L’impianto entry level ReMusic | Consigli parziali per neofiti totali

09.01.2019..

Nella foto principale, l'attore Yul Brynner nella propria sala d'ascolto.


Introduzione

Chi ha cinquanta o sessanta anni si ricorderà di sicuro il famoso rack degli anni ’70, ovvero il mobiletto, presente praticamente in tutti i soggiorni delle nostre abitazioni, che serviva per contenere lo “stereo”. Era un must, un orgoglio da mostrare agli amici e ai parenti con il che giradischi troneggiava, rigorosamente sopra e all’interno, riparato da un vetro antipolvere, poi l’amplificatore, il riproduttore di musicassette – a volte a doppia piastra, per duplicarle, il sintonizzatore e, negli impianti più sofisticati, l’equalizzatore a dieci bande di frequenza regolabili. Ovviamente il tutto era collegato a due “casse”, due diffusori che, ahimè, venivano collocati nei posti più improbabili dal punto di vista della correttezza sonora, per esempio in cima a librerie alte due metri e mezzo, oppure uno davanti e uno dietro il punto d’ascolto, o ancora affiancati o sovrapposti l’uno sull’altro. Se per puro caso si riusciva a metterli nella posizione più logica, quella che idealmente forma un triangolo isoscele i cui vertici sono le due casse e l’ascoltatore, proprio per usufruire di un corretto ascolto cosiddetto “stereofonico”, state pur certi che la mamma gli avrebbe messo sopra due bei vasi di fiori!

 

1990-2013

 

Oggi, anzi da parecchi anni, in un soggiorno tipo ci sono ancora divani e mobili, ma questi ultimi sono quasi sempre bassi e lunghie per un semplice motivo: sopra ci va un 50 o 60 pollici a LED! Di rack o di impianti Hi-Fi, nemmeno l’ombra. Ci si fa bastare al massimo un affare lungo quanto il TV e pieno zeppo di altoparlantini – chiamasi soundbar, forse perché il suono che ne esce è tipo quello che si ascolta nei bar affollati? – che ha nella maggior parte delle abitazioni normali soppiantato il famigerato Home Theatre, quello dei 6.1, 7.1, X.1 canali, cioè sei, sette, X casse più il micidiale cubone subwoofer. Per due motivi: i soldi spesi non hanno dato i risultati promessi e sperati. E, soprattutto, le mogli inferocite per le troppe casse e relativi cavi in giro per il soggiorno hanno minacciato divorzi o, peggio, defenestrazioni: di diffusori e/o di mariti.

La TV ha sostituito alla grande ogni altro tipo d’intrattenimento domestico, non considerando il PC, che reputo un altro genere di occupazione. È stata segnalata la sopravvivenza di qualche radio, ma i rari esemplari sono ormai confinati nelle cucine. Mi chiedo, da italiano, cioè da abitante di un paese invidiato in tutto il mondo civile per l’opera lirica e per i tantissimi compositori, cantanti, direttori d’orchestra, soprattutto nell’ambito della musica classica, magari un po’ meno per rock o jazz. Mi chiedo, dicevo, dove sono finiti gli appassionati di musica? Non calcoliamo i giovani o chi fa jogging con le cuffiette, che tutto sommato la musica anche se male e spesso di bassa qualità l’ascolta. Ma, gli altri, per esempio chi ha quaranta, cinquanta o sessant’anni: ascolta ancora qualcosa? E se non ascoltano più, perché? Si rendono conto di cosa si perdono?

 

Tutta questa introduzione per parlare di come si può facilmente tornare ad appassionarsi di ciò che non molti anni fa faceva passare ore rapiti e incantati davanti a un giradischi e a un suono che, seppur non perfetto, emanava un fascino irrinunciabile! Non voglio entrare nella questione della fruizione della musica come evento culturale, anche se lo è: mi sentirei pedante. Mi basterebbe riuscire a trasmettere i concetti d’intrattenimento e godimento intellettuale, di effetto anti-noia e antistress, di momenti di relax passati comodamente in casa con chi si ama o con amic, e sarei già soddisfatto. Jazz, rock, classica, pop, brasiliana, napoletana, folk, lirica o altro: non importa. Ognuno di noi è giusto abbia delle preferenze, è logico, ma “perle” si trovano in ogni genere musicale. Abbiamo qualche secolo di musica alle spalle… e speriamo anche davanti a noi.

 

A proposito, non è vero che nella musica d’oggi ci sono solo schifezze. Basta informarsi e ascoltare e avere la curiosità intellettuale di cercare e si avrà la gioia di fare delle scoperte. Oltretutto, oggi, con l’avvento della cosiddetta “musica liquida”, cioè musica non più su supporti solidi come CD o LP ma reperibile in streaming, abbiamo a disposizione milioni di titoli di migliaia di artisti di ogni genere.

