Preampli Audio Research Reference 6

13.02.2019..

Audio Research nasce nel 1970 a Minneapolis nel Minnesota. La sede fu successivamente trasferita nell’attuale stabilimento di Plymouth, sempre nel Minnesota. William Zane Johnson, visionario fondatore e progettista dell’azienda, scommise ancora sulle valvole nel pieno boom dei transistor. E la storia dell’alta fedeltà gli ha dato ragione. Il marchio è oggi tra i più longevi e prestigiosi sul mercato e a buon diritto il primo a introdurre nell’alta fedeltà il concetto di Hi-End, una fascia alta di mercato che accetta l’aumento esponenziale dei costi finalizzato ai più elevati standard di qualità progettuale, costruttiva e dei materiali. Come un po’ in tutti i settori, anche nell’alta fedeltà l’Hi-End si è sempre più estremizzata, diventando una vera e propria industria del lusso e motivo di status symbol.

 

Da sempre assertore che non bastano delle buone specifiche tecniche e delle buone misure di laboratorio per avere un’elettronica ben suonante, Johnson non ha mai perso di vista lo stretto legame tra l’aspetto tecnico e il fattore umano. In ultima analisi, a suo avviso, la taratura fine a orecchio è quella che deve guidare la messa a punto del progetto definitivo, implicita ammissione che non esiste un metodo scientifico per ottenere un apparecchio di riproduzione audio perfetto e che un progetto resta solo una delle tante possibili interpretazioni dell’ideale di riproduzione audio.

Il numero impressionante di prodotti presenti sul mercato dell’Hi-Fi, caratterizzati da soluzioni progettuali e tecnologie più disparate, conferma il suo empirismo e quanto sia vana ogni disputa sulla ricerca della perfezione audiofila.

Personalmente, ho trovato nelle elettroniche Audio Research l’Hi-End dal volto umano, ovvero oggetti da riproduzione audio sempre estremamente comunicativi laddove non visceralmente coinvolgenti. Quando, poi, si parla di preamplificatori, credo che ben pochi concorrenti possano vantare una storia come quella del marchio, considerando che elettroniche di venti, se non addirittura trenta anni fa, sono ancora ricercate e apprezzate dagli appassionati e non sfigurano in impianti ambiziosi, mantenendo quotazioni di mercato molto elevate.

 

L’Audio Research Reference 6 è il preamplificatore che rappresenta un nuovo corso, sottolineato già dalla veste estetica, indubbiamente piacevole, frutto del designer italiano Livio Cucuzza.

Sotto il coperchio in plexiglass, che lascia intravedere l’interno, un progetto tutto nuovo. La più macroscopica differenza, rispetto ai Reference 3, 5 e 5SE che lo hanno preceduto, sta nel numero delle valvole. Le tradizionali quattro valvole 6H30 sul segnale sono state portate a sei, mentre la sezione alimentazione è tutta nuova, pur mantenendo la solita coppia di valvole 6550 e 6H30.

Il guadagno non è regolabile, ma i 6 dB in connessione sbilanciata e i 12 dB in connessione bilanciata consentono un’ottima flessibilità d’impiego.

 

Tralascio le specifiche tecniche, riportate come al solito alla fine dei nostri articoli, per concentrarmi sull’esperienza d’ascolto: questa sì, coerentemente col credo di Johnson, resta dirimente per comprendere la qualità e le caratteristiche del prodotto.

Ho avuto modo di ascoltare il Reference 6 in setup di tutto rispetto e ogni volta è stato possibile apprezzare il sensibile valore aggiunto apportato da questa macchina.

In particolare, il Reference 6 si è trovato a suo agio in collegamento bilanciato col finale Audio Research VT100 mk3, ma anche in collegamento sbilanciato con il finale YBA 1, col Leben CS600 utilizzato come finale e con dei finali monofonici autocostruiti intorno a un push-pull di valvole 300B. Non parlo solo di compatibilità elettrica, ma di risultato sonico finale drasticamente implementato su tutti i parametri.

