Integrato ItaliAcoustic HSA-05S

02.02.2022

ItaliAcoustic è un giovanissimo e, per ora, piccolissimo marchio italiano. Attivo dal 2018, aveva presentato un solo prodotto, l’amplificatore di potenza HS1, vedi qui e qui , capace di un chilowatt di potenza, con il numero "1" della sua sigla perché è stato il primo del suo genere e che ha stupito, e non poco, chi ha avuto modo di ascoltarlo. Devo sottolineare, e ne sono felice, che ItaliAcoustic costruisce tutto in Italia, come è evidenziato diverse volte dentro e fuori gli apparecchi “made and designed in Italy”.

 

Ora sto provando un esemplare della preserie di quello che sarà il nuovo modello della ditta, basato sulla stessa tecnologia del citato finale, anche se ne è un’evoluzione: l’amplificatore integrato ItaliAcoustic HSA-05S con alimentatore esterno HPS-05T. Le sigle stanno per HS class Amplifier 0,5 kW Stereo con alimentatore esterno High grade Power Supply 0,5 kW Toroidal. Capace di fornire 126 watt per canale su 8 ohm e fino a 252 watt allo scendere dell’impedenza, si basa sull’innovativa e esclusiva classe HS di ItaliAcoustic, completamente analogica e registrata UIBM. La commercializzazione dell’HSA è prevista per questa prossima estate.

 

Il progettista e proprietario Rajko Marcon Quarta collabora con ReMusic e, chi volesse saperne qualcosa di più, può andare a leggersi un po’ di biografia qui e un po’ di informazioni tecniche applicate all’audio nella serie di articoli che inizia qui. Se avrete la pazienza di leggere appunto questa serie di articoli, soprattutto il primo di introduzione, vi spiegherete il sottotitolo di questa prova…

Desidero però essere più chiaro, perché sono convinto, e non me ne vogliano i colleghi, che in tutti questi ottimi articoli non sia stata evidenziata la portata delle interessantissime novità che stanno dentro questi amplificatori. Sono convinto che la loro esatta comprensione dovrebbe comportare una svolta nella riproduzione audio di alta qualità: piccola o grande non lo so, però sicuramente significativa.

 

Innanzitutto, individuiamo meglio la “persona dietro le cose” cioè il progettista. Marcon Quarta l’ho conosciuto di persona, grazie al direttore Castelli, solo recentemente. Le note biografiche prima citate qui le ha scritte lui stesso di suo pugno ma non rendono l’idea del “progettista” audio. È uno studioso con un rigido approccio scientifico alla progettazione, un avvicinamento fatto di equazioni scritte su una lavagna bianca e ricerche di topologie circuitali e di componenti all’altezza dei compiti richiesti. Conosce la fisica dei semiconduttori, non la teoria semplificata ma la meccanica quantistica che ci sta dietro, e ogni sua scelta di circuito o di componenti non è mai casuale e non è dettata da altro che non sia la ricerca del “meglio”. Un meglio che è perseguito, non in ordine di importanza ma come sequenza logica, in prima battuta con un’analisi tecnico-scientifica, in seconda dal conforto di misure di laboratorio e infine dall’ascolto: e qui si appoggia a un panel di ascoltatori qualificato, sempre in ossequio all’oggettività contro la soggettività. Completa il quadro il fatto che non è giovanissimo – il suo primo amplificatore lo fece più di trent’anni fa – e che ha speso tutta la propria carriera professionale di progettista free-lance lavorando in numerosi campi dell’elettronica e accumulando conoscenze ad ampio raggio. Conoscenze che, come vedremo, gli sono ora tornate utili.

 

Filosofia di progetto

Al di là delle note della prova di ascolto, che sono tutte nostre, mia e di altri colleghi, tutte le informazioni tecniche che leggerete provengono direttamente da Marcon Quarta, fatta salva una certa riservatezza su alcune parti che costituiscono il cuore del funzionamento dei suoi amplificatori.

