Jordan Williams - Playing by Ear

13.02.2026
Jordan Williams
Jordan Williams

Non so quanto di vero ci sia nel titolo dell'album di debutto del pianista di Philadelphia Jordan Williams, questo Playing by Ear pubblicato con occhio lungimirante dalla milanese Red Records. “Suonare ad orecchio”, per un musicista appena trentenne proveniente da studi non solo relativi al jazz ma anche legati a un percorso classico, è evidentemente una condizione da escludere. Piuttosto, probabilmente, il titolo vuole alludere a una certa spontaneità improvvisativa, a quell'apertura mentale ed emotiva che caratterizza buona parte dei jazzisti quando si fanno guidare non solo dalla tecnica e dalle armonie funzionali ma anche, talora soprattutto, dall'estro del momento. Si tratterebbe, quindi, di un invito a seguire il flusso degli impulsi, quel pianismo agile che attraversa l'album e lo tiene unito nelle sue diverse parti con sorprendente naturalezza. Il tutto si dispone a configurarsi come un atto coerente di articolazione del rapporto tra istinto – che nel jazz non dovrebbe mai mancare – e struttura.

 

Williams mette in campo un chiaroscuro dinamico che governa l’intero album nell'alternanza sistematica tra densità e rarefazione, linearità melodica e deviazioni ritmiche ben controllate. C’è un senso di scoperta, quasi di rivelazione, che attraversa Playing by Ear, nel percepire come la freschezza portata dal suo Autore si connaturi con la tradizione che entra, a buon diritto, come parte integrante di questo lavoro.

 

E ci entra anche con la scelta dei suoi sodali, a formare un quartetto intergenerazionale che sembra funzionale all’indagine sul continuum evolutivo del linguaggio jazzistico, come ad esempio per il trombettista Wallace Roney Jr, figlio di quel Wallace senior che fu l'unico allievo diretto, nonché amico, di Miles Davis. In questa formazione la tromba ha una sonorità più penetrante di quella di Roney Senior, che qui appare più incline all’esplorazione timbrica che non alla gravitas ereditata dal padre. Per ricordare poi anche il contrabbassista Nat Reeves, al fianco dello stesso Williams, che ha passato gran parte della sua vita suonando con Eric Alexander, Kenny Garrett, Harold Mabern, Jackie McLean, per citare solo i nomi più famosi. In ultimo, c'è l'ulteriore presenza importante di quella forza della Natura che è il batterista Jeff “Tain” Watts, che vanta collaborazioni con Wynton e Brandford Marsalis, Betty Carter, Michael Brecker, Alice Coltrane... Tra l'altro ricordo l'energia dirompente di quest'ultimo in un recente album pubblicato lo scorso anno, WAW, con Carl Winther e Richard Andersson. Qui invece, a fianco di Williams, il batterista si contiene maggiormente, accompagnando ogni deviazione del pianista e sostenendone la ricerca di spontaneità. Lo stesso Williams corre sulla tastiera del pianoforte con un personale stile piuttosto percussivo dove ogni frase diventa una corrente che scivola, volutamente irregolare e luminosa, verso una meta sempre in via di formazione.

 

Sono spesso in imbarazzo quando si tratta di trovare dei nomi di riferimento riguardo a qualsiasi musicista, in particolar modo quando si tratta di un giovane pianista sicuramente in crescita come Williams. Direi che l'orientamento prevalente è quello di un hard bop – e qui i maestri nominabili sono davvero tanti – e citare Bud Powell e Hancock è solo poco più di un atto dovuto.

 

Il repertorio alterna due originali firmati da Reeves a sei riletture che suonano personali, vive, radicate nella tradizione afroamericana ma tese verso un altrove contemporaneo. Williams, come già accennato, forte della sua formazione classica alla George Washington University, scolpisce ogni frase con tocco nitido, ma poi lascia andare le geometrie per affidarsi a una voce ammaliante che emerge dal cuore dello strumento. La lettura leggera e disinvolta evita la retorica per concentrarsi invece su una ricontestualizzazione sobria e analitica. Il quartetto suona con piacevole esuberanza senza essere ridondante e dimostra una vitalità che vibra sotto la superficie, pronta a emergere nelle svolte improvvise, nei respiri sospesi, nelle traiettorie che si intrecciano senza soffocarsi.

 

Jordan Williams - Playing by Ear

 

One Finger Snap era il brano di apertura dell'album Empyrean Isles realizzato da Herbie Hancock nel 1964. La traccia funge un po' da vetrina per la qualità tecnica degli strumentisti che evidentemente non vogliono sfigurare di fronte alla formazione originale di quell'album dove, accanto all'autore, suonavano niente di meno che Freddie Hubbard alla tromba, Ron Carter al contrabbasso e Tony Williams alla batteria. Forse Hubbard aveva più spazio aperto ma qui, in Playing By Ear, assistiamo all'indiavolato bebop del pianista e tutto sommato, pur con i doverosi distinguo, questa versione non perde di vista il focus emotivo della composizione, lasciando per esempio abbondante respiro al vulcanico Jeff “Tain” Watts.