 

Ma veniamo al nocciolo della questione: l’Hi-Fi. Avrete capito che sono un vecchio appassionato di Alta Fedeltà. O di “stereo”. O di Hi-End che sarebbe quella più esclusiva, quella di alto livello. O, perché no, semplicemente di riproduzione del suono: chiamatela come volete. In realtà sono appassionato di musica e sono appassionato di una cosa semplicissima: sentirla bene. A volte esagero, come quando cambio i cavi sperando di sentire chissà quali differenze di suono nell’impianto che possiedo. Spero che quasi nessuno di chi sta leggendo arrivi a ciò, ma due parole sull’Hi-Fi, a favore dell’Hi-Fi, le spendo volentieri. Perché l’Hi-Fi? Potrebbe essere il titolo dell’articolo. Semplice, l’ho già detto. Perché con un impianto decente la musica che si ascolta è “nettamente” più bella, più godibile, più somigliante all’evento reale, più coinvolgente, più stimolante. Controindicazioni: nessuna.

È roba da ricchi, mi dicevano un sacco di amici. Non è vero. Nemmeno in tempi di crisi come questi. Con un migliaio di euro si può già mettere insieme un impiantino più che decente e ben suonante.

Porta via spazio. Non è vero. La tecnologia ha fatto passi da gigante, ormai diffusori anche piccoletti suonano in maniera incredibile, gli amplificatori ci sono di tutte le taglie possibili, anche XXS.

E mai come oggi si ha la possibilità di scelta tra diverse sorgenti di segnale: il classico lettore di Compact Disc, il giradischi e i vinili, tornati di gran moda, le radio DAB e le radio Internet in streaming, la musica da PC.

Anche i videofili possono beneficiarne. Un ampli sotto il televisore e due diffusori di qualità ai lati fanno ascoltare comunque bene e senza complicazioni l’audio e le musiche dei film: beh, il T-rex non ti passa dietro le spalle in multi surround apocalittico ma possiamo farcene una ragione… Amici mi dicono che da quando sono tornati all’ascolto della musica con un impianto Hi-Fi, la TV rimane molto più spenta e il cervello, i sensi, rimangono molto più accesi.

 

Le sorgenti sonore

Ho terminato il precedente capitoletto dicendo che potrebbe essere un argomento interessante “come mettere insieme un impianto Hi-Fi”. Mi scusi chi eventualmente è già un esperto, un audiofilo, se parlo di concetti base, semplici, quasi banali, ma questo articolo è dedicato a chi volesse iniziare ad ascoltare musica decentemente. Apro una parentesi a tal proposito. Sovente i musicisti sono i peggiori “ascoltatori” di musica, nel senso che sono così presi, così coinvolti, che basta loro ascoltare, anche se non bene. Non gliene frega niente del mezzo, interessa solo il fine…

NdR | Probabilmente al musicista interessa più la scrittura, la partitura della musica, più che la verosimiglianza dei suoni riprodotti a quelli originali.

Da un lato approvo i musicisti: la musica in realtà dovrebbe essere ascoltata comunque, in qualunque posto, in qualsiasi modo. Però, c’è un però… se si può ascoltare bene, perché ascoltare male? Vi assicuro, non solo per mia esperienza, che le differenze sono notevoli e val la pena di impegnarsi un po’, anche dal punto di vista economico, per avere un sistema di riproduzione, in casa nostra, decente. “Ma tanto non si avrà mai il suono dell’evento originale” è la contestazione più frequente. Ma certo: di originale non c’è più nulla. Il suono passa attraverso microfoni, filtri, mixer, subisce la manipolazione dei tecnici del suono, finisce in un supporto tipo LP o CD, passa infine dal nostro impianto e nel nostro ambiente, cioè subisce una serie di passaggi tali che in effetti il termine “Alta Fedeltà” è davvero improprio. A me piace più parlare di riproduzione del suono… Se comunque un sistema domestico riesce a dare qualche emozione, a far rivivere anche in minima parte quello che potremmo aver sentito a un evento dal vivo o che è stato registrato in studio, ecco che lo scopo dell’Hi-Fi è raggiunto. Quando il timbro di uno strumento è corretto, quando le voci di chi canta sono verosimili, quando addirittura si percepiscono i diversi “piani sonori”, cioè si riescono a collocare idealmente i vari strumenti più avanti o più indietro l’uno rispetto all’altro, allora sì che gli ascolti diventano appaganti. Indipendentemente dal livello sonoro al quale si ascolta, perché non è necessario ascoltare ad alti volumi.

 

Torniamo all’impianto base. Lo streaming impera, ma quello tradizionale più diffuso è ancora il trittico composto da lettore di compact disc, amplificatore integrato e una coppia di diffusori. Il lettore ha soppiantato negli anni passati, appena dopo il 1980, il giradischi, anche se questo è rimasto, anzi si è sempre più evoluto e raffinato presso i super-appassionati, i duri e puri dell’Hi-Fi, i quali hanno sempre sostenuto la superiorità sonora dell’LP rispetto al CD. Con molte ragioni. Ma la comodità d’uso del dischetto argentato, la spinta della pubblicità delle aziende, forse la voglia di novità ha fatto sì che nella maggior parte degli impianti ancora oggi il “giracd” sia la sorgente sonora più usata. Il lettore è di una semplicità esagerata: do per scontato di non usare le strane funzioni presenti sul telecomando tipo la ripetizione di una parte di un brano, l’eliminazione di alcuni di essi, l’impostazione di ascolto casuale, come se di un libro si potesse leggere prima il capitolo cinque, poi l’uno, poi il sette… ON, EJECT, si appoggia il dischetto, PLAY e si ascolta tutto senza nemmeno alzarsi dal divano, come si faceva una volta per passare dal lato A al lato B del vinile. Consiglierei a chi ha un lettore o una meccanica CD di tenerseli stretti e soprattutto di girare per negozi o per siti e comprarsi quanti più possibile compact disc. Mai come oggi si trovano a prezzi ridicoli, intorno ai cinque euro, dischetti di ogni genere, in particolare classici del jazz o del rock che non dovrebbero mancare in una discoteca che si voglia definire tale.