 

Prima di scrivere della “classe HS” facciamo una piccola lista: Jeff Rowland Model 925, MBL Corona Line C15, Bel Canto Ref600M, PS Audio Stellar M1200, NAD C298 e altri ancora. Sono amplificatori finali di marche più che affermate e molto rispettate dalla comunità audio. So per certo che si tratta di apparecchi eccellenti. Il range di prezzo che coprono va dai duemila euro a venti volte tanto. Cosa c’entrano questi prodotti e perché li cito? Tutti, anche se sotto diverse diciture e con aggiustamenti più o meno significativi, hanno gli stadi di potenza in classe D, in molti casi basati tecnologia di terze parti, come ad esempio della Hypex o della Purifi di Bruno Putzeys. Quindi, a mio modo di vedere, questi costruttori si fidano abbastanza della classe D per fare dei prodotti costosi o costosissimi, anche se sembra che provino imbarazzo – pubblicitario – e debbano trovare, nelle brochure delle giustificazioni o degli aggiustamenti per dire che, sì, “è classe D ma noi l’abbiamo fatta meglio”. Ad esempio, nel sito di Jeff Rowland c’è scritto abbastanza cripticamente: “Cutting-edge Output Circuitry - Innovative class-D audio power technology is based upon a non-hysteresis 5th order self-oscillating control loop taking feedback only at the speaker output”. Salvo poi magnificarne le doti di potenza, di efficienza e di bassa resistenza di uscita – 3 milliohm nel caso di Jeff Rowland – che sono tipici della classe e difficilmente raggiungibili altrimenti.

 

Questo atteggiamento deriva dalla diffidenza degli audiofili, in alcuni casi da un intransigente ostracismo, verso quasi tutte le novità e verso la classe D in particolare. Alcuni girano la testa al solo sentirla nominare e altri dicono che va bene solo per il professionale – dove è ubiqua – come se lì fosse ammesso sentire “male” ma non per l’alta fedeltà. Quasi si rifiutano di ascoltare un apparecchio fatto in quel modo. Da qui l’ambiguità delle ditte prima citate, i reparti tecnici vogliono utilizzarla perché è vantaggiosa e va bene, con accorgimenti, però quelli del marketing preferiscono impacchettarla in un modo “non-D” per venderla.

 

Sembra una cosa senza senso ma invece un senso ce l’ha. La classe D ha in sé un enorme vantaggio, quello di far funzionare i dispositivi di potenza solo nelle loro condizioni ideali: o sono “spenti” o sono a piena conduzione. Infatti, i transistor non sono dispositivi lineari e in classe A o AB sono chiamati a condurre corrente attraverso tutto il loro range operativo e tra i due estremi – chiuso o aperto – si comportano in modo non lineare. Solo il genio di tanti progettisti ha permesso di ottenere, con correzioni – feedback con loop più o meno locali o i più avventurosi con il feedforward – e topologie circuitali anche complicate, autentiche gemme dell’audio accanto a tante altre cose che invece suonano male perché fatte da chi non sa.

Con la classe D ci sono problemi diversi da risolvere in quanto il paradigma di funzionamento è totalmente diverso, le sfide sono altre, ma non quella della non linearità dei finali. Il segnale di ingresso viene “imitato” da un qualcosa che chiamiamo, in modo sempliciotto, “comparatore”, che comunica con un'altra cosa che chiamiamo, ancora arrotondando, “modulatore”, che a sua volta fa generare ai finali degli impulsi ON/OFF di durata variabile: in inglese Pulse Width Modulation. La sequenza di questi impulsi, che sono generati a frequenze elevatissime tipicamente sopra i 300 kHz, viene convertita e filtrata in modo da riottenere in uscita una copia amplificata del segnale in ingresso. Se l’amplificatore è fatto bene, anzi benissimo, si saltano a piè pari i problemi di non linearità dei dispositivi finali di amplificazione. E la distorsione, che ricordiamo in fin dei conti è la differenza tra il segnale di ingresso e quello di uscita, diventa bassissima. Questo lo si ottiene con un’efficienza teorica che può superare il 90%, contro lo stentato 25% delle classi A e il 50-70% delle AB. Il che significa pochissima dispersione in calore e quindi un rumore termico più basso, la diminuzione delle variazioni operative dovute alla deriva termica e una lunga, lunghissima, durata dei componenti.

