Se cerchiamo una musica che ci riappacifichi col mondo, qualora avessimo con questo qualche conto aperto, The Hands of Time del californiano Jesse DeNatale – nomen omen – sembra quasi essere stato progettato alla bisogna. L'album di cui ci occupiamo è un cantico per anime momentaneamente smarrite, sulla scia della consolidata tradizione statunitense dei folk singer. Però non di quella che si muove sulla sponda più vicina ai grandi come Dylan ma l'altra, quella che costeggia l'opera di tanti illustri minori come lo sono stati ad esempio Danny O'Keefe o John Prine oppure Jonathan Richman. Nel senso che il modello dei succitati autori raccoglieva personaggi non necessariamente interessati a comporre capolavori eclatanti e che comunque rimasero indifferenti alla possibile scelta di lasciare un segno indelebile del loro passaggio. Il loro obiettivo sembrava essere quello, semplicemente, di raccontare la vita senza farsi intrappolare da sofisticati concettualismi. Così come appunto si comporta oggi DeNatale, con la sua voce grezza ma docile e le sue storie che s'accentrano spesso sulla minuteria del reale, non senza l'accortezza di sfumare le proprie canzoni con alcune pennellate d'ironia. Certo, nemmeno DeNatale sfugge a qualche lamentatio sul tempo che passa e non torna più e del resto il titolo dell'album allude direttamente alle lancette di un orologio. Lui non ha il mito americano, retoricamente sovraesposto, della vita marginale o del beautiful loser. Al contrario, dopo l'esperienza Covid – che con lui, tra l'altro, ha picchiato duro – DeNatale ne è riemerso più fiducioso e speranzoso che mai con la sua apparente, svagata leggerezza e la scelta di comporre un album, il quarto della sua carriera, che non potremmo definire minimale ma comunque realizzato con pochi ed essenziali strumenti al seguito. Il suo non è un sentire antagonista, non propone scenari ribellistici. Possiede invece uno hook melodico di una certa fragilità, quasi parsimonioso, che acchiappa l'ascoltatore con naturalezza, ammorbidendolo coi suoi accordi semplici e le altrettanto fruibili armonie: c'è persino un famigerato giro di Do... Alla base di tutto è presente un atteggiamento sempre fiducioso, con un occhio di riguardo alle storie più sottotraccia e al microcosmo dei piccoli oggetti quotidiani.
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Su Rock and Roll Globe è riportata una dichiarazione esemplificativa dello stesso DeNatale: “...tutte queste cose sono state progettate per avvantaggiarmi, servirmi in qualche modo... sto parlando della sedia e della tazza, delle scarpe e della strada... e se guardi da vicino una qualsiasi di queste cose, c'è una piccola mappa di come sono arrivate effettivamente all'esistenza...”. Una traccia ingenua, se vogliamo, ma fondamentalmente onesta e che ritroviamo esplicitata nel suono disadorno di quest'album così sensibile e sfumatamente intenso.
La formazione impegnata in The Hands of Time prevede oltre all'autore presente su più fronti alla voce, alla chitarra acustica, piano, tastiere e armonica a bocca, anche Tom Heyman alla chitarra elettrica e pedal steel guitar, Paul Olguin al basso elettrico, il produttore Nino Moschella alla batteria, alle tastiere e ai cori. Infine, vi sono anche le ospitate di Alisa Rose al violino, con l'aggiunta del quartetto d'archi Zemlinsky.

L'album si apre con Right Before my Eyes, una sfumata ballata dall'abito frizzante con tanto d'archi e un pizzicato di violino che rinforza la semplice componente ritmica, accompagnando la melodia delicata e quasi mormorata dallo stesso DeNatale.
Sweet Arrival ha un passo d'apertura simile allo stile di Neil Young, evidenziandosi come una ballata rock in modalità crepuscolare dalla struttura classica e che non disdegna di far intendere una certa tenerezza espressiva tra le righe. L'andamento che si sviluppa successivamente potrebbe entrare addirittura in orbita “vanmorrisoniana”, se non fosse per l'impostazione vocale di DeNatale, molto più nebbiosa.
Segue Where I Am, un mid-tempo che suona come una country ballad, un piccolo paradiso di chitarre acustiche ed elettriche, oserei definirlo un incantesimo fatto di nulla, nonostante la voce malcerta di DeNatale sorretta in più punti dal coro e il pezzo rifinito da poche e idonee note di piano.
The Hat Shop si surriscalda con un semplice 2/4 in un brano che non sarebbe stato male nemmeno nella gola più mefistofelica di un Tom Waits, tra l'altro uno dei più ferventi ammiratori di DeNatale. Ma il nostro californiano non ha il cuore immerso nel nerofumo come Waits e la direzione della canzone è quasi sbarazzina, orientandosi di più verso un vitalistico e fanciullesco incedere alla Jonathan Richman.
Love Is è un puro brano dai ritmi pop, certamente orecchiabile per definizione, ma che banalizza il livello generale dell'album.

Meglio Streets of Sorrows, con un inizio corale sotto forma di gospel appena accennato e che fa intuire una direzione diversa da quella che invece il brano intraprende. Il tono apparentemente scanzonato della melodia non viene abbandonato dalla parte corale che tornerà a più riprese, frammista alle note d'organo di Moschella. Batteria in brushing, chitarrina acustica che segna gli accordi e qualche intervento, sempre più che discreto, del piano. L'assolo di chitarra acustica nel finale si destreggia tra organo, cori e piatti di batteria.
Con Stop the World si toccano per la prima volta dei toni drammatici avvolti in una specie di reggae blues con l'organo che imposta una trama continua sul fondo, mentre qualche arpeggio di chitarra elettrica s'inframmezza tra il cantato. Ritornello alla Bob Marley, dai toni innodici, con l'armonica a bocca dell'autore in chiusura.
La title track The Hands of Time ha qualche velleità dylaniana e con i suoi cinque minuti di musica gode degli interventi di chitarra elettrica di Heyman. Un ritornello cucito da qualche accordo di piano che s'impegna in una melodia levigata e ben scandita, fiorendo circa a metà brano e accompagnandolo al finale.
Station Master è una ballata dai toni intimisti impostata sulla chitarra acustica e con una steel guitar in sottofondo che immalinconisce il clima. Una ritmica minimale, un basso regolare e la soffice batteria fanno da cornice al brano.
Late September si crea su un giro armonico molto sfruttato. Eppure, vuoi per l'accompagnamento azzeccato degli archi o per la voce suadente e amichevole di DeNatale, quest'altra ballata si dondola in una polverosa essenzialità e conclude l'album nel migliore dei modi, mantenendo il segreto della sua semplicità.

Questo disco porta con sé una fragranza d'altri tempi, inutile negarlo. Da questo punto di vista potremmo considerarlo in linea con il lavoro di Sam Burton, già recensito su ReMusic qui. Ma la sua qualità preponderante è il modo di sfrondare le canzoni tagliando tutto quello che si può eliminare, ogni sfarfallio vocale, ogni strumentazione inutile. Niente effetti elettronici, niente acrobazie garrule né orpelli in aggiunta. DeNatale getta un ponte sopra l'umanità in subbuglio, come racconta nel brano Stop the World, proponendo empaticamente un Altrove possibile e qualche certezza in più a portata di mano.
Jesse DeNatale
The Hands of Time
CD e LP Blue Arrow Records 2023
Disponibile in streaming su Qobuz 16bit/44kHz e Tidal alta qualità alta 16 bit/44kHz