Uno, nessuno, centomila. Da quanti profili può essere delineato un musicista come Steve Gunn? Se fa senz’altro piacere prendere atto che le giovani generazioni di autori hanno raccolto attorno a sé l’eredità di molti grandi nomi del passato, è pur vero che, per contro, al netto di tali riferimenti sia lecito interrogarsi sul reale valore delle loro personalità artistiche. L’immagine a raggi X di Gunn, per esempio, rivela numerose stratificazioni scheletriche. Partono dalla California dei tardi ’60 con David Crosby e Fred Neil a suggerire però poco più che qualche intenzione: non a caso questo suo ultimo disco Other you è stato inciso a Los Angeles. Arrivano a sfiorare personaggi più moderni, da Kurt Veil, col quale ci sono state assieme collaborazioni dirette, a Lloyd Cole e a Ryley Walker, e con l’ultimo mi sembra che Gunn possieda le maggiori affinità. Lungo tutto questo percorso, che inizia dai ’60 e arriva a oggi, è però possibile raccogliere per strada nuove suggestioni, altri nomi, come se Gunn avesse avuto il compito di riassumere su di sé gran parte della musica cantautoriale statunitense – e non solo – di questi ultimi decenni.
Arrivati a questo punto, però, ritorno alla domanda iniziale. Chi è Steve Gunn? Tracciare le linee della sua immagine di musicista e valutarne i confini diventa per me molto problematico. Le sue canzoni, che a un primo ascolto possono sembrare poco più di svagate melodie, appaiono in realtà strutture più complesse sulle quali si possono organizzare accompagnamenti interessanti. Anzi, è proprio la cura e l’attenzione degli arrangiamenti supervisionati dalla produzione raffinata di Rob Schnapf – che ha lavorato tra gli altri con Elliott Smith, Beck, Cass Mc Combs – a render gloria alle linee di quest’incisione, offrendole quel tratto di originalità che a volte manca a livello puramente compositivo. A fianco di Gunn, che manipola chitarre acustiche ed elettriche, compaiono diversi collaboratori come Justin Tripp al piano e al basso, Ryan Sawyer alla batteria, Jerry Borgè agli interventi di synth, Mary Lattimore all’arpa, lo stesso produttore Schnapf che interviene saltuariamente alla chitarra elettrica, Julianna Barwick partecipe dei cori insieme a Bridget St. Jones e altri ancora.
L’effetto finale di questo lavoro è quello di uno strano e sommesso disagio mescolato a momenti di puro piacere. Si avverte un lontano profumo di cannabis, quasi un ricordo di stagioni trascorse ed evocate medianicamente da un artista che pare interessato a interrogare il passato per conoscere qualche certezza in più di questo presente. Ma le risposte non sono chiare o vengono parzialmente comprese, sfumando nei vapori tremolanti di questa musica a cui può essere bello abbandonarsi quasi per trovarvi rifugio come in una nicchia protettiva. Probabilmente un modo come un altro per sfuggire alle enigmatiche interpretazioni della contemporaneità.
Other you è il brano d’apertura, oltre a essere il titolo dell’album. Un paio di accordi di chitarra acustica, suonata dallo stesso Gunn con lamentazioni elettriche di sottofondo, precedono l’entrata della batteria con il suo battito regolare,caratterizzando questo piacevole mid-tempo. Il testo accenna ad alcune preziosità da portare con sé, nelle profondità dell’Altro, cioè di un “noi stessi” che attende alla salvaguardia e all’ordine delle cose realmente di valore della nostra esistenza. L’intreccio musicale è notevole, la chitarra elettrica fa buoni assoli, l’impasto delle sonorità è complesso ma pulito. Ottima la coda del brano, un sinuoso finale psichedelico molto californiano e d’altri tempi. Fulton inizia con un “uno-due” di acustica rubacchiato un po’ ai Go-Betweens – qualcuno se li ricorda ancora? – e continua con un ritornello che rimembra Lloyd Cole. Eppure, questo brano risulta essere tra i più belli nella sua complessiva semplicità di una purezza cercata, trovata e raccontata in modo lineare. Molto bello l’intervento di chitarra elettrica, fascinosamente dissonante. Morning River si presenta con una struttura melodica più complessa in cui i ricami di pianoforte si confondono con i duetti vocali tra Gunn e Bridget St.John. Dolcezze e momenti di trance musicale che riempiono cuore e orecchie. Good Wind viaggia sullo stesso binario ma questa volta è Julianna Barwick a echeggiare in sottofondo con la sua voce, a dar profondità a una melodia comunque non all’altezza delle precedenti. Gli interventi di chitarra elettrica in piccoli assoli pieni di colore ricordano – ed è ovviamente un complimento – le timbriche di Jerry Garcia. Circuit Rider sembra un Andy Partridge che intona con i suoi XTC una delle classiche, uncinanti canzoni pop dell’ultimo periodo discografico. L’insieme acchiappa attenzioni e godimenti, soprattutto per l’intervento di chitarra alla Tom Verlaine, con tanto di leva del tremolo scossa con pervicace decisione. On the way mi rimanda ancora a Lloyd Cole, persino in alcune intonazioni vocali. L’impressione è che questa traccia sia la più “britannica” dell’intero lavoro, la più semplicemente pop, piuttosto lontana dal complesso atmosferico che impronta l’andamento progettuale degli altri brani. Protection s’allunga sui toni secchi di chitarra elettrica che fanno immaginare l’approccio di un pezzo R&B, con due punti interrogativi, però, sulla natura dello stesso. Da un lato un accompagnamento di tastiere che sembra estrapolato dai Tangerine Dream di Phaedra e dall’altro il timbro chitarristico che tende a farsi più acido, alla Grateful Dead per capirci. Con The painter si ritorna alle maniere che già Gunn ci ha fatto conoscere, più affini quindi a un pop trasognato pieno di colori pastello e con l’arpa della Lattimore a incrociarsi insieme alla chitarra acustica dello stesso Gunn. Reflection mi ha rimandato ai King Crimson più melodici, forse per l’uso delle tastiere così sfacciatamente progressive e per un cantato che orecchia Greg Lake. Saranno comunque una canonica entrata di batteria e il semplice ritornello a riportarci seduta stante al “qui e ora”. Sugar Kiss è troppo pretenzioso per farsi amare. Si tratta di un lungo percorso vibrante di nebbie e vapori che nelle intenzioni vorrebbe essere psichedelico a tutto tondo, ma che invece mostra un clamoroso vuoto strutturale. Un peccato di eccessiva ambizione. Every feel the way ci saluta meglio che può, rinunciando ai passi più lunghi delle proprie gambe e tornando nell’intimo delle deliziose pop songs che abbiamo incrociato lungo la via di questo disco.
Stabilito che Other you, nel suo complesso, non aveva certo l’intenzione di rappresentare l’epitome di un epoca ma forse solo poco più che un dichiarato omaggio, ciò che resta di quest’album è un curioso ma tenero e piacevole garbuglio di idee, spezzoni di ricordi, recuperi e tentativi di preveggenza. Alla fine, però, resta un album malinconicamente disincantato che ci fa riflettere sulla direzione futura di Steve Gunn, perché le dolcezze narcolettiche a cui si è qui indirizzato, utilizzate alla lunga, finirebbero giocoforza per esaurire il loro effetto.
Steve Gunn
Other you
CD e vinile Matador Records 2021
Reperibile in streaming su Tidal 16 bit/44kHz e Qobuz 24bit/96kHz