 

A chi ha un giradischi e lo usa con soddisfazione, da sempre ritengo sia inutile dare consigli, perché probabilmente non ne ha bisogno. Invece a chi vuol seguire la moda del momento e vuol comprarselo ricordo che ha sì fascino ma richiede manutenzione, attenzioni, spazio. Che gli LP non sono propriamente economici e vanno tenuti con cura. Che un giradischi di alto livello suona spesso meglio di un lettore di CD, ma un giradischi di basso livello non sempre. E che bambini e donne delle pulizie hanno una particolare attrazione per le fragilissime puntine: per i più giovani e le signore: la puntina è quella cosa che va poggiata sul solco dei dischi neri, i vinili, gli LP.

 

Un ultimo cenno riguardo alle sorgenti. Come accennavo si sta sempre più affermando e diffondendo la “musica liquida”, cioè i file musicali scaricabili da software multimediali. L’unico aspetto che mi lascia personalmente ancora perplesso riguarda le modalità di conversione del segnale digitale, sempre in evoluzione, ma questi sono discorsi più complessi che non vanno tirati in ballo in questa sede. Va invece ricordato che, tramite computer o con apparecchi tipo i network player o i music server – comandabili dalla poltrona con un PC portatile, un tablet o uno smartphone – chiunque ha la possibilità di accedere a migliaia e migliaia di titoli, nella maggior parte dei casi al costo di un semplice abbonamento. Anche un personal computer può essere ottimizzato per diventare una sorgente audio di qualità. Come accennavo prima sono in commercio dispositivi compatti dove si possono anche memorizzare i propri dischetti audio e i vinili registrandoli in qualità CD. Da poco sono disponibili apparecchi che al loro interno hanno: lettore CD, radio FM, radio DAB, cioè digitali, ricevitore Bluetooth, ricevitore di rete wireless, convertitore digitale/analogico e analogico/digitale, e sono compatibili con praticamente tutti i formati possibili come MP3, FLAC, ecc. E in più a volte presentano schermi touchscreen a colori di facile gestione.

 

Il prossimo capitolo accennerà all’amplificazione. Non prendetela come una minaccia, mi raccomando!

 

L’amplificazione

Il segnale a basso livello che esce dal giradischi, dal lettore di compact disc, dalla “radio”, dal convertitore digitale/analogico se usiamo un PC come sorgente, deve, per pilotare i diffusori, cioè per far loro emettere un suono, essere amplificato. Amplificato vuol dire che quel basso livello di uscita va semplicemente portato a un livello più alto. Facile, no? E allora perché ci sono amplificatori da 200 euro e amplificatori da 20.000 o più? Perché se aumento di livello un segnale puro – o quasi – non ci sono – o quasi – problemi. Se invece aumento un segnale già contenente distorsioni o se mentre lo faccio introduco io stesso distorsioni, le cose si complicano e il suono peggiora. Migliore è un ampli, meglio è in grado di amplificare con correttezza e con potenza elevata e/o indistorta diffusori “difficili” e vedremo prossimamente cosa significa questo concetto. Oltretutto, un conto è se le potenze in gioco sono basse, un altro se le potenze, i famosi watt, diventano tanti. Riferisco una nota curiosa. Chi non è molto addentro al mondo dell’Hi-Fi fa sempre un errore, chiede quanti watt hanno i diffusori, perché vede scritto sul retro degli stessi o sui dépliant indicazioni del tipo 20-100 W. I diffusori non hanno, non producono potenza, l’assorbono! In questo caso il progettista vuol dire che quei diffusori sono pilotabili con potenze che più o meno vanno dai venti ai cento watt. Personalmente non metterei mai questa indicazione perché è fuorviante. Bisogna se mai leggere il dato di sensibilità, espresso in dB, decibel, ne riparlerò nella parte di articolo riguardante i diffusori. Tra l’altro, è meglio usare un ampli da 100 watt a un quinto della sua potenza massima che un 20 watt a manetta! Milano-Rimini a 130 km/h in Mercedes è sempre meglio che in Panda: semplifico un po’ ma il concetto è questo.