 

Il problema da risolvere, almeno quello più grande, sta nel fatto che, alle più alte frequenze del segnale di ingresso, quelle da un certo punto di vista più importanti per la corretta riproduzione Hi-Fi, ottenere la corretta modulazione della durata degli impulsi è difficile e questa può diventare imprecisa. Tant’è che i primi amplificatori in classe D – che nasce ufficialmente nel 1955 ma commercialmente si piazza a cavallo degli anni '80, un po’ di storia la trovate qui – si sono ben meritati la fama di suonare male. Che questo problema sia stato superato o molto attenuato lo dicono le recensioni e il successo degli apparecchi che ho elencato prima e il meritato seguito social, quasi da popstar, del prima citato Bruno Putzeys.

 

Cosa c’entra la classe D con l’apparecchio che stiamo provando? Poco, ma la descrizione era necessaria, perché i finali ItaliAcoustic NON lavorano in classe D ma, come quelli citati prima, funzionano a impulsi. Le analogie tra questi amplificatori si limita a questo fatto perché la classe di funzionamento è la classe HS, nuova, come detto in apertura. In questa modalità gli impulsi, a frequenze più alte, ben più di un milione al secondo nell’HSA, sono “costruiti” in modo del tutto diverso. La genialità e, almeno a mia conoscenza, la loro unicità, sta nel fatto che non solo hanno la durata che varia – "larghezza" è il termine corretto – ma anche l’altezza e la frequenza. Tutti questi parametri sono modulati in funzione di ciò che è meglio per la ricostruzione dello specifico segnale che si trova in ingresso in quel momento. In pratica il treno di impulsi in uscita ha una forma che lo rende molto più simile, anzi, sempre uguale a molto meno dell’uno per mille, una volta filtrato, alla forma d’onda in ingresso. Ottenere questo è stato difficile ed è costato al progettista un paio d’anni di continui affinamenti nella realizzazione dell’Engine che costituisce il cuore della classe HS. Classe che, già solo concettualmente, è decisamente meglio della classe D in qualsiasi sua forma evoluta ed è “più pulita in termini pratici”, una mia definizione, delle realizzazioni circuitali della classe A, AB o B, non dovendo “trovare rimedio” alle defaillance da non linearità, deriva termica, variazioni operative con il carico che affliggono, inevitabilmente, i finali che utilizzano queste classi di amplificazione.

 

Voglio però ribadire il concetto per provare a spiegarlo nel modo più semplice possibile. Gli amplificatori in classe A e AB sono device dependent, cioè i difetti ineliminabili dei componenti costringono il progettista a rimediare con circuiti di correzione, compensazione e altre invenzioni. Con la classe D questa dipendenza è meno pressante, i finali devono essere “solo” veloci nella commutazione, ma ci sono altri difetti da rimediare. Nella classe HS rimane il vantaggio dell’indipendenza dalle caratteristiche di linearità dei finali, che comunque sono scelti tra gli state of the art con tempi di chiusura-apertura di 7 nanosecondi, mentre i problemi di precisione e accuratezza alle alte frequenze che affliggono la classe D sono stati risolti a monte con scelte architetturali innovative, con margini operativi sovrabbondanti e con componenti di altissima qualità intrinseca: non c’è un transistor BJT, solo MOSFET.

