La prima volta che mi sono imbattuto nei Delines è stato circa dieci anni fa, quando venne pubblicato il loro primo album, Colfax. Ricordo che rimasi piuttosto colpito dalle loro atmosfere notturne, benché immerse in quell'immancabile retorica tutta statunitense dei cheap motel, delle highway percorse come nevrotiche vie di fuga da improbabili personaggi senza un domani. Non sapevo allora, dato il mio superficiale e occasionale interessamento per la band, che i testi scritti da Willy Vlautin, autore e chitarrista, provenivano in gran parte, opportunamente rimaneggiati, dai racconti letterari dello stesso Vlautin, riconosciuto oggi come valente romanziere contemporaneo, tanto che la scrittrice e critico letterario statunitense Ursula K. Le Guin l'ha definito “uno Steinbeck non sentimentale”, fonte Silent Radio, articolo di Andrew Neal del 05/02/25, vedi qui.
Vlautin ama descrivere un Paese dai sogni perduti, popolato con personaggi che conoscono più il peso della sconfitta che la pienezza della vittoria. Storie un po' alla Tom Waits, se vogliamo, ben rappresentate dalla desolazione trasmessa dalla foto dell'album, dove un cane solitario immerso in uno spazio desertico guarda interrogativamente l'obiettivo del fotografo. Sembra quasi il manifesto rappresentativo di un'antitesi a quell'America spocchiosa e arrogante, in pieno stile trumpiano, che oggi tormenta quotidianamente i notiziari di mezzo mondo. Del resto, i protagonisti di questo ultimo e quinto album in carriera della band proveniente dall'Oregon, intitolato Mr.Luck & Ms.Doom, sembrano a tratti immagini di un’oleografia irredimibile che raffiguri antieroi sbandati, soprattutto soggetti femminili in cerca di sporadici momenti d'amore, individualità segnate dalla malasorte e precipitate nelle foibe dell'emarginazione sociale.
A dare supporto ai testi che raccontano tutto questo, c'è la voce di Amy Boone, il cuore pulsante di queste storie: consumata, intensa, capace di dare vita a ogni singola parola. L'accompagnamento musicale, con i suoi arrangiamenti soul country e le pennellate di fiati moderatamente r&b – arrangiati dal tastierista e trombettista della band Corey Grey – crea un'atmosfera cinematografica tipica delle riprese a campo lungo, dove l'ambiente è preponderante ma i personaggi restano collocati nel suo interno, continuando a costituirne il centro d'interesse. La poetica di queste tribolate narrazioni procede per ritmi lenti, pigre ballate silenziosamente dolenti con qualche graffio di rock qua e là, tra i Cowboy Junkies – quelli meno soporiferi – e la rabbia velatamente trattenuta di una Lucinda Williams. Del resto, questo gruppo di Portland conferma di essere tra i migliori nel dipingere storie di vite marginali che, pur non trasudando certo d'ottimismo, si stemperano alla luce di una musica sempre molto melodica, affine alla grande tradizione americana, dove generi diversi si mescolano da sempre con naturalezza creando uno stile asciutto e sobrio ma diabolicamente seduttivo.
I componenti della band sono dunque, oltre ai già citati Amy Boone alla voce, Willy Vlautin alla chitarra e Cory Grey ai fiati e tastiere, Sean Oldham alla batteria e alla voce con Freddy Trujillo al basso e anch'egli alla voce. Partecipano inoltre Tucker Jackson alla pedal steel guitar, Mark Powers alle percussioni e Noah Bernstein ai sassofoni. La subliminale sezione d'archi – di cui peraltro non ho coscientemente avvertito la presenza – è affidata ad Amanda Lawrence per il violino e la viola e a Colin Oldham per il violoncello.

Ed è proprio la title track dell'album, Mr.Luck & Ms.Doom, che si presenta come primo brano della selezione. Un pezzo dal cuore gonfio di soul, con i fiati di sottofondo che sembrano seguire la scia di una canzone alla Van Morrison. Una storia tra le meno tristi dell'intero lavoro – due derelitti che s'innamorano e accendono una luce di quasi felicità nei loro cuori – tra gli strumenti selezionati con chiarezza, cioè un bel basso, una batteria che entra secondo i crismi, un piano elettrico, le chitarre. Ma sono soprattutto gli ottoni che caratterizzano quasi con indolenza l'accattivante sequenza scarna della melodia.
Her Ponyboy è una ballata lenta e piena di pathos drammatico che racconta un viaggio senza meta di due giovanissimi, tra eroina e lavori occasionali. Musica per immagini, vicino alla Willams come condizione basilare ma non poi così lontano delle interpretazioni tossiche di una Mary Coughlan. Le tastiere sono calde e vibranti, la chitarra ha un suono secco che si esprime, tra l'altro, con un assolo scandito sulle corde più gravi. La bellezza di un brano come questo risiede in particolar modo nella poetica crudezza, tutt'altro che enfatica, con cui la voce della Boone scandisce le parole cantate.
Left Hook Like Frazier, pur veicolandosi attraverso le note all'apparenza sbarazzine di un brano pop, racconta – guarda caso – una serie d'intrecci sentimentali che non vanno mai a buon fine, e del resto il testo del chorus è esplicito “that's how you break a broken heart...” oppure ancor di più “had a wife and kids, a left hook like Frazier and words that hit just as hard”. Abusi familiari in odor di pugilato casalingo, ma i fiati e la chitarra angolosa ricordano quasi le atmosfere più leggere degli Style Council, il che fa apparire il tutto musicalmente ancora più conturbante.
Tocca ora a Sitting on the Curb e la chitarra riverberata mi ha rimandato alle corde di Peter Green coi suoi primi Fleetwod Mac, quelli più bluesy. Siamo in pieno clima soul rock con un brano estatico colmo di pensieri cupi e qualche effetto elettronico a sostegno degli accordi d'organo e di piano elettrico. Il testo è terribile e si parla di incendi provocati per vendetta, di case e proprietà altrui in fiamme ma la musica è uno slow che potrebbe simulare, dietro alla dolcezza dell'accompagnamento, una qualsiasi love song che racconti d'un amore andato alla malora.