 

L’amplificatore può essere definito “integrato” oppure “due telai”, cioè preamplificatore e amplificatore di potenza, detti anche pre e finale o preampli e ampli di potenza. Il più comune, il primo, ha al suo interno comunque le due sezioni di preamplificazione e di amplificazione finale vera e propria. Sempre generalizzando, se un solo contenitore contiene le due sezioni ovviamente vuol dire che queste non saranno portate a estremi livelli di sofisticazione, ma quasi sempre sarà il frutto di un progetto che tiene conto anche dei costi, dei dimensionamenti, delle potenze. Viceversa quando i telai diventano due o più, come ad esempio nel caso di due finali mono, uno per canale, il progettista può sbizzarrirsi in progetti di alto o altissimo livello. Le potenze possono crescere, e ricordiamo che potenze elevate richiedono trasformatori grossi e che scaldano di più, le schede sulle cui piste passa il prezioso segnale possono essere meglio progettate e ottimizzate, i singoli componenti delle circuitazioni possono essere scelti di qualità superiore.

 

La sezione preamplificatrice ha essenzialmente tre funzioni. Prima: ha la possibilità di ricevere il segnale da più sorgenti, quindi dal lettore di CD, dal sintonizzatore, dal giradischi, tempo fa dal registratore di musicassette, e lo manda all’ampli dove viene amplificato. Seconda: effettua anche un primo piccolo innalzamento della tensione del segnale – non proprio tutti, ci sono anche dei pre cosiddetti passivi che non innalzano un bel niente. Terza: serve per regolare il livello sonoro, il volume.

 

La sezione di potenza serve per aumentare in maniera massiccia il livello del segnale, perché, come abbiamo visto prima, ci vuole una grossa potenza per far muovere le membrane degli altoparlanti dei diffusori: ricordo che sentiamo il suono perché queste membrane, muovendosi grazie alla corrente che arriva dall’ampli, spostano aria, la fanno vibrare, in un certo senso la modulano, ed è così che alle nostre orecchie arrivano i suoni.

L’amplificatore va sempre scelto in relazione ai diffusori che si intende abbinargli. L’errore più comune è farsi prendere dall’estetica, dal marchio famoso, dalle errate convinzioni. Ci sono ampli famosi a valvole – sì, le vecchie valvole delle radio dei bisnonni, tornate di moda alla grande e molto ben suonanti – che con pochi watt ti lasciano a bocca aperta per come suonano se collegati a diffusori molto efficienti, cioè a cui bastano pochi watt per suonare. Ampli che diventano scadenti se collegati a diffusori “duri”, che hanno bisogno di tanti watt per suonare. Qui ovviamente è più logico impiegare amplificatori a transistor, che sono in grado solitamente di fornire potenze dell’ordine di molte decine o centinaia di watt.

 

Ho introdotto un altro criterio di distinzione per quanto riguarda le amplificazioni, valvole e transistor. Le prime sono tornate prepotentemente alla ribalta già da parecchi anni. Alcuni appassionati le preferiscono per le sonorità che sanno esprimere. Più vellutate, più morbide, più “liquide”, insomma più naturali secondo molti. E con un valore aggiunto che è quello del fascino delle incandescenze rosse dei filamenti che contraddistinguono le valvole specialmente durante gli ascolti serali e notturni a luci basse. Tutto vero con però anche parecchie controindicazioni, tipo i costi, la durata limitata e le frequenti regolazioni a cui vanno incontro, la potenza non così abbondante come con i transistor, a parità di prezzo, l’emissione di calore per cui non si possono posizionare ovunque, e dal punto di vista sonoro, una non sempre corretta capacità di controllo delle frequenze basse… Aspettate con ansia la parte dell’articolo sui diffusori, vero?

 

I transistor, che comunque hanno estremi e accaniti sostenitori, sono al contrario più efficienti, non richiedono nessun tipo di manutenzione, offrono potenze più elevate, ingombri minori, se inseriti in progetti intelligenti offrono qualità sonore validissime e quasi sempre, dal punto di vista sonoro, hanno un miglior controllo della gamma bassa dei diffusori. Ho avuto nei miei impianti ampli sia a valvole che a transistor e l’unica cosa che mi sento di dire è che vanno sempre e comunque abbinati col diffusore che meglio si addice alle loro caratteristiche e viceversa. Dal punto di vista della praticità e della semplicità d’uso a chi è poco esperto, a chi inizia a pensare di comprarsi un impianto consiglierei un ampli a transistor. È più o meno lo stesso discorso del giradischi. Iniziare subito con LP e valvole è un po’ complicarsi la vita. Ma non è detto che sia spiacevole.

 

I diffusori

I diffusori acustici, quelli che quasi tutti chiamano “le casse”, sono l’elemento più appariscente dell’impianto Hi-Fi. In effetti spesso hanno dimensioni importanti e, solitamente, per suonare correttamente devono essere collocati abbastanza distanti dalle pareti, con gran gioia delle mogli degli audiofili… “Casse” perché, nel 90 per cento dei casi, si tratta proprio di mobili di legno a forma più o meno di parallelepipedo, anche se in questi ultimi anni c’è stato un grande miglioramento sia per quanto riguarda l’abbellimento delle forme sia per quanto riguarda i materiali impiegati. Aziende, soprattutto italiane, producono diffusori che sono veramente dei capolavori di design e che non stonano in nessun tipo di arredamento, anzi… ricevono addirittura apprezzamenti da parte delle nostre consorti.