 

Come detto, la classe HS riguarda l’amplificazione di potenza. Questo in prova è però un integrato e davanti a quello stadio ci sono una sezione di preamplificazione e un controllo di volume. Anche queste due sono particolari, non possiamo però definirle innovative come la classe HS perché, anche se lo stadio di guadagno in classe A ha prestazioni elevatissime e il controllo di volume a componenti discreti è completamente a stato solido e ha una curva custom, non è che siano cose mai viste prima. Entrambi sono realizzati con la medesima cura progettuale, con componenti selezionati e le differenze si sentono all’ascolto e si vedono al banco di misura.

 

Parlando di misure, l’HSA ha delle prestazioni impressionanti. Potenze elevate con un consumo e in un ingombro veramente ridotti, risposta in frequenza estesa e lineare, basse distorsioni, un damping factor talmente elevato da lasciare il cavo speaker come unico colpevole della sua misura globale. Il rumore di fondo è pressoché inesistente e quindi la dinamica è abbondantemente sopra i 100 dB. Se vi state già domandando come suona la risposta è benissimo, ve lo assicuro, ma ne parleremo tra un attimo, prima occorre spendere due parole sulla costruzione e sulle funzionalità dell’HSA-05S.

 

Costruzione

L’HSA-05S con il suo alimentatore HPS-05T non sono nemmeno lontanamente dei prodotti artigianali. Ogni singola parte è stata progettata al CAD - Computer Aided Design, sia per la meccanica che per le elettroniche. Il CAD specializzato per queste ultime ha ovviamente la libreria dei componenti che si è scelto di utilizzare – sono tutti miniaturizzati e per la maggior parte SMD, argomento su cui torneremo tra poco – e quindi gli ingombri e le posizioni dei contatti dei vari transistor, diodi, resistori e altri passivi. Questo significa che, oltre a essere disegnate con precisione, hanno anche dei file di istruzioni per le macchine a controllo numerico che poi le produrranno in serie. E visto che di componenti elettronici ce ne sono poco meno di mille, cioè tantissimi, e montati su schede multistrato, ecco che la sola idea di una produzione artigianale sarebbe ridicola. Questo garantisce l’uniformità della produzione e il fatto che in casa madre ogni singolo apparecchio ha una copia digitale e quindi che la manutenzione e l’update saranno sempre garantiti.

 

Vale la pena spendere due parole sul layout delle schede stampate, Marcon Quarta proviene dalla progettazione di apparati in alta frequenza e in quel campo le interferenze sono un male da evitare a tutti i costi. Nei nostri impianti domestici di riproduzione audio, la cosiddetta bassa frequenza - BF, questo è meno critico ma, per raggiungere dei risultati di eccellenza, lo sbroglio del circuito e il posizionamento reciproco delle piste, come anche la loro lunghezza e la schermatura dei percorsi di segnale, devono essere curati con la massima attenzione. E questo è stato fatto, minimizzando i percorsi e avendo cura che i disturbi, interni ed esterni fossero ridotti al minimo possibile. Visto che ne ho esperienza, posso dire che il livello realizzativo è simile a quello che si deve applicare alla componentistica aerospaziale.

 

Sull’estetica non mi soffermo, ci sono le foto, anche se il fatto di essere piccolo è sicuramente un plus, mentre sulla costruzione meccanica e sulle finiture dico che sono allo stesso livello delle realizzazioni Hi-End americane e tedesche, paesi in cui la lavorazione dell’alluminio e la cura delle finiture sono una tradizione e un segno distintivo. Forse la serie definitiva sarà leggermente diversa ma solo in qualche dettaglio – opacità del nero, qualcosa nell’ottagono che è il logo della casa – ma non nella sostanza e nell’attenzione ai particolari: ad esempio, le manopole sono in lega di alluminio e ricavate dal pieno, trattate per durare e non macchiarsi con l’acidità della pelle, sono prodotte in Italia. Il pannellino che si illumina di ambra sotto il logo superiore è di un polimero speciale che diffonde la luce nascondendone la sorgente puntiforme e viene dall’Austria. Per le meccaniche sono state scelte tre diverse leghe di alluminio invece dell'acciaio, perché quest'ultimo – ci dice il progettista – è più elastico e quindi potenzialmente risonante, cosa sempre da evitare su apparati audio. Ogni singola parte di questo integrato è stata scelta con solo due criteri: che fosse la cosa giusta per lo scopo e che fosse il meglio disponibile.

