Lezlie Harrison | Let Them Talk

02.02.2024

Quando si dice l'importanza di una voce... Prendiamo ad esempio Leszlie Harrison, cresciuta tra il North Carolina, New York e Boston, presente sulla scena discografica dal 2020. Nipote di un predicatore metodista, figlia di una pianista e organista di inni religiosi, ha avuto un lungo flirt con la musica iniziato nell'adolescenza, essendosi innamorata di tutto quel soul, gospel, rock e jazz che poteva ascoltare a casa dei genitori. Ex modella a Parigi, seppur per un breve periodo, la Harrison ha sempre coltivato aspirazioni teatrali, desideri artistici, insomma, voglia di emergere. Attualmente ha un lavoro come speaker alla WBGO del New Jersey – il principale ripetitore della radio si trova a Manhattan – con un programma di gospel e jazz alla domenica mattina. La sua voce, prima di essere conosciuta e apprezzata su disco, già volava sulle onde FM. Le sue esibizioni live l'hanno portata dai piccoli locali newyorkesi all'Apollo Theatre, fino a incidere il suo primo album Soul Book Vol.1°, praticamente autoprodotto durante l'epoca pandemica nel 2020. Ora siamo alla riconferma delle qualità canore di questa artista con il suo ultimo album, Let Them Talk, una raccolta di cover famose che riassumono le passioni musicali della Harrison.

 

La sua emissione vocale, ricca di sfumature dal registro mediobasso, mi ricorda Carmen McRae o anche, in alcune variabili, Dee Dee Bridgewater. Siamo lontani anni luce dalle vocette esangui e sospirose o per contro fastidiosamente squillanti di molte cantanti contemporanee di pop-soul, ma possiamo dire che la Harrison si avvicina alla tradizione delle grandi jazz singer di colore, anche se il suo repertorio è più possibilista, toccando un ampio arcobaleno di stimoli che va dal pop-soul fino al jazz più verosimilmente d'antan. Come tutte le cantanti di classe, anche la Harrison consce bene i tempi e le sostanze dei suoi apporti vocali, è consapevole dei propri limiti che si centralizzano sulla potenza di emissione vocale – non la sentirete mai gridare, per fortuna, perché tende ad addolcire le note più acute – e sa quando insistere e quando invece procedere con cautela. Insomma, parliamo di sobrietà, una qualità che a mio giudizio fa la differenza in ogni musicista jazz.

 

Si diceva, all'inizio, dell'importanza di una voce. Aggiungerei anche un concetto similare, quello del valore timbrico di uno strumento musicale. E in effetti, accanto alle modulazioni vocali della Harrison, s'allinea uno strumento tipico come l'organo Hammond B3, dal suono riconoscibile anche al profano, con quella colorazione calda che ben si addice a sostenere l'altrettanto appassionata partecipazione della Harrison. Anzi, a volte sembra quasi che l'organo, magnificamente suonato da Ben Paterson – artista che trovate anche nella line up di Linger Awhile di Samara Joy, vedi qui la nostra recensione – rubi involontariamente la scena alla cantante, talmente ammiccanti e coinvolgenti risultano essere i suoi inserimenti sonori molto gospel. Del resto, Paterson ha una certa esperienza di musica eseguita nelle chiese, tanto che viene chiamato ironicamente “reverendo” dalla stessa Harrison.

 

Oltre all'Hammond di Paterson, la formazione che accompagna la cantante comprende Matt Chertkoff alla chitarra elettrica e Pete Zimmer alla batteria. Naturalmente, quando c'è un Hammond di mezzo, solitamente è assente il contrabbasso, le cui note sono prese in carico dalla pedaliera dello stesso organo.

 

Lezlie Harrison - Let Them Talk

 

Si inizia con Close Your Eyes di Richard Mainegra, una canzone che si presta allo swing in modo naturale e la Harrison infatti si gioca con criterio sulle pause e sugli allungamenti delle vocali. Una chitarra misurata introduce una progressione ascendente di sole tre note e poi si allinea con organo e batteria nella missione dell'accompagnamento. Il suo assolo è pulito, leggermente convenzionale ma adatto all'intenzione del brano. Poi arriva l'Hammond con la sua voce grossa e la pedaliera ben condotta che sostiene naturalmente la tastiera. A tutto ciò segue un dialogo a distanza tra chitarra e l'organo stesso, interrotto da pause che diventano territori di riserva per gli stacchi secchi e le brevi rullate di batteria.

Segue Love Won't Let me Wait, un brano scritto nel 1975 dalla coppia di autori Vinnie Barrett e Bobby Eli e pubblicato in quell'anno come singolo da Major Harris, membro del gruppo di R&B The Delfonics. Un pop-soul da mattonella ma nobilitato dalla voce setosa dell'interprete, accompagnata da un magmatico avvolgimento d'organo e dal prevedibile pur se efficace brushing del batterista. Assoli centellinati con grande giudizio da parte degli altri due strumentisti. Organo magnifico, direi quasi... chiesastico, tanto per rimanere in tema di presunti reverendi. Il brano s'impregna di umori sentimentali ma non perde mai l'orientamento ed è tutto da godere, frequenze basse comprese.