I diffusori comunque hanno anche altre forme oltre a quella più conosciuta. Ci sono i modelli elettrostatici o isodinamici, che solitamente sono alti dal metro e mezzo ai due metri, sono larghi dai cinquanta centimetri al metro e passa, sono molto sottili, cinque o dieci centimetri solamente, e non hanno la tipica cassa di legno. Hanno purtroppo la caratteristica che per suonare correttamente vanno obbligatoriamente posizionati piuttosto distanti dalle pareti circostanti, risultando quindi parecchio ingombranti se posti in un ambiente domestico.

Ci sono i mini più il subwoofer, cioè due piccole “cassettine” – NdR | Da stand, supporto o piedistallo a dir si voglia – che per le limitate dimensioni non possono riprodurre tutte le frequenze e pertanto vanno impiegati con un’altra cassa più grossa che serve a riprodurre le frequenze più basse. Riscuotono la simpatia delle mogli ma non quelle degli appassionati puristi, perché non è facile abbinare i piccoletti e il cassone senza che alcune frequenze si sovrappongano ad altre con effetti non sempre piacevoli per il suono.

Ci sono anche dei modelli esteticamente fantasiosi ma a volte anche tecnicamente motivati: per esempio delle specie di grosse gocce da appendere al soffitto, dei mobili a forma di pupazzo, delle casse decorate con fiori o paesaggi. Ma alla fine, nelle case della maggior parte dei nostri conoscenti, i diffusori tradizionali sono quelli che si vedono più spesso…

Un modello molto particolare è quello delle casse cosiddette a tromba. Si tratta solitamente di mobili molto particolari e molto ingombranti, destinati per lo più ad appassionati di un certo tipo di suono, che spesso dispongono o devono necessariamente disporre di grandi sale dedicate all’ascolto.

 

Due righe sul funzionamento dei diffusori. Nella maggior parte dei casi il suono è prodotto da due o tre altoparlanti – non “autoparlanti”! – dai quali fuoriesce il suono. Due o tre perché ognuno di questi riproduce alcune delle frequenze udibili: basse, medie e alte. Quello piccoletto, posto quasi sempre in alto, chiamato tweeter, è destinato alla riproduzione della gamma alta, quella delle note acute del violino, della tromba, della parte più “stridula” della voce femminile, per semplificare. Quello di grandezza media, detto mid o midwoofer, è specializzato per la gamma media, dove si colloca la maggior parte delle voci e degli strumenti. E infine quello più grosso, a volte anche una quarantina di centimetri di diametro, il woofer, è quello che ci fa sentire tamburi e grosse percussioni. Se gli altoparlanti sono solo due e i diffusori medio-piccoli, si perderà qualcosa della riproduzione delle basse frequenze. Se l’altoparlante è uno solo, tranne poche e particolari eccezioni, la gamma riprodotta inevitabilmente sarà più limitata. Questo va assolutamente spiegato alle mogli che vorrebbero per motivi estetici “casse” piccole. Quasi sempre vale la formula: cassa piccola = suono piccolo e suono piccolo sta per suono incompleto, quindi musica poco realistica. Quei graziosi minicubetti che piacciono tanto hanno un suono appunto “grazioso”, ma spesso non è vera Hi-Fi.

 

Un cenno a come funziona un diffusore con un altoparlante cosiddetto “a pistone”, cioè il più diffuso. Semplificando al massimo, quando dall’amplificatore arriva un segnale elettrico, questo fa muovere avanti – e poi ovviamente indietro – la membrana dell’altoparlante. La membrana spinge, cioè sposta, l’aria. Le onde sonore che percepiamo sono quindi nient’altro che spostamenti d’aria, compressioni e rarefazioni, che allorquando arrivano al nostro orecchio esercitano variazioni di pressione sul timpano, l’apparato del nostro organo uditivo che poi le trasmetterà tramite una catena di eventi, fatta di ossicini e cellule nervose, al cervello.

 

I diffusori nell’Hi-Fi classica sono due, così si ha la stereofonia, cioè il suono stereo. Perché il segnale inciso nei dischi e nei CD è stereofonico, cioè prevede che alcuni suoni provengano dal diffusore destro e altri dal diffusore sinistro per poter ricreare un certo realismo sonoro, maggiore di quello che sentiremmo se provenisse da un singolo diffusore.

 

Quindi posso concludere dicendo che in questo settore tutto pare progettato per scontentare le nostre mogli. Due diffusori, non uno solo, e non troppo piccoli, pena un suono non soddisfacente. Cavi a vista in soggiorno per il collegamento tra amplificatore e casse. Estetica spesso sacrificata al buon suono e chiaramente in contrasto con il resto dell’arredamento. Posizionamento a volte d’ingombro per le normali attività domestiche. Prezzi che quasi sempre superano persino quelli di borse di famosi stilisti. Che siano questi i motivi per cui l’Hi-Fi non entra negli appartamenti di tutti? Volete un consiglio? Se andate in un negozio per acquistare un impianto portate anche vostra moglie e scegliete con lei i diffusori. Li sopporterà più facilmente una volta in casa. E spesso le donne ci sentono molto bene, anche perché ascoltano senza avere i condizionamenti, dati da marchi famosi o consigli di amici o riviste, che abbiamo noi.