 

Avere quasi mille componenti pone anche un’altra sfida, quella della dispersione delle specifiche. Qui il problema è risolto a monte dal fatto che i componenti sono miniaturizzati, sia quelli SMD che i pochi through hole, oltre a dissipare meno energia hanno intrinsecamente tolleranze più strette. Dove non serve tanta accuratezza – perché si va per eccesso, come nei filtri di alimentazione – ci sono solo componenti con tolleranza massima dello 0,5%, mentre dove serve più precisione si scende allo 0,1% oppure a componenti che non hanno un numero percentuale perché misurano la dispersione delle caratteristiche in parti per milione.

Il tempo di invecchiamento non è nemmeno da prendere in considerazione perché, tranne forse per qualche condensatore elettrolitico, è realisticamente troppo lungo per essere anche solo citato.

 

L'alimentatore HPS è costruito con la stessa cura e materiali dell’HSA. Monta tre trasformatori toroidali di alta qualità, prodotti in Europa, ed è realizzato in due sezioni fisicamente separate, una per la bassa tensione, stabilizzata a 80 volt e una per la tensione di rete. La circuitazione è completamente lineare, quindi nessun regolatore switching, cosicché siano assenti i rumori irradiati o condotti. Questa separazione tra amplificatore e alimentatore, tra HPS e HSA intendiamo dire, aumenta sia la sicurezza nell'uso, perché separa galvanicamente la rete elettrica dal corpo dell’apparecchio che viene normalmente toccato, e, dal punto di vista audio, blocca qualsiasi rumore da essa, la rete elettrica a 230 volt, prima che raggiunga l'amplificatore. Questa è una cosa che piacerà molto agli audiofili che prestano molta attenzione alla cura delle connessioni elettriche.

La scocca dell’HPS è un monoblocco di alluminio con uno spessore di un centimetro che rende l'insieme del tutto privo di vibrazioni e maggiormente immune ai campi esterni.

 

ItaliAcoustic HSA-05S

 

Utilizzo

L’HSA è un integrato, del tipo minimalista, quindi ci sono tre ingressi: il primo, l’unico bilanciato con XLR sul pannello posteriore, può essere selezionato saltando la sezione di preamplificazione e il controllo di volume. La funzione si chiama direct, DIR sul pannello frontale, rendendo l’HSA un finale di potenza, mentre gli altri due ingressi, entrambi sbilanciati, gli RCA sul pannello posteriore, passano sempre attraverso la sezione pre. Lo possiamo definire un “integrato convertibile in finale”, il che ne aumenta la flessibilità.

 

Sul pannello posteriore oltre agli ingressi troviamo i quattro connettori per una coppia di diffusori e una presa marcata POWER che serve per l’alimentazione proveniente dall’HPS, con cavetto dedicato.

 

Sul frontale ci sono solo due manopole: a sinistra il volume/accensione-spegnimento e a destra il selettore degli ingressi. Entrambi i comandi sono dei potenziometri attraverso cui però non passa il segnale, servono solo a dire all’elettronica di controllo come comportarsi.

