Jeremy Pelt | Woven

18.04.2025

Immagine principale © Eva Kapanadze 

 

Muovendosi costantemente tra le maglie della tradizione e di una certa ansia elettro-modernista, il quarantottenne musicista statunitense Jeremy Pelt mantiene, con la sua tromba, l'instancabile desiderio di esplorare la geografia del mondo sonoro senza realmente accasarsi in nessun luogo. Potremmo considerarlo come un nomade della ricerca musicale che però non dimentica mai la sua provenienza né i suoi riferimenti stilistici.

 

A proposito di questi ultimi, il ventaglio delle influenze non è poi così vasto, includendo all'interno dell'armata degli storici trombettisti USA, qualche nome icastico come quello di Miles Davis, Freddy Hubbard o Lee Morgan. Comunque sia, la tromba di Pelt – dopo venticinque album da solista e oltre una cinquantina di collaborazioni – la vediamo respirare con naturalezza, anche in quest'ultimo Woven, sia nei territori familiari del post-bop che in atmosfere più eteree e sperimentali, come quelle ripetutamente accennate in questo album. Il credo artistico di Pelt passa con noncuranza tra brani inediti e almeno quattro riproposizioni di pezzi suoi già pubblicati ma senza particolari stravolgimenti di struttura.

 

L'unico evidente rimescolamento lo ritroviamo nella formazione che l'assiste. Pelt conferma il suo amore per il vibrafono: ricordiamoci l'avvenente Chien Chien Lu in Soundtrack, del 2022, questa volta sostituita da Jalen Baker e, se non conosceste quest'ultimo, dovreste provare a dare un ascolto al suo recente Be Still del 2023... Una novità è l'ucraino Misha Mendelenko alla chitarra, così come il batterista Jared Spears, autore di interventi robusti, fantasiosi e ben articolati insieme al contrabbasso e basso elettrico di un membro stabile, da due anni a questa parte, del gruppo di Pelt, cioè Leighton Harrell. Ma la vera novità è la duplice presenza femminile di Marie-Ann Hedonia al synth – per i più puntigliosi, lo strumento elettronico su cui si è lavorato è il Buchla 200e – e la vocalist e pianista spagnola Mar Vilaseca che compare in un brano al canto.

 

Bisogna dire che la struttura tissutale, suggerita dal titolo dell'album, è sostenuta fondamentalmente dalla coppia vibrafono-chitarra offrendo un'intelaiatura cristallina e vibrante, capace di illuminare ogni dettaglio su cui si dispone la tromba inconfondibile di Pelt, un mix di ardore e intimità, sempre melodica e ben leggibile anche se spesso modificata da interventi elettronici, peraltro non nuovi alle scelte del trombettista californiano. Pelt si muove infatti con la sua consueta agilità, alternando momenti di declamazione vibrante a episodi di struggente delicatezza, senza mai perdere di vista una cantabilità di non complessa interpretazione che rende la sua musica facilmente accessibile. La costruzione armonica è sempre vigorosa, innescando un clima musicale ben sagomato, tanto che persino nelle ballate come Michelle e Fair Weather affiora in modo evidente l'attitudine al cambiamento tonale e il passaggio frequente da costruzioni di modo minore a maggiore, donando ai brani un’intrinseca sensazione di movimento, rifuggendo da ogni immobilismo troppo contemplativo. Il risultato finale è un album decisamente convincente, persuasivo nel suo assetto formale, una di quelle opere che si fanno intendere da subito come lavori di buona scuola e d'inventiva superiore.

 

Jeremy Pelt - Woven

 

L'esordio della sequenza dei brani è affidato a Prologue: Invention # 1, caratterizzato da una trama ripetitiva vibrafonica, dall'esordio della tromba di Pelt abbondantemente arricchita di effetti e da qualche rumore di fondo di synth.

Più completa appare Rhapsody, già precedentemente registrata in #Jiveculture (2016) con una superformazione allora composta da Carter, Drummond e Grissett. In questa versione, leggermente più aggressiva ma secondo me meno elegante della precedente, compaiono inizialmente gli aerei volteggi vocali della Vilaseca e una rete ritmica che ricorda le costruzioni di Zawinul. Tra insoliti lampi d'effettistica elettronica e la vivacità un po' cupa dell'impianto ritmico, volteggia la tromba “chiara nel sole”, per dirla come Omero, in una tracimante volontà di dare lustro all'ultima croma nel suo tornito fraseggio. Da valorizzare ancor di più il legame ritmico tra contrabbasso e batteria.

Arriva Afrofuturism con il suo bluesy swing dal tema aperto e pieno di vento, una tromba che si rammenta del Davis precedente a Bitches Brew. L'eccellente assolo di chitarra precede l'intervento di Pelt e anche il lavoro ardito e colorato di Baker al vibrafono. L'efficace walking bass del contrabbasso ribadisce il debito contratto col blues e l'atmosfera vagamente “noir” ancorata a un lirismo caldo e tradizionale.