 

Ultima cosa sui diffusori. Hanno un loro suono, ovvio. Ma l’abbinamento con l’amplificatore è importante, perché può modificare, spesso in peggio, la qualità sonora. Un paio di “casse” che di suo, nel loro progetto, tendono a suonare magari un po’ brillanti, aperte, abbinate ad una amplificazione anch’essa progettata per suonare allo stesso modo daranno un risultato che sommerà queste caratteristiche e potrebbero perciò fornire una prestazione sbilanciata sul versante del suono troppo “leggero” o “acuto”. Lo stesso per diffusori e ampli diciamo “cupi” o “chiusi”, abbinati a casse cariche di frequenze gravi daranno un suono troppo virato verso le frequenze medio-basse. L’ideale sarebbe scegliere ampli e speaker “neutri”, che non privilegino particolari gamme di frequenze. Non voglio spaventare nessuno, anzi, ma dico che ci sarebbe anche da tener conto dell’ambiente d’ascolto che potrebbe essere assorbente o riflettente, andando a peggiorare ulteriormente certe situazioni. Le soluzioni però ci sono. Sono i consigli che si trovano nei nostri articoli e in rete, da chi le cose le ha provate per davvero e mette la propria conoscenza in comune, perché questa è la differenza. Occhio però ai contributi degli pseudo esperti, quelli che pensano di sapere tutto e, forse per questo, offendono tutti e hanno litigato con tutti. Sulle migliori riviste cartacee, dove le più serie trattano soprattutto di interfacciabilità degli apparecchi. Raramente dai negozianti, perché anche se ci sono ancora molti venditori di Hi-Fi affidabili e competenti, stanno però diventando merce rara. Purtroppo gli interessi commerciali ultimamente hanno quasi sempre il sopravvento, e non tutti hanno voglia di dar retta, consigliare soddisfare le esigenze del cliente. Ma quest’ultimo argomento sarà il tema di approfondimento…

 

L’ambiente d’ascolto

Dopo aver accennato a sorgenti, amplificatori e diffusori, i componenti base per un impiantino Hi-Fi/stereo, non posso non parlare dell’inserimento di questi nei nostri appartamenti. Alcuni miei amici partono con l’idea che se non si ha un locale fatto apposta è inutile acquistare un impianto. Ma no, non è vero! Il 90% degli “stereo” che ho ascoltato staziona in comunissimi soggiorni e non suona affatto male. Basta qualche accortezza. Certo, un locale dedicato all’impianto permette un posizionamento ideale: nessuno entra ed esce mentre si ascolta, ci si può isolare di più, qualcuno può mettere sul soffitto i cartoni portauova – NdR | Un metodo molto economico e approssimativo per ottenere un’idea di “trattamento acustico” della stanza – per assorbire certe frequenze senza che la suocera dica alla moglie di divorziare… Ma è veramente raro in quest’epoca potersi permettere una stanza solo per l’Hi-Fi …

Tornando alle accortezze a cui facevo cenno, non sono molte, però sono basilari per poter ascoltare la musica in maniera soddisfacente. Questa volta le elenco per punti, per maggior chiarezza e cerco di farlo nella maniera più comprensibile anche per i non addetti ai lavori, per chi magari sarà invogliato ad acquistare o riacquistare un impiantino.

 

A - Se l’ambiente è piccolo non vanno comprati diffusori troppo grandi o con tanti altoparlanti medio-grossi, che più o meno è la stessa cosa. Un diffusore grande di solito ha un woofer, il trasduttore dedicato alle frequenze basse, grande. Se è grande – o se sono tanti – muove tanta aria, produce tanti bassi e queste frequenze non si possono disperdere in maniera idonea e omogenea in un locale piccolo. Anzi, rimbalzano da una parete all’altra, si sommano, fanno fatica a fermarsi, in poche parole si avrà un basso confuso, grossolano, non frenato, addirittura le basse frequenze copriranno, sporcheranno anche le medie frequenze!

 

B - Il caso inverso è leggermente differente. Se l’ambiente è grande non vanno comprati diffusori piccoli, sarebbe logico pensare. Non sempre è così. Se si possono posizionare bene, se piacciono i bassi corposi e realistici, ben vengano “casse” grosse. A volte, però, in un ambiente grande si può o si deve posizionare l’impianto in una zona definita, magari davanti al divano, mentre la zona pranzo rimane laterale. In un caso come questo si ritaglia uno spazio d’ascolto dove potrebbe essere più proficuo utilizzare diffusori medio-piccoli, dato che sarebbe poco sfruttata e sfruttabile una coppia di quelli grossi.