 

Per accendere l’HSA basta ruotare in senso orario il volume e l’apparecchio si mette in moto. Durante il bootstrap si accendono tutti i LED – c’è un breve “saluto” nel logo anche con i nostri colori nazionali – e subito dopo l’apparecchio si setta sul volume minimo – mute – e sull’ultimo ingresso selezionato prima dello spegnimento. Per aumentare il volume basta continuare a girare in verso orario. Cinque LED bianchi, illuminandosi in sequenza, indicano il livello impostato. Per spegnere basta girare in senso inverso fino a fondo corsa, si illumina un LED giallo che indica l’imminente spegnimento e che ti lascia un paio di secondi per ripensarci. Sul frontale c’è un sensore che regola la luminosità di tutti i LED in funzione della luce ambientale.

 

La sequenza della selezione è, in verso orario: LED blu DIR, modo con cui l’apparecchio è ora un semplice finale di potenza con i soli connettori XLR in ricezione – ma con dei semplici adattatori accetta anche segnali sbilanciati – e i cinque LED bianchi del volume indicano in questo caso il livello istantaneo, come un VU meter; LED verde ingresso bilanciato 1, che è lo stesso del DIR, solo che ora il segnale che entra negli XLR passa attraverso il preamplificatore; quindi LED verde ingresso 2 e poi ingresso 3, cioè le due coppie di connettori RCA. Tra il passaggio da un ingresso e l’altro c’è un brevissimo silenzio che evita il manifestarsi di rumori della commutazione.

 

Il LED di warning, lo stesso che segnala lo spegnimento, avverte, se si accendesse durante l’ascolto, che la distorsione ingresso-uscita sta superando l’uno per mille. Nel mio impianto non l’ho mai visto illuminarsi, neanche a volumi di ascolto elevatissimi, tranne una volta per un istante, quando ho combinato un pasticcio con il pre phono che ho attaccato all’HSA, circostanza in cui ho capito che funziona. Il suo eventuale accendersi comunque non indica l’intervento delle protezioni, semplicemente che la differenza tra ingresso e uscita supera l’uno per mille. Le protezioni, che ci sono, intervengono oltre questo limite quando la corrente diventa eccessiva o ci si avvicina, ma non lo si raggiunge ancora, al clipping.

 

Impressioni di ascolto

Io vado fiero del mio impianto perché, dopo anni di messe a punto, ho raggiunto un equilibrio soddisfacente tra soldi spesi e risultati raggiunti. Soprattutto sono soddisfatto di avere quello che mi interessa di più all’ascolto: un suono pieno con un’altissima definizione e bassa o inesistente fatica di ascolto. Certamente, non sono così presuntuoso da dire che è il meglio in assoluto, mi sono stati dati apparecchi e diffusori che miglioravano la situazione ma non avevo i soldi necessari o almeno non trovavo le motivazioni sufficienti per accendere un mutuo e tenerli.

Tutto questo fino al momento in cui ho messo l’HSA+HPS al posto dei miei pre e finali e, sì, li ho provati tutti. Dopo un pomeriggio ho dovuto constatare che per tutti era giunto il momento della pensione. Ho provato in tutti i modi a convincermi che ci fosse un solo aspetto, un singolo parametro in cui i miei apparecchi suonassero meglio di quello in prova. Non ci sono riuscito e le differenze erano “grandi”: tristemente grandi. Anche i bassi che con i miei riferimenti sembravano più presenti, potenti, erano in realtà solo più lunghi e slabbrati – e non li avevo mai percepiti così sguaiati in precedenza – e gli acuti che sembravano più prominenti alla fine erano più fastidiosi. Per non parlare del fatto che alcuni particolari delle registrazioni che conosco a memoria mi sembravano ora accompagnati da qualche altra piccola nuance che non avevo mai sentito.

Come tutti i miei colleghi che fanno questo mestiere, a tempo parziale o pieno, sono abituato a cercare le differenze tra un apparecchio e l’altro e a trovarle anche nei dettagli più piccoli. In questo caso non è necessario, le distanze tra l’apparecchio in prova e i riferimenti sono evidenti e insolitamente evidenti – in senso relativo, parlando di amplificatori – soprattutto su come si comportano i bassi e per il “controllo” del suono. Anche l’effetto loudness, più bassi e acuti, che si percepisce bene, ad esempio, tornando indietro dall’HSA-05S al mio Eagle 2 modificato appare ora per quel che in realtà è: una colorazione, un errore, prima non propriamente svelato. Insomma, un disastro per il mio ego.

