Probabilmente è dagli anni '80 che non si è mai più ascoltata una band americana, in questo caso originaria del New Jersey, con un suono così marcatamente britannico come gli Smithereens. Di loro si erano interessate al tempo due major come la Capitol prima e la RCA poi, segno che l'industria discografica aveva subodorato il potenziale commerciale di questa band, da sempre sospesa tra pop-rock, power-pop e puro rock'n'roll. L'allusione all’influenza britannica si fa palese in alcuni momenti di questo The Lost Album, dove si avvertono reminiscenze dei Beatles e di quel Merseybeat costruito con accordi semplici, strutture armoniche essenziali che rimandano a band come Troggs e Small Faces, insomma a quella musica beat che fu l'anima dei '60 in Inghilterra ma anche, ovviamente, al di là dell'Atlantico.
La storia di questa tribolata incisione incomincia trent'anni fa, nel1993, quando la Capitol decide di disfarsi del gruppo giudicandolo meno attuale di altri. The Lost Album fu inciso appunto allora, nell'attesa di traslocare baracca e burattini verso le sponde meno pretenziose della RCA. Questi nastri dimenticati sono rimasti nascosti fino ai giorni nostri, quando il resto della band, impoverita dalla morte del suo leader Pat DiNizio avvenuta nel 2017, ha deciso di pubblicarli. Nonostante il bassista Mike Mesaros abbia dichiarato che i brani non erano stati ancora ben ridefiniti, all'epoca, e che vengono editati ora senza ulteriori aggiustamenti, il loro suono secco e basico e la produzione accurata, senza sbavature, ci fanno pensare che le parole di Mesaros siano più una boutade pubblicitaria che altro, una sorta di de-killing per prevenire, con l'arma della falsa modestia, qualsiasi possibile critica sull'operazione eseguita. Si tratta in definitiva di una coltre di suoni sufficientemente “rumorosi”, con poche autoindulgenze ma capaci di suggestionare a tal punto gli ascoltatori da far credere di stare ancora vivendo in un'enclave beatnik tipica dei '60. Infatti, anche se le chitarre sono ora più distorte di quelle d'un tempo, si riesce a mantenere un certo clima storicamente retroattivo che ha poco a che fare con gli anni Novanta, quando cioè l'album fu effettivamente inciso. Si potrebbe discutere sulle ragioni di certo manierismo rock e anche sui motivi sociologici per cui una musica come questa, priva di infrastrutture nascoste, proclami politici o messaggi subliminali, mantenga ancora un mordente così saldo presso gli ascoltatori, al di là dell'incontestabile piacevolezza melodico-ritmica della stessa.
La band, composta in questo album ancora da Pat DiNizio - voce e chitarra, Jim Babjak - chitarra, Mike Mesaros - basso e Dennis Dicken - batteria, ci propone una sequenza di brani da un certo punto di vista “perfetti” per la loro funzione intrattenitiva. Tutto l'album si fa ascoltare con partecipazione e simpatia, dimostrando pochissimi istanti di bassa pressione. Il gruppo è comunque attualmente ancora in opera con Marshall Creenshaw come cantante al posto dello scomparso DiNizio.

Out Of This World prende subito la gola con un riff quasi hard, con dei coretti che s'infilano tra l'inciso e il ritornello a ricordare gli Who e in parte persino gli Stones. Gli Smithereens picchiano abbastanza duro ma stando attenti a non coprire la struttura della canzone, costruita su pattern coinvolgenti e metronomicamente scansionati. Dimensione chiusa, quindi, serrata sulle timbriche distorte delle chitarre e con la voce solista arrotata al punto giusto.
Dear Abby ha quasi il desiderio di essere ballad, un po' ruvida e in parte intinta nella cioccolata dolce come quelle alla Tom Petty o sul modello Stones prima metà dei ‘70. Doppie voci e tamburello coi sonagli spiegati che accompagnano tutto il brano. Piacevolezza a mille, originalità purtroppo allo zero.
Guadagna qualche punto in più Don't Look Down, che ha un suono leggermente più americano e velatamente punteggiato di psichedelia. Una voce femminile non identificata si accolla il ruolo occasionale di seconda voce. C'è anche la possibilità di uno stacco di chitarra e di un accenno di assolo, se così si può chiamare. Il clima resta sempre quello, un po' passatista ma tanto, tanto piacevole.