 

C - Questo punto è legato indirettamente all’ambiente vero e proprio, ma è basilare perché è legato al buon funzionamento dei diffusori. Mai pensare che un diffusore piccolo abbia bisogno di un amplificatore poco potente e un diffusore grande un amplificatore molto potente. Non è così. Ogni diffusore ha una caratteristica che si definisce efficienza o sensibilità (per i tecnici, sto approssimando) ed è misurata in dB. Se è poco efficiente ha bisogno di tanti watt per suonare correttamente e “riempire” un ambiente ad alto volume. Al contrario, se è molto efficiente gliene bastano pochi. NON dipende dalle dimensioni fisiche del mobile. Pensate a quando dovete pulire casa: che siate alti 1,50 m o 1,80 non importa, se siete efficienti bastano due o tre indicazioni da parte di vostra moglie e otterrete una casa pulitissima.

 

D - In un soggiorno medio ci sono uno o più divani o poltrone, uno o più tappeti, una libreria o un mobile, dei quadri, delle finestre con le tende, un tavolo con sedie. Perfetto! Va già bene! Quando sono presenti le cose elencate, cioè siete in un ambiente medio, normale, siete a buon punto. I suoni emessi dai diffusori, incontrando “ostacoli” di questo genere, tendono ad essere o riflessi in modo irregolare o smorzati, non moltiplicano le loro riflessioni in maniera concentrata e abnorme prima di giungere alle nostre orecchie. Cercate di ricordare a quando siete entrati in appartamenti vuoti, non abitati e non arredati. Lì le nostre voci sono strane, hanno una specie di eco innaturale, ma l’eco è naturale, è quello che comporta sulla voce che ce la rende diversa dal solito. Se si battono le mani c’è un effetto particolarmente fastidioso. Ecco, è quello che succede con l’impianto Hi-Fi in stanze troppo vuote o riflettenti il suono. Quindi, guerra alle riflessioni. In commercio esistono componenti speciali sotto forma di cilindri in tessuto, di tappeti appositi, di quadri dedicati ad assorbire diversi tipi di frequenze, alcuni anche per riflettere certe gamme di frequenza, ma non mi sembra il caso di parlarne qui. NdR | sarà argomento di un prossimo articolo.

Insomma, in tema di trattamento dell’ambiente d’ascolto in commercio ormai esiste di tutto. Ma non voglio assolutamente spaventare dei possibili nuovi appassionati. L’Hi-Fi deve essere una cosa semplice, alla portata di tutti. Se dopo qualche tempo qualcuno si appassiona, allora ha di che sbizzarrirsi. Ma a me piacerebbe coinvolgere che so, il signore di mezza età che da giovane aveva sentito qualche stereo, la single che ama la musica, ma la sente male tramite qualche compattone plasticoso, il neolaureato a cui faranno un meritato regalo, insomma gente normale con abitazioni normali. Quindi non sono sempre indispensabili trattamenti acustici particolari o impegnativi dal punto di vista estetico ed economico.

 

E - Come complemento e completamento del punto precedente, come cioè deve essere un ambiente, bisogna però aggiungere che i diffusori vanno posizionati in maniera corretta, pena uno scadimento della qualità d’ascolto. Non preoccupatevi, non è complicato ed è quasi sempre fattibile. Una regola che è meglio rispettare dice: il punto d’ascolto ottimale sta davanti ai due diffusori... Beh, se vado a un concerto, escluso forse Vasco Rossi a San Siro, il palco ce l’ho davanti e il suono proviene da lì… Quindi, cerchiamo di mettere le casse sulla parete opposta al divano, o di fianco alla TV se ci sediamo di fronte ad essa per vederla: credo che nessuno guardi il televisore dandogli le spalle! Se proprio non si dovesse riuscire, almeno facciamo in modo che ognuno dei due diffusori punti verso le nostre orecchie. Se si mettono in cima a una libreria, caso poco bello, quasi disperato, incliniamole per far sì che il suono venga verso il basso, sempre verso le nostre benedette orecchie, e non incontri subito il soffitto riflettente. Se abbiamo casse piccole su piedistalli messe a ridosso del muro quando si ascolta, si possono spostare in avanti per ottimizzare la riproduzione del suono, perché un diffusore attaccato al muro o posto in una libreria tende a rinforzare a volte innaturalmente le basse frequenze, e poi casomai si rispostano dove ingombrano meno finiti gli ascolti o se si intende ascoltare in maniera meno impegnata. Spostamenti di qualche decimetro a volte cambiano tantissimo il suono.

 

F - E per finire in bellezza? A parità di ambiente, bello o brutto che sia, un piccolo e/o modesto impiantino Hi-Fi suona comunque meglio di quello che qualche riga fa ho definito “compattone plasticoso” da ipermercato. Ora ci sono in commercio dei prodotti chiamati “all in one”, abbastanza carini, ma le mie preferenze vanno sempre ai componenti separati, come vi raccomandiamo qui, dall'inizio di questa serie di articoli divulgativi. Anche perché, in previsione di una passione feroce, scatenata dalla lettura di questi miei appunti, un domani potrete cambiare un pezzo alla volta con altri di qualità enormemente superiore…

 

Viva la musica, viva l’Hi-Fi

Nei cinque capitoletti precedenti ho cercato di chiarire alcune idee a riguardo di componenti Hi-Fi e ambiente d’ascolto. Penso di aver esposto le cose in maniera semplice, anche se il “mio” semplice è viziato, per così dire, da più di trent’anni di passione e quindi di documentazione ed esperienza.