 

Lo stacco tra il Reference 6 e altri preamplificatori che conosco molto bene per lunghe frequentazioni, come il Reference 3 e LS27, è notevole. Attenzione, non sto parlando di qualità assoluta, concetto evanescente e troppo spesso abusato apoditticamente a ogni uscita di un nuovo prodotto sul mercato. Parlo piuttosto di un evidente cambio d’impostazione nel suono complessivo di casa Audio Research.

 

Il Reference 3 e l’LS27 hanno un suono simile se non proprio allineato, dove a una lieve maggior perentorietà in basso del primo corrisponde una lieve maggior ariosità del secondo, ma sostanzialmente, di primo acchito, si fa fatica a distinguerli. Prevale infatti la comune impostazione fatta di grande spazialità scenica e di una trama sonora particolarmente fine e levigata. La gamma media è piuttosto arretrata, contribuendo a collocare tutto il palcoscenico virtuale molto indietro rispetto al fronte dei diffusori. Proprio questo senso di neutralità e levigatezza introdotto dal Reference 3 non fu inizialmente compreso e apprezzato dagli appassionati del marchio americano, perché abbandonava quella nota di calore dei suoi predecessori, perdendo anche un po’ della loro vivacità, sacrificata in nome del rigore e della precisione, avvicinando molto il modo di porgere il suono dei migliori stato solido sul mercato, al costo di dover un po’ “imbrigliare” la vitalità delle valvole.

Cionondimeno, il Reference 3 e l’LS27 hanno una non comune capacità, tipica dei migliori valvolari, di ricreare l’ambiente virtuale della registrazione con tutta la massa di aria in cui si dispiega l’onda sonora, collocando in maniera credibile gli strumenti musicali in detto spazio, stratificando reverberi e armoniche in una successione che disegna profondità vertiginose. È un piccolo prodigio che ho potuto apprezzare anche ascoltando alcuni grandissimi nomi a stato solido, tra tutti, Viola e Dartzeel. Questo parametro resta oggi per me la principale ragion d’essere e valore aggiunto di un preamplificatore attivo in un impianto stereofonico. Entrare nella finestra dell’evento, e non limitarsi a guardarci attraverso, è il confine tra un buon impianto di riproduzione stereofonico e un impianto di Alta Fedeltà. Ho ascoltato preamplificatori a stato solido di blasonati costruttori, prosciugare tutta l’aria dell’ambiente virtuale e far suonare gli strumenti nella sola aria della stanza d’ascolto, con tale definizione e dettaglio da diventare irreali e affaticanti. Un effetto analogo si avverte rinunciando al preamplificatore attivo: si ha la sensazione di maggior dettaglio ma si perdono tutte le informazioni ambientali con un effetto di “appiattimento” della scena. Questo a riprova che la musica riprodotta è fatta di equilibri e non di esasperazioni di alcuni parametri. Malgrado la decodifica dell’orecchio umano sia implacabile nell’accertare la naturalezza e credibilità dei suoni riprodotti, apprezzare gli equilibri diventa a mio avviso,un traguardo dell’audiofilo maturo e navigato.

 

Tornando al nostro in prova, il Reference 6 spezza quell’austerità del Reference 3 e dell’LS27, riportando prepotentemente in evidenza la sua natura valvolare, con un contrasto e una vibrante matericità, che ho avuto modo di cogliere solo in pochissimi altri progetti, guarda caso, valvolari, come le migliori realizzazioni di Convergent Audio Technology, ad esempio.