Waltz for Ellis è firmata dal contrabbassista Nat Reeves ed è un brano che si presenta a metà strada in una forma strutturata tra mid-tempo e ballad. Il tracciato è transennato dall'autocontrollo dei musicisti, consapevoli del momento introvertito del pezzo. Il contrabbasso spinge con le sue note a scalare, quasi a simulare una discesa nell'alveo del ricordo, mentre Williams non si lascia sfuggire qualche citazione “billevansiana”, dimostrando di possedere un attivo cifrario melodico, oltre all'atteggiamento da hardbopper. Molto appropriato l'assolo elegante dello stesso Reeves.

Steepian Faith faceva parte dell'album Kenny Kirkland, pubblicato dall'omonimo pianista di Newport nel 1991. La musica si sporge in questo caso verso il recupero dello swing, allontanandosi dall'originale infarcito di tastiere e sax. Il brano è come se venisse un po' asciugato, dimensionato in modo tale da rivelarsi in una nuova, brillante veste luccicante gestita dalla verve di Willams e dalla tromba di Roney Jr. C'è da dire che l'architettura pianistica non mostra certo alcun momento esitante. Menzione particolare per l'equilibrio ritmico, soprattutto per l'azione legante del contrabbasso.

Un ulteriore brano di Nat Reeves, Blue Ridge, si muove tra blues e swing, seguendo un flusso all'insegna del mainstream. Questa volta è la tromba a tracciare il tema, mentre un accompagnamento gestito armonicamente da un bel pianoforte che suona accordi pieni intercalati a frammenti melodici, naturalmente in veste hard bop, s'incarica di condurre con sé il seguito della ritmica.

 

Jordan Williams

 

Tayamisha proviene dall'estro del contrabbassista Buster Williams, tratto dall'album Unalome del 2023. Dopo un preludio di sei brevi frasi introduttive che costituiscono lo schematico tema del brano, Williams si trova evidentemente a proprio agio tra l'empito turbinoso dei ritmi bop, coadiuvato dall'impegno di Reeves e Watts. Il pezzo si appoggia sul rapporto a tre, con assolo di contrabbasso, rallentamenti strategici e ruolo di primo piano del batterista ma è inutile far notare come la parte del leone spetti alla partecipazione del pianista.

Non appena l'impianto ritmico si abbassa, come ad esempio nel brano che segue, Peace, di Horace Silver, scritta nel 1959 e proveniente dall'album Blowin' the Blues Away, tutta la scena sonora prende più luce e questa volta gioca molto la tromba di Roney Jr, di grande nitore sentimentale. Williams si accoda al mood della traccia dimostrando a tutti gli effetti la sua duttilità nell'interpretare aspetti differenti di atmosfere anche contrastanti. Comunque il suo pianismo tende a calamitarsi verso frasi più strette, dove la sua tastiera riesce a “rubare” più note in tempi brevi, caratteristica comune dei migliori boppers.

Ms Baja è un estratto dall'album Songbook, 1997, ed è un brano del sassofonista Kenny Garrett. L'album di Garrett ha diversi punti in comune con questo di Williams, dato che la sezione ritmica è la stessa. Mancando il sax, ovviamente è il pianoforte che si carica sulle spalle il peso tematico e ogni intreccio melodico. I tempi, più marcatamente sudamericani nel lavoro di Garrett, sono qui un po' più sfumati e il pianista ci sorprende per saper abitare anche una forma rilassata quasi lounge, come in questo caso. Ma il demone del bebop possiede Williams fino al midollo e dal suo modo d'intendere lo sviluppo di questo pezzo, comprendiamo la profonda differenza che esiste tra lui e un qualsiasi entertainer, anche se di lusso...

Left Alone è opera del grande pianista Mal Waldron e appartiene all'album omonimo del 1959. Il brano ha un testo scritto da Billie Holiday – Waldron fu uno dei più assidui pianisti che accompagnarono la cantante – ma in questo frangente, in cui non c'è canto, ciò che importa è la struttura solamente musicale. Nella versione originale era presente il contralto di Jackie McLean e qui, ovviamente, il discorso viene limitatamente sviluppato nella formula a trio. L'aspetto riflessivo e introverso del brano si diluisce un poco nello stile a tratti “malinconicamente brioso” proprio di Williams, che si manifesta soprattutto nei brani più temperati come questo.

 

Jordan Williams

 

Williams utilizza l’improvvisazione non come spazio di libertà indistinta ma come campo regolato in cui l’ascolto reciproco, la gestione del tempo e il controllo timbrico diventano parametri cognitivi prima ancora che espressivi. La spontaneità evocata dal titolo non coincide con l’assenza di metodo, bensì con una fiducia consapevole nella competenza acquisita, una pratica che presuppone interiorizzazione profonda delle strutture, al punto da poterle sospendere senza smarrirne la funzione. L’album si colloca così in una zona intermedia tra continuità e ridefinizione del linguaggio jazzistico contemporaneo, evitando sia il feticismo della tradizione sia l’ansia dell’innovazione a ogni costo. Playing by Ear è un lavoro che invita a un ascolto riflessivo, attento alle relazioni interne e alle micro-dinamiche del dialogo strumentale, confermando Jordan Williams come una nuova e raffinata realtà esordiente nell'ambito del jazz.

 

Jordan Williams

Playing by Ear

CD Red Records 2026

Disponibile in streaming su Qobuz 24bit/48kHz, su Tidal qualità max fino a 24bit/192 kHz e Spotify 24bit/44kHz con scelta di default nelle impostazioni generali.  

 

di Riccardo
Talamazzi
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