C’è un momento, a volte, in cui la musica jazz smette di essere soltanto linguaggio e si fa anche territorio, irradiando attorno a sé una riconoscibile mappa sonora, un preciso paesaggio che si lascia attraversare e identificare, oltre che ascoltare. Southern Nights, il nuovo disco del pianista trentanovenne Sullivan Fortner, è proprio questo, cioè una topografia emotiva, un organismo vivo che ha il carattere mercuriale dell’improvvisazione e che racconta da dove inequivocabilmente esso proviene. Una tipica notte estiva di New Orleans, città natale di Fortner – che oggi risiede però a New York – è ben raffigurata nello stupendo artwork della copertina dell'album, che pesca in un immaginario quasi favolistico, trasmettendo di per sé una sensazione di vitalità e dinamismo.
Fortner, reduce dal doppio Solo Game del 2023, già manifesto di una precisa volontà estetica, sembra qui entrare in una sorta di stato di grazia. Il suo tocco è chirurgico e sognante al tempo stesso, capace di citare alcuni suoi mentori come Barry Harris, Ellis Marsalis, Bill Lee – dai quali pare essere stato decisamente influenzato – ma anche Monk, Herbie Hancock e le melodie creole della Louisiana senza mai comunque cedere eccessivamente a una dimensione nostalgica.
Non potrei definire questo musicista come “tumultuoso”, al pari di altri suoi colleghi che tendono a occupare tutto lo spazio pianistico possibile. Ma l'indole profonda di Fortner pare essere più giocosa, sorridente e rilassata, capace di esprimere uno stile molto personale senza farsi seppellire dal peso dell'hard bop, che viene qui giustamente tenuto in considerazione ma anche ampiamente superato, sia psicologicamente che da un punto di vista tecnico. Sul pianoforte si avverte la sua capacità di selezionare vie improvvisate non schematiche e questo lo si percepisce in modo chiaro dai pattern sempre cangianti, immediatamente affini e disponibili all'umore del momento.
Fortner arriva così al suo quinto album da titolare ma ha dalla sua la presenza come pianista nel quartetto del grande Roy Hargrove dal 2010 al 2017, nonché una serie di collaborazioni con Donald Harrison, Cecile McLorin Salvant , Paul Simon, Lauren Henderson, Melissa Aldana, Samara Joy e altri ancora. Registrato in diretta dal vivo al Village Vanguard ma senza il pubblico presente, Southern Nights vede Fortner affiancato da due giganti con i quali dimostra l'analoga condivisione sinottica. Si tratta di Peter Washington, con il suo contrabbasso pulsante e di Marcus Gilmore seduto dietro la sua “metafisica” batteria, dove i piatti sono utilizzati con molta più discrezione rispetto alla media di altri batteristi jazz. Entrambi non si limitano ad accompagnare, ma si propongono spesso nel cancellare e rimodulare i ritmi, seguendo come ombre le fluttuazioni pianistiche del momento. Washington, impegnato da tempo con Bill Charlap Trio, vanta collaborazioni, tra gli altri, con Art Blakey, Tommy Flanagan e Diana Krall, mentre Gilmore ha nel suo carnet professionale nomi come quello di Vijay Iyer, Chick Corea, Pat Metheny e Kenny Garrett. L'album è stato registrato subito dopo che Fortner, Washington e Gilmore avevano concluso una settimana di concerti al Village Vanguard, quelle volte, ovviamente, davanti a un pubblico vero e proprio. Quindi la musica è stata selezionata e provata live prima di essere registrata. Come già accennato, c’è un senso profondissimo del “luogo”, in questo album. La città natale di Fortner non è solo uno sfondo, e nonostante i brani riconducibili direttamente alla Louisiana non siano poi molti, lui sembra cercare le sue origini nella poliritmia di New Orleans e nella pura gioia di suonare, irridendo moduli prescritti e prevedibili a favore di un'istantanea voluttà sonora, a cavallo tra tradizione ed eclettismo improvvisativo.

Southern Nights apre l'album come title track, riprendendo un vecchio brano degli anni '70 di Allen Toussaint, giusto a proposito di New Orleans... Fortner gioca con la melodia mantenendola a lungo in un costante umore di accordi in maggiore, cavalcandola quasi a balzi, aiutato dal battito cardiaco del contrabbasso e dall'intervento sommesso della batteria. Si comprende come questo omaggio non sia meramente decorativo, ma affrontato con spigliata incisività e direi quasi col sorriso sulle labbra. Impressiona il lavoro della mano sinistra del pianista, sempre alla ricerca di novità armoniche non destruenti ma realmente di supporto per l'arioso tema di Toussaint. Un bell'inizio, leggero ma non troppo.
Viene invece affrontato in un modo, direi, inaspettato un brano come I Love You di Cole Porter, scritto nel 1944 in occasione del musical Mexican Hayride. Questo pezzo sarà poi inciso per la prima volta da Bing Crosby nel medesimo anno. Strana caratteristica della composizione è l'accenno tematico, molto simile a quello di Night and Day dello stesso Porter, che però risale a dodici anni prima. Nei primi quaranta secondi si ha l'impressione che Fortner voglia praticare una sorta di esame autoptico su questo brano attraverso un'impietosa decostruzione atonale. In realtà, passato questo lasso di tempo, cominciamo via via a percepirne le note più familiari, fino a quando veniamo trasportati in un movimento quasi frenetico, dove si realizza la condensazione in senso melodico propria di questa canzone originale. Tra pulsazioni swinganti, accenni di stride, più questo pezzo viene ascoltato, più si scoprono sottigliezze, acrobazie armoniche, invenzioni pianistiche lussureggianti. C'è spazio anche per un assolo di Gilmore che a differenza di molti suoi colleghi non è solito buttarsi sui piatti ma li tiene in equilibrio dinamico e cromatico con le pelli dei tamburi.
9 Bar Tune porta la firma dello stesso Fortner ed è in parte un palese omaggio a Monk, anche se per il resto il brano vira in forma quasi free. Comunque la lettura ritmica è alquanto complessa e poco decifrabile ed è la batteria di Gilmore a prolungarsi in un assolo che fa intuire il poco felice arrovellarsi del pezzo su sé stesso.
Tres Palabras è opera datata 1945 del famoso compositore cubano Osvaldo Ferrés, un autore completamente autodidatta che non conosceva la musica ma evidentemente era munito di un intuito e di un orecchio del tutto particolari. E qui Fortner si misura elegantemente con i ritmi latini, non facendo mancare la nota romantica e sensuale propria di questo bolero, un autentico standard riproposto da innumerevoli artisti in ogni parte del mondo. L'assolo di Washington si mantiene anch'esso molto melodico e grazie alla sue note basse esprime al meglio la tensione seducente dell'intero brano. Fortner si comporta misuratamente a livello armonico, intrecciandosi con soluzioni melodiche che ben si adattano al clima della composizione.