13/14 fu originariamente prestata al contrabbassista Vicente Archer, che la incise nel suo Short Stories, nel 2023. La versione che compare in Woven non si discosta molto per quello che riguarda l'up-tempo della composizione ma in Short Stories c'era lo straordinario pianista Gerald Clayton come punto di riferimento. Qui invece cambiano le cose e sono la chitarra e il vibrafono a far da strumenti armonici. Anche questo brano resta nell'orbita della tradizione post-bop, ma le spiraliformi esplorazioni di Baker e soprattutto, almeno in questo caso, di Mendelenko, riescono quasi a oscurare le pur belle escursioni alla tromba sordinata di Pelt.

Anche Dreamcatcher è una vecchia composizione del trombettista losangeliano, pubblicata in origine sul suo album November, del 2008. Con l'allora collaborativo JD Allen al sax, Pelt proponeva un raddoppio di fiati che qui non c'è, ma devo dire che questa volta la versione contenuta in Woven mi pare addirittura migliore, al netto degli incomprensibili effetti elettronici della Hedonia. L'introduzione circolare di Baker al vibrafono s'intercala con un paio di note reiterate della chitarra mentre il vulcanico, eruttante in senso lavico, batterista Spears, esplode in una serie di interventi fortemente propulsivi che spingono in alto l'attività della nitida tromba. Il brano s'accende e combusta al punto giusto, tanto da rendere meno interessante la versione primitiva del 2008.

 

Jeremy Pelt

 

Michelle è una ballad in ¾, con una linea melodica addolcita dal suono morbido della tromba. Ascoltiamo anche un ottimo assolo di contrabbasso dell'imperturbabile Harrell che, pur non esponendosi mai sopra le righe, mantiene le fila della ritmica assieme alla batteria per tutto il percorso dell'album. Inserito in questo clima melodicamente mellow si trova a partecipare anche il vibrafono di Baker, encomiabile non solo per l'abilità tecnica ma anche per il senso della misura del suo intervento.

Fair Weather è un'altra ballad, più lenta della precedente, che avvicina la timbrica dello strumento di Pelt a quello di Chet Baker, adottando in questo frangente quasi una pensosa sensibilità, più attenta alla riflessione introvertita. E in effetti l'Autore dimostra in questo brano di possedere, tra le sue carte, anche quella del controllo di queste situazioni in cui conta molto l'equilibrio tra gli strumenti e l'agio espressivo del solista. La chitarra, con i suoi accordi lievi, ombreggia il brano con delicate sfumature che accentuano il rilievo della tromba. In definitiva, riguardo a questo brano, non potrei definirlo come molto originale ma egualmente ricco di fascino.

Invention # 2 / Black Conscience si allunga tra un mare di effetti elettronici fino alla comparsa di un netto riff di contrabbasso sul quale la chitarra distorta di Mendelenko si sovrappone ricopiandone le note. La batteria sostiene la musica col solito piglio deciso, mentre il vibrafono incornicia il tutto con le sue note ben azzeccate, mentre gli effetti elettronici impazzano con trame fosche che si continuano lungo tutti i dieci minuti circa di durata complessiva del brano. Effettivamente qui emerge la somiglianza con il Miles Davis ultimo periodo, sospeso tra funky e lunghi pezzi modali come questo, tra l'altro l'unico in questa forma in Woven.

Si chiude con Labyrinth, brano non inedito ma scritto nel periodo dei Creation per una band che non ha avuto, ai tempi – parliamo dei primi anni 2000 – la fortuna che forse avrebbe meritato. La traccia risente ancora di una certa impronta hard-bop, il ritmo è incalzante e tromba, chitarra e vibrafono ne approfittano per evidenziare tutte le loro doti tecniche, accelerando gli interventi e facendo correre le note come meglio possono.

 

Jeremy Pelt

 

 

Pelt non sembra inseguire stranezze a tutti costi e in effetti lascia scritto nelle note di copertina che “...non mi interessa il nuovo per il gusto della novità”. E Woven è tutto questo, un tessuto sonoro ricco di sfumature, dove la tradizione post-bop si intreccia con sonorità contemporanee, creando un album di classe a conferma dell'autorevolezza del suo Autore. Tengo a precisare, tra l'altro, che queste ultime righe non vogliono essere delle lusinghe a tavolino, data ormai l'esperienza quasi trentennale del musicista e contando anche il fatto non trascurabile che, sfogliando a random tra tutti i suoi lavori, non ne troverete uno, sono pronto a scommetterci, meno che encomiabile.

 

Jeremy Pelt

Woven

CD High Note Records 2024

Disponibile in streaming su Qobuz 24 bit/96kHz e Tidal qualità max fino a 24bit/192kHz

 

di Riccardo
Talamazzi
Leggi altri suoi articoli

Torna su

Pubblicità

Banner Hi Fi Di Prinzio 336x280
al sito Trau

Is this article available only in such a language?

Subscribe to our newsletter to receive more articles in your language!

 

Questo articolo esiste solo in questa lingua?

Iscriviti alla newsletter per ricevere gli articoli nella tua lingua!

 

Iscriviti ora!

Pubblicità