Per carità, la capacità di mettere ordine nella ricostruzione scenica da parte di un Viola Cadenza, tanto per citare uno dei miei preamplificatori preferiti, è impagabile e resta da manuale. È come se, magicamente, col Viola tutto andasse al suo posto con millimetrica precisione. Non a caso il preamplificatore è l’architetto del suono di un impianto, principale artefice della ricostruzione scenica e della collocazione spaziale degli strumenti sul palco, e Viola interpreta alla perfezione questo ruolo. Ma la vitalità dei protagonisti proposta dal Reference 6 ce la possiamo anche sognare. Col lui è come se tutto si animasse. Gli strumenti non stanno lì ingessati come belle statuine, ma si materializzano sul palcoscenico e vivono di vita propria. Un soffio vitale fatto di vibranti armoniche e toni sempre cangianti che rendono oltremodo credibile la tridimensionalità e immanenza dei protagonisti. Non c’è il rigore e la perfezione patinata del Viola, non c’è nemmeno la stratificata e infinita profondità prospettica riprodotta dal Dartzeel NHB-18NS, ma il palcoscenico del Reference 6 ha dalla sua un senso di immanenza inquietante, il corpo dei protagonisti è grande e contrastato, acceso da un terso e assolato pomeriggio d’aprile. Sembra quasi di vederli, volti scarmigliati dal maestrale e ottoni brillanti. La realtà riprodotta dallo stato solido resta indubbiamente più austera, parimenti tersa ma meno vibrante e materica, chiusa in un’ampolla fatta di perfezione con protagonisti più piccoli e composti e sensibilmente più arretrati sul palcoscenico. In termini assolutamente soggettivi, direi che un grande preamplificatore a stato solido e gli stessi Audio Research Reference 3 e LS27 risultano forse di più facile comprensione e inserimento in un setup, rispondendo correttamente, in arida sequenza, a tutti i parametri audiofili che andiamo inseguendo nei nostri dischi di riferimento.

Nell’equilibrio complessivo, Audio Research ha voluto privilegiare immediatezza e comunicatività più che orizzonti ed echi lontani, suono grosso e vivido, più che piccoli artefatti di un paesaggio virtuale.

 

Già a basso volume, il Reference 6 entra in coppia scolpendo a tutto tondo, laddove col Reference 3 e con l’LS27 siamo ancora a livello di ectoplasmi sulla parete di fondo. Dando su col volume, il gap si assottiglia, le figure prendono corpo, ma restano differenze radicali d’impostazione. Il Reference 6 ha una scena più ampia anche se meno sviluppata in profondità. La forte definizione e i netti contrasti proiettano in stanza i protagonisti con plasticità esuberante e a tutto tondo che quasi toglie il respiro.

Quando il programma musicale si fa affollato, forse si gradirebbe maggiore selettività tra protagonisti e comprimari, sostanzialmente allontanando un po’ dal punto di ascolto tutta questa ricchezza d’informazioni. Forse è l’unico aspetto della riproduzione sonora in cui ho avvertito la mancanza di quel rigore selettivo del Reference 3 e dell’LS27 che allontana e stempera, contiene e, sostanzialmente, interpreta, addomesticando, quell’esplosione dinamica dell’evento musicale riprodotto. Ma ben potrebbe essere un’esigenza del mio orecchio, ormai disabituato alla sgarbata veemenza dell’evento reale e più avvezzo a veder ricomposta e didascalicamente riproposta, mitigata nell’intimità della stanza d’ascolto, l’esperienza musicale registrata nel disco.

 

Incontestabilmente, il Reference 6 ha una marcia in più: è un’autentica macchina da corsa capace di spunti fulminei da inchiodarti al sedile e toglierti il respiro, come di controsterzi da capogiro. Ma sa anche procedere fluida, pennellando tornanti con facilità impressionante.

Concepita e progettata da visionari per visionari indomiti, è una di quelle elettroniche che torna a parlare il linguaggio del cuore, se è vero che la musica è emozione. E lo fa mettendo in comunicazione diretta il vostro ambiente con l’evento, aprendo a un flusso d’informazioni che può facilmente trovarvi impreparati, imponendovi di prestare mesi di cura maniacale per sfruttare appieno tutto quell’enorme potenziale e non restarne travolti.

 

Dal punto di vista timbrico è pur sempre un Audio Research e si sente: intenso ed equilibrato, straordinariamente credibile e mai sopra le righe. Il suono ricco e sontuoso non eccede in protagonismi, le gamme sonore sono riproposte con continuità e coerenza, dal basso profondo all’estremo acuto, con la solita estensione infinita alla quale ormai Audio Research ci ha abituati.

 

Il vero capolavoro di questa elettronica resta, senza dubbio, la micro dinamica, responsabile di trame talmente palpabili che l’illusione di poter vedere e toccare i protagonisti è forse tra le più straordinarie che mi sia mai capitato di ascoltare.

La macro dinamica, parametro altrettanto appariscente e decifrabile, è parimenti degna di un’ammiraglia, producendo transienti in maniera così perentoria e rocciosa che, a confronto diretto, un Signor Preamplificatore qual è il Reference 3, risulta quasi timido e anemico.