 

Forte dell’esperienza che mi ha insegnato che molte delle differenze che sembrano evidenti diventano alla fine, dopo numerosi noiosissimi ascolti analitici, attenuate o inconsistenti, mi sono tenuto l’HSA – con bonifico in uscita – e l’ho messo alla prova per giorni e giorni. Alla fine, il verdetto si è cristallizzato ma non è cambiato. In effetti l’HSA, nel mio impianto, a confronto con le cose che ho a disposizione e a memoria con quelle che ho avuto a disposizione, cosa che ha minor valore statistico e che normalmente non considero, è il miglior amplificatore passato di qui.

 

A questo punto la prudenza è d’obbligo perché, anche se per me evidenti e chiarissime, alla fine si tratta sempre di osservazioni soggettive e questo apparecchio non ha ancora avuto una diffusione sufficiente per essere messo in prova in tutte le configurazioni possibili, con un gran numero di diffusori compresi quelli più complicati e con sorgenti di qualsiasi tipo.

Fatta salva questa premessa, però, quello che sento è che i bassi sono perfetti, profondi ma frenati, con la durezza giusta. Al punto che mi basta spostare i miei diffusori di dieci centimetri dalla parete di fondo per sentire delle differenze significative. Con i miei amplificatori abituali succede la stessa cosa ma in modo meno evidente, come se la definizione delle note gravi fosse stata influenzata non solo dall’interazione tra diffusore e ambiente ma, per una parte non trascurabile, a quella tra finale e woofer: cosa che sai che è vera ma che pensi sia meno critica con i finali a stato solido.

I medi si stagliano netti, precisi puliti e naturali. Non hanno niente di eufonico, sono semplicemente giusti. Se l’incisione è buona, attorno alle voci, agli assoli perfettamente in tono, c’è il nulla, il silenzio. Non ci sono risonanze, piccole asprezze o arrotondamenti. Nulla. Solo quello che presumibilmente c’è nella registrazione. E questa pulizia totale immancabilmente fa saltare fuori qualcosa che già c’era ma che era assorbita, affogata in piccoli difetti indotti. I particolari prima persi o sottovalutati escono ora fuori.

La parte che però più mi ha impressionato, viste tutte le cose che so, sono gli acuti. Da un amplificatore a impulsi non ti aspetti di sentire la migliore gamma acuta di sempre. Almeno la migliore nel tuo “sempre” che ti ricordi e che puoi confrontare: questo devo aggiungerlo ogni tre righe, non sarei onesto altrimenti. Vuol dire che c’è ancora da imparare qualcosa. Le qualità distintive sono le stesse che ho appena detto a proposito della gamma media, ma sono amplificate dal fatto che la musica a queste frequenze è più rarefatta, ci sono pochi strumenti che si spingono tanto in alto, e dal fatto che le armoniche che arrivano alle ottave superiori contano tanto, tantissimo, nella definizione, nel riconoscimento del timbro e del tono.

Se dovessi scegliere una sola parola per spiegare quello che sento non avrei dubbi: pulizia. Totale, assoluta. Questo apparecchio fa esattamente quello per cui è stato pensato, progettato e costruito. Amplificare senza aggiungere nulla e farlo con qualsiasi cosa gli si attacchi prima o dopo. Se c’è un esempio del “filo con guadagno” di Peter Walker, fondatore Quad, questo è l’HSA.

Ovviamente, grazie a questa mancanza di distorsione, colorazione, rumore e qualsiasi altra specie di difformità acustica, il resto, ovvero la ricostruzione della scena sonora, la dinamica, le dimensioni virtuali, tutte le cose che diciamo per cercare di spiegare come suona un apparecchio, vengono di conseguenza buone, ottime. Non è possibile il contrario.