A World Apart compare anche in un lavoro solista di DiNizio del '97, Songs and Sounds. Il brano si trova in un inaspettato guado tra i Byrds ed Elvis Costello, con un cantato simile all'artista inglese ma con le chitarre di marca McGuinn & C. Tipico brano da playlist, di quelli che non possono non piacere...
Stop Bringing Me Down attacca in stile hard-rock con chitarre saturate, molto distorte, e la batteria che pesta colpi con quell'alone di “maledettismo” tipico delle power-rock band. Se non fosse per la voce più educata di DiNizio, questo brano si sarebbe potuto quasi spacciare per un inedito dei Black Sabbath.
Pretty Little Lies è una country pop song imbastardita da melodie alla Ray Davis e anche con un pizzico di Beatles che non guasta mai. Una simpatica canzonetta che comunque ha un beat così accattivante da farsi riascoltare con crescente curiosità. Tocca a Monkey Man, ora, e guarda caso parlando di scimmie – questo brano sembra quasi farlo apposta – vengono evocati gli Stones del periodo più “a rota” possibile, quello che girava attorno a Sticky Fingers, album editato nel '71. Qui sembra quasi di ascoltare la chitarra di Keith Richards – provare per credere – e se chiudiamo gli occhi e cerchiamo di immaginare la voce di Jagger, sopra quella di DiNizio, il gioco è fatto. Comunque sia è uno dei pezzi migliori dell'album. Se non altro, anche se si tratta evidentemente di qualcosa di più che un semplice omaggio, abbiamo la possibilità di saggiare la compattezza di questa band, proprio quando occorrono i giusti attributi per suonare un sano ed esplicito rock'n'roll.
Everyday World dimostra un bel lavoro del basso di Mesaros, forse mai così in evidenza. Qui torniamo dalle parti del Costello tra la fine dei '70 e la prima parte degli anni '80 ma il brano sembra stranamente eseguito col freno a mano tirato. Buon ritornello accattivante ma poco altro.
E, se qualche riga sopra avevamo citato gli Stones, ora è la volta dell'omaggio ai Beatles di Paperback Writer con Face the World With Pride, ma il riff di chitarre va a solleticare un altro memorabilia, quella degli americani Monkees. La somiglianza con i due gruppi succitati è a tratti persino imbarazzante ma d'altronde questo è il lessico mainstream degli Smithereens, almeno per quello che riguarda The Lost Album.
La lenta pop-ballad Love Runs Wild porta ancora un'impronta beatlesiana, se non fosse per quelle chitarre arpeggiate di sottofondo che regalano un po' di sapore byrdsiano alla traccia. Coretti graziosi mentre tace la batteria e sale di quota il tamburello. Back to the roots, verrebbe da dire...
I'm Sexy è una ballata in mid-tempo con un bell’assolo di chitarra – molto breve – e un Hammond tra le righe che arricchisce di colore soul il portamento glam del brano.
Chiude com'era lecito aspettarsi una ballatona dagli iniziali toni acustici, la molto-costelliana AllThrough The Night.

Dopo oltre una dozzina di dischi pubblicati dagli anni '80 a oggi, l'epopea degli Smithereens, nonostante la dipartita di DiNizio, continua tra dischi-live, B-sides, tournèe e recuperi come questo Album Perduto. Il maggior merito del gruppo probabilmente si limita al fatto che contribuì a mantenere svettanti i vessilli di un rock genuino e senza grandi pretese, proprio all'inizio degli '80 quando il mondo musicale sembrava incagliarsi nell'effettismo elettronico e nella disco music più commerciale e plastificata. Ma saremmo severi oltremisura se non riconoscessimo a questa band una solidità compositiva e una personalità che, sebbene carente di tratti originali, in questo disco riesce a manifestare non solo una curiosa sfasatura temporale ma anche la capacità guascona di mescolare luoghi e date con assoluta nonchalance. “...passione e conquista ancora li accompagnano...”, verrebbe da dire parafrasando W. B. Yeats. E, finché dura, Dio li benedica.
The Smithereens
The Lost Album
CD Sunset Blvd. Records 2022
Reperibile in streaming su Qobuz 16bit/44kHz e Tidal, sotto la colonna Compilation, 16bit/44kHz