There's Nothing Down the Highway ha come protagonista una donna in fuga dagli affetti e da sé stessa. Il mito dell'autostrada, molto americano e immortalato negli indimenticabili road movies degli anni '70, si presta a queste considerazioni nihiliste sul viaggio che è insieme liberatorio ma anche senza futuro. Al termine dei lunghi nastri asfaltati si rischia infatti di trovare, come racconta il testo del brano, solo l'oscurità di un luogo analogo – e non solo esteriore – a quello che si è lasciato indietro. Il canto è leggermente strascicato, accompagnato dagli accordi di un desolato pianoforte che suona come un'ammonizione insieme a un rullante di batteria sfiorato dalle spazzole.
Don't Miss Your Bus Lorraine è un fantastico soul r&b con tanto di coro incalzante, dove l'autobus della protagonista sembra l'ultima ancora di salvezza per il suo futuro. Il paradosso inscritto nei versi è che si narra di una ragazza rilasciata dal carcere per possesso di marjuana e che prende un bus per uno stato dove l'erba è legalizzata “... ci sono negozi in ogni strada, anche le vecchie signore e i cristiani ora ci credono...”. Tra i brani migliori dell'album, suonato con un'asciutta solennità che mi ha ricordato la Band di Robbie Robertson.
The Haunting Thoughts funziona armonicamente sul sempiterno passaggio di quarto grado tra due accordi maggiori di settima aumentata per garantire un effetto delicatamente malinconico. Gray supera sé stesso con un gran gusto nell'accompagnamento di piano e organo, ma non si può dimenticare il basso di Trujillo che lega con uno spago d'argento batteria e tastiere insieme. Però la grande protagonista è la voce della Boone, che offre una delle sue migliori performance in termini di espressività, della serie “come cantar bene a mezza voce senza mai salire di tono...”.
Nancy and the Pensacola Pimp ondeggia su un ritmo cadenzato di pop, ma il testo diventa un fumettone di sangue, papponi, corse in automobile e sottomissioni psicologiche. Per non allontanarsi troppo dallo schema narrativo del testo, la musica tende a ripetersi quasi ossessivamente, ridotta a puro commento delle immagini evocate dal racconto stesso.
Maureen's Gone Missing è uno tra i brani più mossi dell'album ma anche tra i più prevedibili, nonostante le chitarre twangy, gli arrangiamenti di fiati, un basso preciso e portante con il respiro poderoso dell'organo. C'è da dire che quando i Delines si allontanano dal loro profilo umbratile più a loro congeniale, sembrano perdere in convinzione.
JP and Me si cala completamente in quel clima soul mediato da fiati pronti a virare verso il r&b più solido, se non venissero trattenuti proprio dalla logica della narrazione musicale. La ballad è molto efficace e rimanda alle meditazioni di una Lady Blackbird, soprattutto quando la voce si riempie di ubbie e sospetti sulla sincerità del partner.
Don't Go Into that House Lorraine è il brano che termina l'album, una breve riflessione piena di presentimenti, ovviamente non positivi, soprattutto se il personaggio femminile è lo stesso che veniva esortato, in un brano precedente, a non perdere l'autobus...

Ci sono band che si reinventano a ogni album e ce ne sono altre come i Delines. Il quinto album non solo consolida la loro estetica musicale, ma ne affina ulteriormente le sfumature, rendendole più contrastate, quasi scolpite nel granito. La coerenza che contraddistingue i Delines non è un limite bensì un punto di forza, in quanto ogni album è il capitolo aggiuntivo di una narrazione che si arricchisce di dettagli, di vite che sfuggono ai riflettori e trovano casa negli anfratti del quotidiano. Guidata dai racconti intensi e brutali di Willy Vlautin, romanziere e cantautore di grande sensibilità, questa band costruisce un universo sonoro che è tanto malinconico quanto irresistibile. E gran merito della riuscita musicale dell'album sta negli arrangiamenti di Cory Gray, con i fiati che si muovono come ombre discrete, avvolgendo ogni brano in una coltre di essenziale eleganza.
The Delines
Mr. Luck & Ms. Doom
CD e LP Decor Records 2025
Disponibile in streaming su Qobuz 24bit/96kHz e Tidal qualità max fino a 192bit/24kHz