Marbin | Fernweh

14.05.2021

ReMusic si occupò dei Marbin non più tardi di tre mesi fa qui. Ricordo che, nel recensire il loro disco live Shreddin’ at Sweetwater, fui preso alla gola da una band esplosiva che, sotto le mentite spoglie di un gruppo jazz-rock, shakerava generi diversi in un cocktail ad alta gradazione alcoolica. Prima perciò di cominciare l’ascolto di questo nuovo lavoro Fernweh, mi sarei aspettato di ritrovarli ancora con le pistole fumanti tra le mani ma, sorpresa delle sorprese, mi sono incrociato con dei Marbin totalmente differenti. Ho controllato, per precauzione, i nomi dei due leader più l’identità del contrabbassista e, assicuratomi che non vi erano differenze coi precedenti dischi, ho preso atto e conferma di trovarmi di fronte proprio a “quei” Marbin.

 

Marbin - Fernweh

 

Il fatto è che la band in questione si presenta oggi con un lavoro ispirato alle figure di Django Reinhardt e Sidney Bechet, recuperando quel gusto retrò che appartiene al gipsy-jazz, definito anche manouche, per il nome dell’etnia gitana “sinti” che stazionava nella cintura parigina degli anni ’30, a cui apparteneva lo stesso Reinhardt. Questo modello espressivo, basato su formazioni solitamente a trio e/o a quartetto, ha avuto alcune punte d’eccellenza interpretativa in Bireli Lagrene e Stochelo Rosenberg, ma ultimamente sta riscuotendo molta eco in tutto l’Occidente, coinvolgendo diverse nuove formazioni di jazz acustico.

 

La musica si sviluppa quasi sempre in un 2/4 ben sostenuto, caratterizzato dal pizzicare saltellante del contrabbasso e dalla chitarra ritmica, che con la mano destra blocca la vibrazione delle corde – tecnica chiamata “la pompe” – creando quasi un effetto percussivo a ricordare il rullante della batteria. Nell’informazione arrivata attraverso il comunicato stampa annoto la presenza dei tre musicisti che già abbiamo conosciuto dai lavori precedenti, e cioè Dani Rabin alla chitarra, nel disco spesso sovra incisa, Danny Markovitch al sax e Jon Nadel al contrabbasso.

 

Incuriosisce il titolo dell’album Fernweh, termine tedesco che indica un particolare tipo di nostalgia, quella che al ritorno d’un viaggio ci fa venir voglia di ripartire. La smania di non rientrare nella vita di sempre, al contrario di Heimweh, che allude alla tendenza opposta, cioè alla nostalgia di casa. La lingua tedesca, del resto, è piena di termini nati dal romanticismo, come nel caso di queste due parole.

 

Marbin - Fernweh

 

I dieci brani che compongono l’intero lavoro sono tutti standard molto famosi e che suggerirebbero sentimenti caratterizzati dai rimpianti del bel tempo andato… se non fosse per il piglio energico, per l’inventiva e per la fantasia che differenziano quest’opera da qualsiasi altra dello stesso tenore. C’è il legame profondo per le radici e per la tradizione, questo è certo. Ma nel contempo si percepisce la voglia di divertirsi e divertire il pubblico. Ed è proprio su questo aspetto ludico che insisterei se dovessi suggerire l’ascolto di questo Fernweh. Scorre la sequenza di brani che si presentano uno dopo l’altro in tutto il loro fulgore e omogeneità: da All of me a Stardust, da Georgia on my mind a Nuages ad altri non meno famosi, in uno scoppiettante turbinio di colori e ricordi in cui i tre musicisti danno il meglio delle loro capacità. Ovviamente la parte del leone la fanno sempre loro, il duo Rabin & Markovitch, chitarra e fiati, che si sbizzarriscono negli assoli in cui non solo conta la veloce tecnica esecutiva, ma anche il portamento stilistico, la comunicativa e soprattutto l’amore per le origini del jazz. I brani si susseguono senza particolari scossoni, mantenendo una buona uniformità d’intenti.

 

C’è un’ultima considerazione, però, che va rilevata. Un lavoro come questo sollecita dei nervi segreti che collegano tutti noi a un’epoca non vissuta direttamente, cioè a quei tempi di massimo fulgore proposti attraverso le immagini fotografiche, le ricostruzioni del cinema, i vecchi e crepitanti dischi a 78 giri. Tutto quello che serve, quindi, a creare l’immagine di un mondo di musica vissuto giocoforza più con la fantasia che non in carne e ossa. Marbin ci permette quindi di prendere qualche contatto in più, di avvicinarci quasi fisicamente a quel jazz lontano, non fosse altro seguendo lo swing con l’oscillazione del capo e col piede a battere il tempo.

 

 

Marbin

Fernweh

CD autoprodotto 2021 acquistabile su Bandcamp

Reperibile in streaming, attualmente, solo su Bandcamp

di Riccardo
Talamazzi
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