Waltz for Monk è un brano del pianista Donald Brown, scritto negli anni '80 e realizzato per la prima volta da un altro pianista come James Williams che lo pubblicò nel suo album Alter Ego del 1984. Anche in questo caso il riferimento è concentrato sul pianista del North Carolina e qui Fortner riesce nel non facile assemblaggio di mescolare le tipiche dissonanze monkiane con un melodico filtro sovrapposto, quasi alla Erroll Garner, mentre la batteria accompagna disciplinatamente con interventi poliritmici. L'impressione, al di là del valore di questa interpretazione del trio, è quella di una certa regressione allo spirito degli anni '40-50, peraltro mantenuta con una buona fluidità e senza apparenti forzature. Se non altro il brano permette di apprezzare la tecnica straordinaria di Fortner, che non ha bisogno di numeri circensi per dimostrare chi è e cosa è in grado di fare.
Again, Never è una composizione del contrabbassista Bill Lee e molti la ricorderanno per aver fatto parte dello splendido soundtrack del film Mo' Better Blues, dove in quel caso il pianista era Kenny Kirkland. Siamo di fronte a una ballad molto malinconica, realizzata da una sinarchia estremamente efficace tra un morbido pianoforte, assolutamente concentrato sulla linea tematica e un contrabbasso in assolo, uno tra i migliori che abbia mai ascoltato ultimamente. Per contro l'assolo di pianoforte è talmente discreto e interiorizzato che pare non avere quasi le credenziali per essere definito proprio tale, almeno fino al punto in cui, mentre la mano sinistra ripropone la melodia, la destra si differenzia in una corona di note ad ampliarne il senso tematico. Bellissimo.
Discovery è un brano di Consuela Lee, sorella di Bill Lee, pianista e insegnante accademica spesso sottovalutata ma qui ricordata da Fortner che fa trasparire il suo affetto personale. Dopo un inizio quasi classicheggiante, caratterizzato da una serie di progressioni ascendenti pianistiche, compare la ritmica a sostenere il tema con un po' di latinità. Il piano si scava una serie di spazi all'interno dei quali esprime tutte le sue capacità dedicate all'improvvisazione. Non lo ascolterete in fraseggi be-bop, piuttosto in una serie di sovrapposizioni, anche contrappuntistiche, di notevole interesse armonico e tecnico.
Daahoud è firmata dal trombettista Clifford Brown, tratto dall'originale LP Brown and Roach Incorporated, realizzato insieme al batterista Max Roach nel 1954. Forse è l'unico brano puramente hard bop di questo album, dove lo stile del pianista viene un po' coperto dall'adattamento storicizzato verso questo pezzo, in cui peraltro si apprezza sia l'intervento iniziale di Gilmore – un dialogo sottovoce tra lievi percussioni di piatti e tamburi – che il suo vero e proprio assolo verso la seconda parte della traccia.
Organ Grinder è un brano del fiatista Woody Shaw, tratto dall'album Woody III del 1979. Lo sviluppo avviene in un'atmosfera di un'apparente, scintillante forma di cordialità intrisa di blues e swing che si qualifica come ottimo suggello finale.

Saporito al pari di un'ottima pietanza, questo album dimostra come il linguaggio spiccio ma molto armonico e fantasioso di Fortner sia un percorso futuribile, in cui la tradizione sia ancora presente ma accompagnata da una tensione contemporanea che si svolge senza strappi né forzature. Southern Nights è, in definitiva, un album costruito sull’eredità. Non come peso, ma come atto d’amore. Alla fine di questo viaggio notturno nel profondo Sud – che è uno stato mentale e non solo una coordinata geografica – resta una certezza: Fortner è una delle voci imprescindibili del jazz contemporaneo. Il suo stile non è mai solo jazz, ma diventa letteratura e mitologia americana che si fonde con la filosofia creola e con lo spirito di New Orleans, vivendo quindi decisamente immerso in uno spazio ideale tra cultura e territorio.
Sullivan Fortner
Southern Nights
CD Artwork Records 2025
Disponibile in streaming su Qobuz 24bit/48kHz e Tidal qualità max fino a 24bit/192kHz