 

Inutile negarlo, il Reference 6 è una di quelle elettroniche di peso che sconvolge drammaticamente l’impostazione originaria del setup in cui viene inserito. Esaltando e non penalizzando.

 

Col finale VT100 mk3 è un tripudio di armoniche, mentre con l’YBA il suono vira verso tono più asciutti, accentuando quel senso di luminosità e ricchezza introdotti dal pre americano.

 

Tirando le somme, il Reference 6, per quanto molto più accondiscendente rispetto al Reference 3 che, ad esempio, non rende altrettanto bene in collegamento sbilanciato, non è proprio un apparecchio per tutti. Rivela un potenziale enorme, apre nuovi orizzonti e richiede un attento e paziente lavoro di fine tuning sul proprio setup per poter essere sfruttato appieno. Pertanto, come elettronica di rango elevato che si rispetti, ne consiglierei l’ascolto ed eventuale acquisto solo ad audiofili esperti.

 

 

Caratteristiche dichiarate dal produttore

Risposta in frequenza: 0,4Hz-200kHz, +0/-3dB al livello d’uscita nominale, misurato in bilanciato con carico di 200kohm

Distorsione: <0.01% a 2V RMS sull’uscita bilanciata

Guadagno: 12dB in bilanciato, 6dB in sbilanciato

Impedenza d’ingresso: 120kohm in bilanciato, 60kohm in sbilanciato

Ingressi: 4 ingressi bilanciati e 4 sbilanciati, assegnabili, più 1 ingresso per processore passthrough

Impedenza d’uscita: 600ohm bilanciato, 300ohm sbilanciato; 20kohm carico minimo e 2000pF capacità massima; 2 uscite principali variabili e una per registrazione fissa con connessioni XLR e RCA

Polarità d’uscita: non invertente

Massimo livello in ingresso: 18V RMS bilanciato, 9V RMS sbilanciato

Livello d’uscita: 2V RMS, 1V RMS in sbilanciato, con carico di 200kohm in bilanciato e massimo livello d’uscita in bilanciato 70V RMS con meno di 0,5 THD a 1KHz

Diafonia: -88dB o meglio a 1kHz e a 10kHz

Manopole: Volume a 103 step, Selettore Ingressi

Pulsanti: Power, Menu, Enter, Mono, Invert e Mute

Alimentazione: basso e alto voltaggio regolato elettronicamente, preriscaldamento automatico con mute per 45 secondi.

Rumore: 1,7μV RMS di IHF residua pesata in bilanciato con volume a 1, 109dB sotto 2V RMS di uscita

Valvole impiegate: 6/sei 6H30P doppi triodi, più 1/una 6550WE e 1/una 6H30P nell’alimentazione

Consumi: 200-250 VAC 50/60Hz 130 watt max in funzione, 2 watt in standby

Dimensioni: 48x20x42cm LxAxP

Peso: 17kg netto, 22,3kg con imballo

 

Distributore ufficiale Italia: al sito AudioNatali


Prezzo Italia alla data della recensione: 15.900,00 euro

 

Sistemi utilizzati: all’impianto di Emilio Paolo Forte

 

impianto dell’amico Luigi

Sorgente analogica VPI HR-X con due bracci, JMW 12.7 e Ortofon RS-309D 12", testine Dynavector XX2 mk2, new Sumiko Songbird, Benz Glider mod. Torlai e Soundsmith Zephyr MIMC

Pre phono GM con curve equalizzazione RIAA

Sorgente digitale Luxman D-08u

Preampli YBA 1

Finale YBA 1

Finale Audio Research VT100 mk3

Finali mono Norma Audio MR 8.7B

Diffusori B&W 800 D3

 

impianto dell’amico Salvatore

Sorgente analogica Reed Muse 1C con braccio Reed 12" 3P e testina Koetsu Rosewood

Pre phono GM con curve equalizzazione RIAA

Preamplificatore passivo Audio Tekne

Finale YBA 1

Finali monofonici DIY push-pull 300B

Diffusori Albedo Aptico

di Emilio Paolo Forte
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