Nicholas Payton | Triune

31.10.2025
Nicholas Payton
Nicholas Payton

L'album Triune nasce nel cuore caldo di una formazione a trio che fa riferimento a Nicholas Payton, cinquantaduenne trombettista e polistrumentista di New Orleans. Dall'alto di questo suo ultimo lavoro, suonato con tromba, piano, Rhodes, clavinet e trovando persino spazio per dedicarsi anche alla voce, Payton si mette in gioco con quella sua leggerezza simpaticamente insolente – ha iniziato lo studio della tromba a quattro anni e ha cominciato a esibirsi professionalmente a dieci – che solo chi sa dominare il proprio mestiere può permettersi di sostenere. Dopo oltre una ventina di album pubblicati da solista, Triune si presenta come un manifesto di equilibrio, un punto di convergenza fra l'indubbio virtuosismo tecnico – rimarcato del resto da due sodali come la contrabbassista e cristallina cantante Esperanza Spalding insieme al robusto batterista Karriem Riggins – e un'adeguata riflessione estetica che sa quasi di manifesto programmatico.

 

Esperanza Spalding, Nicholas Payton e Karriem Riggins

 

In effetti, a questo proposito, il titolo dell'ultimo brano su CD – il penultimo in streaming per l'aggiunta di una bonus track – fa riferimento al termine BAM, un acronimo che significa Black American Music, volendo intendere l'unità almeno ideale di tutte le forme di musica nera, dal r&b al soul, dal jazz al gospel, dall'hip-hop al funky. Si tratta infatti di uno scavallamento di generi, che trova corrispondenza in una struttura musicale tripartita tra composizione, improvvisazione e notevole interazione reciproca. Ciò che ne risulta è un organismo vivo, assemblato da fiati e battiti, da intense sequenze di tensioni e dissolvenze. Payton ne è il cuore pulsante, un demiurgo che in questo contesto soffia nella tromba articolando un linguaggio teso a unire lirismo e densità timbrica con oculata moderazione, mantenendo un rigore formale quasi classico. Alle tastiere si apre invece verso una gestualità più espansiva e fluida, accarezzando allo stesso tempo il Rhodes e il clavinet con distaccata padronanza. Dietro, la sezione ritmica è una macchina da guerra perfettamente oliata, con la Spalding al suo elastico contrabbasso, mentre Riggins detta il passo con un beating meticoloso da manuale, frutto della sua esperienza in ambito rap tra staffilate ritmiche e respiri funk.

 

C’è groove, e groove vero, quando tutto vibra ma nulla è caotico. Melodie che restano addosso, arrangiamenti densi ma mai pesanti.

 

Quando entrano gli ospiti – Ivan Neville, Erica Falls, Nikki Glaspie, Otis McDonald a rinforzar le voci e con qualche accenno di tastiera – il quadro si espande senza perdere coerenza trasformandosi in un camerismo contemporaneo che sembra seguire costantemente l'idea della BAM sopra menzionata. La scrittura così ottenuta intende trascendere la categoria di “jazz”, considerata obsoleta da Payton, per approdare a un “oltre” che vorrebbe aggirare ogni conservatorismo e mantenersi duttile nel tempo, senza tradire le componenti singole della musica black. Nelle sue intenzioni c'è peraltro quella di rendere ufficiale una permeabilità nell'ambito del jazz stesso che ormai è presente da qualche decennio. Cioè non si tratta di ottenere una vera e propria “conciliazione” tra generi ma più che altro di mantenere insieme le tensioni presenti, di modo che nessuna tra loro possa essere oscurata o completamente assorbita da un'altra. Sorprende inoltre una certa ripresa di atmosfere nu jazz che hanno segnato un preciso momento storico – anni '80 e '90 – e che qui vengono spesso utilizzate come traccia portante, una strada asfaltata su cui far transitare gli altri riferimenti. Ma in definitiva ciò che resta all'ascolto è un'intensa piacevolezza come se ne avverte raramente, una musica che pur sufficientemente spregiudicata scorre con misurati sussulti, in un viaggio senza sentimentalismi e percorso con molto spirito modernista.

 

Nicholas Payton - Triune

 

Unconditional Love, brano d'apertura dell'album, proviene dall'album The Life of a Song di Geri Allen del 2004. Il brano è lievemente rallentato rispetto all'originale e reso meno jazzy, rischiarandolo e in parte facendolo deviare verso un ammorbidimento pop attraverso la voce trasparente della Spalding. In realtà si gioca molto sul piacere dell'ascolto e su una trama ritmica di notevole solidità. Non potrei assolutamente affermare che questa versione non sia esteticamente bella ma tuttavia è altro dall'originale. Notevole anche l'assolo di piano, sempre portato da Payton, che dimostra come il suo polistrumentismo sia una tangibile realtà espressiva e tecnica. Molto buono anche il lungo intervento strumentale della Spalding, fantasioso e privo di schemi precostituiti.