Tocca ora a un brano epocale, decisamente una spanna sopra al livello compositivo rispetto ai primi due. Si tratta di Embraceable You, di George e Ira Gershwin. Premesso che per me la versione stellare di Ella Fitzgerald è irraggiungibile, bene fa la Harrison a impostarne il tratto in forma swingante, con una serie di sfumature che la avvicinano allo stile di Diana Krall. Con molto garbo e senso dell'equilibrio, senza forzature, ne risulta un crooning jazz molto gradevole, nobilitato dal solito duetto Paterson-Chertkoff.

Arriviamo ora alla title-track Let Them Talk, un brano del 1959 di Sonny Thompson che ha conosciuto nel tempo molte riproposizioni tra cui quella di George Benson e James Brown. Una canzone soul lenta, decisamente notturna, affrontata con empito molto partecipato, in cui possiamo avvertire le tante sfumature della voce della Harrison, soprattutto quelle che si muovono in uno spettro mediobasso di toni. Per questo motivo la cantante si avvicina, talora, all'incedere ombroso di Nina Simone.

 

Lezlie Harrison

 

Fly Like an Eagle è un pezzo di Steve Miller pubblicato nel 1976 con l'album omonimo della Steve Miller Band. La versione della Harrison è molto simile all'originale, soprattutto per quello che riguarda la parte ritmica, un funky dai connotati più intimi ma rispettoso del mood impostato dalla Miller Band. Molto espressivi, nonché di buona levatura tecnica, i due assoli di chitarra e organo.

A Love is Forever è un brano piuttosto caro per ragioni personali alla Harrison, come rivela lei stessa in un'intervista concessa alla collega della WBGO Pat Prescott nell'ottobre del '23. Fu scritto da Jamesetta Hawkins, meglio conosciuta come la grande Etta James. Un blues dai tumultuosi toni sotterranei, pure se si presenta con una veste ufficiale moderata, che scopre le carte durante la performance del chitarrista e dell'organista, impegnati in assoli tra i più densi e voluttuosi dell'album. Ben cantato, quindi, altrettanto ben suonato e quindi cosa volere di più?

Il “di più” arriva puntuale con lo swing in uptempo di What a Little Moonlight Can Do, brano di Harry M. Woods del 1934, che sarà inciso l'anno dopo niente di meno che dalla ventenne Billie Holiday. Suonato in punta di dita e con spirito spavaldo si fa apprezzare per gli ottimi assoli di Paterson e Chertkoff, ormai scaldati a sufficienza per dare il meglio di loro stessi. Ma c'è anche la presenza di Zimmer alla batteria, che recita i suoi stacchi con parentesi spicce ed esuberanti – ma sempre senza strabordare – alla Art Blakey.

Il prossimo brano è un altro pezzo da novanta firmato Rodgers & Hart, You Are Too Beautiful, un'altra canzone capolavoro del 1932 riproposta tante volte nel corso del tempo. A me resta scolpita nel cuore la versione di John Coltrane al sax con la voce baritonale di Johnny Hartman, dall'album del 1963 John Coltrane and Johnny Hartman. La Harrison ci offre un saggio delle sue capacità di far fluire note calde e basse e, nel contempo, di salire delicatamente verso l'alto, arrotondando le vocali con moderati vibrati della voce. Il brano è un classico slow carico di sensuale erotismo, con le interpretazioni piene di silenzi di chitarra e organo.

In coda un brano che non avrei voluto ascoltare, non certo perché non sia bello, ma per la sua inflazionata riproposizione. Si tratta di Yesterday di Lennon-McCartney. Con tutte le belle canzoni a disposizione, perché proprio questa? Intendiamoci, non è che la Harrison sfiguri, ma valutarla come brano terminale dell'album non è stata, a mio giudizio, la scelta migliore. E, tra l'altro, in mezzo al soul nero di cui quest'album è intriso, ci sta come il classico cavolo a merenda.

 

Lezlie Harrison

 

Un bel lavoro, non c'è che dire. Ottima voce, ottimi strumentisti, atmosfere spesso raccolte e intime e altre volte decisamente più swinganti. Un organo lampeggiante, una chitarra raffinata, una batteria che fa il suo dovere. Allora, cosa non va? Un album più o meno sulla falsariga di questo è già stato fatto centinaia di volte da diversi artisti, con il medesimo stile e atmosfera, quasi con gli stessi brani. Allora, visto che non è certo l'originalità la sua carta vincente, esso rischia di essere inteso solamente come un classico, elegante prodotto jazz-soul. Però qui possiamo trovare uno stile tanto ricercato quanto apollineo, costituito da una serie di tocchi bilanciati, emozioni guidate ma comunque profonde e sincere. Senza smanie di passare per capolavoro ma con tutta l'onestà di chi si propone sapendo di far bene il proprio mestiere.

 

Lezlie Harrison

Let Them Talk

CD Cellar Live 2023

Disponibile in streaming su Qobuz 24bit/44kHz e su Tidal qualità max fino a 24bit/192kHz

 

di Riccardo
Talamazzi
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