velluto, complice l'assolo caldo di Spinetti e l'escursione misurata della Marcotulli al piano. Naturalmente l'ultimo accenno va alla morbidezza del cantato che completa il tracciamento di un brano semplicemente voluttuoso.
Ancora il tocco della Romano nel testo del brano a seguire, The Look in Your Eyes, dove la musica è stata scritta da Enrico Pieranunzi. La complessità armonica del Maestro di Roma emerge fin dalle prime battute del canto, in cui la linea melodica sembra poco facilmente percorribile, per via dei salti intervallari d'intonazione non semplice. Ceccarelli struttura un inizio alla Bill Evans e poi compare in un assolo che è quasi una bomboniera di note “giuste”, alla faccia dei cultori della dissonanza. Anche Spinetti prende coscienza degli ampi intervalli da affrontare e risolve la pratica in un assolo veloce e di chirurgica precisione.
There is no Truth vede sempre la Romano impegnata nella stesura del testo mentre la musica è stata creata dal pianista Enrico Zanisi. Qui la voce della cantante assume una colorazione più scura e conturbante. La musica si trova a mezza strada tra un'elegante forma pop e qualche spunto jazzato proposto fondamentalmente dal piano di Ceccarelli. Buona la melodia, un po' sovrastrutturato l'arrangiamento.
Crepuscolo è una composizione dello scomparso pianista Alessandro Giachero. Qui non c'è canto alcuno, il brano è un puro gioiellino jazz, sviluppato egregiamente dall'improvvisazione di Ceccarelli che si porta sulle spalle quasi l'intero pezzo. Il malinconico tema portante è invece introdotto dal contrabbasso di Spinetti. È questa una dimostrazione del fluently interplay che unisce gli strumentisti, al netto di un misurato assolo di contrabbasso nella seconda metà del brano, dove anche Ballard si concede in più qualche rullata strategica.
Ossessivostinato è una composizione del contrabbassista Bruno Tommaso – da non confondere con l'altro bassista, il cugino altrettanto famoso Giovanni Tommaso – ed è la realizzazione più sorprendente dell'album, essendo costituita da una fuga a quattro voci sovraincise dalla Romano e accompagnate dal contrabbasso. Suggerimento per gli audiofili: con una buona cuffia la quadripartizione delle voci comporta un “effetto ambiente” notevole...

December è un'ispirata creazione della coppia Spinetti-Romano. Una bella introduzione di piano cattura l'attimo fuggente dell'attacco vocale del canto, mentre la sfumatura velatamente sfocata della voce innesca una variabilità di umori corroborati dal breve ma rotondo assolo di contrabbasso.
Aria è una rielaborazione di Bella di Enrico Rava, un brano musicalmente ben costruito e pubblicato in un omonimo album del 1990 a cui Peppe Servillo ha sovrapposto per l'occasione un testo, per altro non proprio indimenticabile, ma che si adatta bene alla melodia. Una piccola introduzione di sola batteria innesca il prosieguo del pezzo caratterizzato, oltre che dal canto della Romano, anche da un introspettivo pianoforte. Ceccarelli utilizza poche note, chiare e ben marcate, avendo cura di lasciare giustappunto “aria” respirabile tra i tocchi del suo assolo.
Fausto è di Spinetti ed è dedicato alla memoria di Fausto Mesolella, chitarrista con cui ha condiviso il palco sia con gli Avion Travel che anche con il Nada Trio. Pure in questo caso, come nella traccia precedente, c'è una breve introduzione da parte di Ballard annunciando il contrabbasso che innesca una melodia ritmata dal gusto latineggiante.
Meteores, di Ceccarelli, pare quasi strutturata in due parti. La prima, coadiuvata da un intervento vocale della Romano, si costruisce su una progressione di accordi discendenti per la verità non originalissima. Ma a questa segue uno sviluppo molto lirico in piano solo e un'improvvisazione conseguente che coinvolge la ritmica, diluendola in una soluzione di pura saudade finale che riprende la progressione pianistica iniziale.
PassatoFuturo si gioca in casa tra Spinetti, Ceccarelli e la Romano. Brano di buon valore melodico, ben amalgamato con il lavoro tra le righe di Ballard, poco appariscente ma essenziale. Discreto il testo in italiano.
Lullabye for Ugo è firmata da un illustre collega di Spinetti, cioè il contrabbassista Paolino Della Porta, che ha pubblicato questo brano in Tales, lavoro per quartetto uscito nel 1993. In questo caso specifico la traccia viene isolata nella sua melodia portante e confinata al solo intervento di contrabbasso e batteria.
Vagabondi delle Stelle scivola sotto le dita della sua autrice, cioè Rita Marcotulli, che sostituisce Ceccarelli al piano. L'introduzione ondeggiante è di Spinetti, mentre il tema proposto alla melodica credo sia opera dello stesso Ceccarelli. L'improvvisazione della Marcotulli è elegantemente calibrata, tipica di quel suo mondo raccolto, immaginifico e armonico, che ben conosciamo. Ma prestando attenzione al pianoforte, dal minuto 2' e 26'' si avverte un cambio di timbrica e uno slittamento verso il canale audio di destra, dopo di che si ha la netta impressione di ascoltare una ripresa fatta con due pianoforti, uno per canale, forse con due pianisti diversi, oppure realizzata più plausibilmente con una sovraincisione.
Un altro se stesso – titolo vagamente schizoide – ha la musica di Paolo Fresu e il testo della Romano. Le parole sono gradevoli, non banali, e si incastonano bene all'interno della struttura melodica.
Chiude Versilia, di Luca Flores, classico brano eseguibile in trio, anche se l'originale pubblicato postumo nel disco doppio a nome Matt Jazz Quintet - Live nel 2003 aveva evidentemente l'apporto di un organico più numeroso. Una giusta chiusura per celebrare il ricordo di un eroe “minore” del jazz italiano, di cui, se non fosse stato per l'interesse suscitato dal libro di Walter Veltroni del 2007 – Il Disco del Mondo – si sarebbe probabilmente persa la memoria.

Spinetti si riempie di armonie interiori, innestandole in alcune tra le melodie più belle composte da jazzisti italiani. Lo fa esercitando quel suo naturale tono carezzevole con cui affronta il suo jazz, lontano dagli sperimentalismi e dalle nevrotiche ricerche di novità a tutti i costi. Semplicemente Spinetti suona ciò che gli piace, dimostrando una diversa modalità di percezione rispetto alle avanguardie, rese spesso ansiogene dall'ossessiva tensione di superare i propri limiti. Il repertorio dell'autore, da qualunque parte lo si veda, ha sempre mostrato un aspetto coerente, anche con i diversi partner con cui ha interagito fin qui nella sua carriera. La combinazione vincente di questo quartetto, occorre sottolinearlo, non è solo nella capacità esecutiva ma nel legame emotivo che ha tenuto insieme i suoi componenti e anche nel coraggio di mostrarsi per quello si vale, cioè un manipolo di musicisti contemporanei che ama la melodia senza provarne disagio.
Ferruccio Spinetti
Arie
CD Jando Music - Via Veneto Jazz 2022
Reperibile in streaming su Qobuz 16bit/44kHz e su Tidal 16bit/44kHz