Ultraviolet si avvale della voce di Nikki Glaspie, mentre la musica si avvita attorno a un iniziale vortice funky dalla ritmica irresistibile. Il brano, che nelle battute iniziali sembra una sorta di avvinghiante soul pop, va a confluire in un inaspettato decorso molto più marcato a jazz, introdotto da un assolo di piano decisamente convincente per poi, con un cambio ritmico swingante, arricchirsi con citazioni en passant di qualche standard. Si lavora in punta di bacchette del batterista fino a quando il brano rallenta riprendendo il beat iniziale e terminando anche piuttosto bruscamente.

Jazz is a Four-Letter Word ha un titolo che suona un po' polemico all'interno del pensiero di questo album, poiché la voce della Spalding afferma ripetutamente che il jazz “è questo e quello”, alludendo a tutte le variabili che continuamente trascorrono all'interno di questa musica. Un inizio classicamente soul e nu jazz porta successivamente a una deviazione verso uno swing mirabilmente sorretto dalla coppia contrabbasso e batteria, introducendo la tromba di Payton, chiara e trasparente come non mai. Nel finale il groove si raccoglie su sé stesso, spegnendosi pian piano.

Let it Ride si fa incontro con una limpida introduzione di batteria, cui fa seguito una classica coppia d'accordi del Rhodes separati da un semitono, molto utilizzati nel nu jazz. Però qui, al posto di una tromba campionata, c'è il suono di Payton, presente e carezzevole, che offre un sigillo di qualità al brano prima e dopo che la voce della Spalding abbia impostato un autentico stigma di soul jazz. Nella seconda metà del brano voce e tromba s'incontrano in un dialogo che continua fin verso il finale, dove Payton va a chiudere nel più classico dei modi.

 

Nicholas Payton

 

Gold Dust Black Magic è un funky soul più disimpegnato, con temi che rimandano agli anni '60 e il Rhodes che sale in cattedra. Il motore sempre acceso della ritmica rende questo brano un piccolo capolavoro giocato sul dialogo serratissimo tra contrabbasso e batteria. Nella seconda parte assistiamo a un sincrono simultaneo tra canto e tromba, prima di un'ostinata insistenza di contrabbasso e di un frastagliato gioco percussivo di Roggins. Gran tripudio di piatti con un finale bello solido a cui partecipa anche la voce e persino il clap che aiuta a scandire un tempo quasi dance.

#Bamisforthechildren fa entrare tutti, da Ivan Neville – figlio del più noto Aaron – con la sua tastiera, alle voci aggiunte della Glaspie, della Falls e di Otis Mc Donald. Si tratta di un brano festoso, in puro stile corale e collettivo tipico di New Orleans, un funky che è quasi un proclama dove ci si augura che la Musica Nera Americana venga tramandata alle generazioni future rimanendo sempre scossa da nuova vitalità.

Feed the Fire, ultimo brano in veste di bonus track in versione digitale, parrebbe un'irriconoscibile versione dell'omonimo brano di Geri Allen del 1997, tratto da Some Aspects of Water, che sono riuscito a identificare come tale solo verso il finale, ma nelle note d'accreditamento non è riportato alcun altro nome se non quello dello stesso autore. Piuttosto Payton sorprende l'ascoltatore, quasi a voler rinnegare in questo brano i proclami sopra enunciati. Questo perché la traccia è realmente qualcosa di contemporaneo e d'incalzante, assai vicino al periodo elettrico di Miles Davis ma forse addirittura un passo avanti, con una ritmica fenomenale ottenuta da una strettissima trama tesa dalla Spalding a Riggins. Il Rhodes, sulla falsariga di Zawinul e di Corea – non ho indicazioni su chi lo suoni in questo caso – si muove allucinato prima che la tromba di Payton emerga con le sue note secche, cercando improbabili accenni melodici. E proprio quando la stessa tromba sembra riprendere il misconosciuto tema originario della Allen, il brano va a chiudersi definitivamente.

 

Nicholas Payton

 

Evidentemente Payton non giustifica più, nel secondo decennio del XXI secolo, un jazz cristallizzato o troppo chiuso nel suo mondo così come siamo stati abituati a riconoscerlo fino a oggi. Vuole spalancare le porte, far entrare aria nuova, evitando di mummificare questo genere musicale chiuso in una nicchia agiografica così come pare trovarsi attualmente. Non so se abbia buone ragioni, né posso immaginare il destino futuro di questa musica. Ma è comunque fuor di dubbio che non esista altra forma d'arte che sia stata così ibridata come il jazz. Tanto è vero che si potrebbe aprire un dibattito – ma mi sa che si sia già aperto, e da tempo – tra coloro che si oppongono a contaminazioni con altri generi meno o più nobili e chi invece adori mescolanze d'ogni razza e colore. Per quello che mi riguarda personalmente nell'immediato, questo album sta girando in continuazione sulle piattaforme streaming che normalmente ascolto, con l'intenzione di rimanervi anche piuttosto a lungo.

 

Nicholas Payton

Triune

CD e LP Smoke Sessions Records 2025

Disponibile in streaming su Qobuz 24bit/96kHz e Tidal qualità max fino a 24 bit/192kHz

di Riccardo
Talamazzi
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