 

Tutto sommato non mi dilungherei oltre. Me lo sono tenuto, ne sono felice, e aspetterò altro dalla stessa casa.

 

Conclusioni

In pratica le ho già anticipate ma vale la pena ribadire che l’apparecchio non è ancora in vendita, si tratta di una preserie e mi sentirei più a mio agio se avessimo ulteriori prove. Non penso di avere sorprese sul suono, piuttosto sarà utile, come dicevo prima, verificare il comportamento con un più ampio spettro di interfacciamenti.

 

Per quanto posso dire, però, il futuro prossimo della riproduzione audio di alta qualità potrebbe iniziare da apparecchi come questo. O proprio da questo.

 

 

Caratteristiche dichiarate dal produttore

Classe di lavoro: HS, analogica a impulsi
Banda passante: 7Hz-50kHz a -1dB, con fase controllata
Gamma dinamica: 115dB
Alimentazione: 230V con alimentatore dedicato HPS-05T lineare toroidale
Impedenza ingresso: 50kOhm per ingresso bilanciato e sbilanciato
Fattore di smorzamento: >400 a 8ohm
Impedenza di carico: nominale 4-16ohm, operativa 3-50ohm
Potenza di uscita per canale a 16ohm: 63W RMS con THD <1%, 50W RMS con THD <0,01%
Potenza di uscita per canale a 8ohm: 125W RMS con THD <1%, 100W RMS con THD <0,01%
Potenza di uscita per canale a 4ohm: 250W RMS con THD <1%, 200W RMS con THD <0,01%
Dimensioni: 21,5x7x20cm LxAxP
Peso: HSA-05S 3kg, HPS-05T 6kg

 

Distributore ufficiale Italia: distribuzione diretta, al sito ItaliAcoustic

Prezzo Italia alla data della recensione: esemplare provato preserie, prezzo a listino in via di definizione, contattare il produttore

Sistema utilizzato: all'impianto di Maurizio Fava

L'ItaliAcoustic HSA-05S e il suo alimentatore lineare toroidale HPS-05T
L'ItaliAcoustic HSA-05S e il suo alimentatore lineare toroidale HPS-05T
Retro dell'HSA.
Retro dell'HSA.
In basso a destra, la dicitura
In basso a destra, la dicitura "progettato e costruito in italia".
Retro dell'alimentatore HPS.
Retro dell'alimentatore HPS.
Resistenze di diverse dimensioni, nell’HSA sono usate quelle in basso.
Resistenze di diverse dimensioni, nell’HSA sono usate quelle in basso.
Le dimensioni tipiche delle resistenze utilizzate nell'HSA, 0,8 mm...
Le dimensioni tipiche delle resistenze utilizzate nell'HSA, 0,8 mm...
Transistor di diverse dimensioni, nell’HSA sono utilizzati solo quelli in basso.
Transistor di diverse dimensioni, nell’HSA sono utilizzati solo quelli in basso.
Vista interna dell’HSA.
Vista interna dell’HSA.
Scheda stampata che contiene l’engine della classe HS.
Scheda stampata che contiene l’engine della classe HS.
Particolare della scheda stampata dell’HSA.
Particolare della scheda stampata dell’HSA.
L'HSA durante il controllo all’accensione, con il logo colorato nei colori italiani.
L'HSA durante il controllo all’accensione, con il logo colorato nei colori italiani.

Torna su

Pubblicità

Banner Hi Fi Di Prinzio 336x280

Is this article available only in such a language?

Subscribe to our newsletter to receive more articles in your language!

 

Questo articolo esiste solo in questa lingua?

Iscriviti alla newsletter per ricevere gli articoli nella tua lingua!

 

Iscriviti ora!

Pubblicità