 

Ci tengo sempre a ricordare che il suono che ascoltiamo non è mai frutto di un singolo componente, ambiente compreso, ma è il suono di una catena che parte con la sorgente e finisce quando il nostro cervello lo decodifica. Teniamo presente che lo stesso impianto in due ambienti differenti suona diversamente, quasi sempre in negozio ha un suono e in casa cambia un po'. Sostituendo un componente cambia il risultato finale, ma non è detto che sia sempre in meglio. Qui entra in gioco la correttezza del venditore. Se è onesto e competente sa consigliare al meglio gli abbinamenti più logici ed efficaci, altrimenti cerca di rifilarti oggetti sui quali ha un suo personale tornaconto. Comperare in rete consente magari di risparmiare qualcosa, ma non permette di usufruire dei consigli di persone che, almeno in teoria, dovrebbero aiutare nelle scelte. Non fidatevi ciecamente, girate magari alcuni negozi, se il venditore vi fornisce spiegazioni logiche sugli abbinamenti proposti e dà anche alternative, probabilmente non vi vuole, per così dire piatto piatto, “fregare”. Dubitate di chi parla male di prodotti che non tratta e che forse non ha mai ascoltato. Non pensate che chi vi dà tanti dati tecnici sia più affidabile. Date invece fiducia a chi vi fa domande sui vostri bisogni e cerca di soddisfarli insieme a voi.

 

Prima ho parlato di cervello, non di orecchie. A parte il fatto che davvero le orecchie sono solo il mezzo che veicola il suono verso il cervello, è importante secondo me far notare che lo stesso brano musicale, lo stesso disco, diciamo, ha diversi gradi di fruizione da parte di ascoltatori diversi. Ovviamente entrano in gioco variabili personali dovute a più fattori. Qualcuno sarà in grado di seguire sviluppi armonici particolarmente ricercati e qualcuno no. Qualcuno si farà trasportare dalla pura emozione, altri da quello che sanno riguardo all’autore o riguardo all’appartenenza ad un certo genere musicale. Alcune persone saranno in grado di giudicare se il disco in questione costituisce un’innovazione, artisticamente o tecnicamente parlando. Mentre altri se ne fregheranno di tutto e diranno solo se gli piace o no… Lo stesso ragionamento lo si può più o meno applicare all’ascolto di un impianto Hi-Fi. Fermo restando che alcuni parametri devono essere rispettati… Come ad esempio la correttezza timbrica, cioè un violino deve suonare come un violino e non come una viola. Come la dinamica che, semplificando, ci fa sentire più forte i pieni orchestrali e meno forte il suono di un triangolo, anche se sempre con un buon grado di dettaglio.

 

L’ascolto di un impianto può risultare gradevole o meno a seconda dei gusti dell’ascoltatore. Ho amici che amano un ascolto molto trasparente, pieno di dettagli, che faccia sentire anche i più piccoli “rumori”. Altri preferiscono un suono meno aggressivo, più rilassato e rilassante. Alcuni cercano un basso realistico che invece preoccupa altri. A qualcuno interessa soprattutto la dinamica, che invece altri ritengono quasi iperrealistica o misconoscono del tutto… Insomma, il giudizio sul suono di un impianto è mediato/viziato sempre dai propri gusti. Anche la stessa parola Hi-Fi, alta fedeltà, è messa da molti in discussione. Fedeltà a cosa? All’evento originale, dice qualcuno, ma l’evento originale è filtrato e manipolato in sede di registrazione, e spesso il suono viene modificato dai gusti di chi registra. Anzi, ultimamente viene registrato privilegiando certe frequenze per poterlo ascoltare meglio attraverso le cuffiette di bassa qualità che quasi tutti i ragazzi usano.

NdR | E la compressione in fase di registrazione è da sempre stata utilizzata per una più agevole riproduzione domestica e car.

Quindi la fedeltà sarà a ciò che è “fissato”, bene o male, sull’LP, sul CD, sul nastro, sul file. Perciò più un impianto è di alto livello e più vengono messi in evidenza i difetti delle incisioni!

 

Quindi da questo quadro che spero non abbia spaventato più di tanto cosa possiamo concludere? Una cosa semplicissima: la musica in tutte le sue declinazioni è talmente bella che ascoltarla male è veramente un peccato! Informiamoci su come è possibile goderla al meglio, ognuno nei limiti delle sue possibilità, non serve spendere capitali. Chiediamo magari dei consigli, chiediamo di poter ascoltare nel nostro ambiente un impianto che ci è piaciuto in negozio, tanti negozianti lo fanno.

E ricordiamoci di qualche regoletta basilare, quelle che ho cercato di spiegare nei capitoletti precedenti.

 

 

Per ulteriori info e approfondimenti:

al primo articolo di questa serie

al secondo articolo di questa serie

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