Non è la prima volta che Yaron Herman si presenta con un lavoro di piano solo. Si era già esposto con Variations nel 2006, a soli venticinque anni. Ora, toccata e appena superata la simbolica boa dei quaranta, il musicista israeliano si riaffaccia all'attenzione del pubblico in assoluta solitudine con questo Alma, un titolo che già suggerisce quale sia il baricentro emotivo del suo nuovo album.
Esplorare la propria interiorità è un atto che difficilmente riesce in età giovanile per la naturale propensione all'estroversione, attratti come siamo dalla voglia di esperienze e dal desiderio di vita nelle sue molteplici forme. Ma, come giustamente osservava Carl Gustav Jung, è nell'età di mezzo che s'incomincia a riflettere alla ricerca di quel principio d'individuazione che ci aiuta a chiarire chi effettivamente siamo e cosa realmente vogliamo, non solo più dalla nostra vita ma fondamentalmente da noi stessi. Herman prova a far chiarezza dentro le sue tensioni, senza autoindulgenza, attraverso una sonorità spoglia ed evanescente priva di randagismi stilistici, a tu per tu con la sua anima, appunto.
L'autore racconta, secondo le informazioni che si possono raccogliere sul sito francese Infolocale, di non essersi preparato con alcuna composizione scritta ma di essersi semplicemente seduto davanti al piano, inseguendo una serie di spontanee intuizioni. E infatti in questo album scorre di tutto, dall'improvvisazione libera allo standard, con abbozzi di melodie tradizionali e spunti classici. Ma dietro la fodera di questa musica si avverte la bruciante intensità comunicativa di chi si è arreso a sé stesso senza condizioni.
Che tipo di musicista è Yaron Herman? Contrariamente alla maggioranza dei pianisti che cominciano a sedersi al seggiolino da piccoli, Herman inizia tardi, all'età di sedici anni, e probabilmente più per necessità contingente – un infortunio giocando a basket – che per verace passione. È fondamentalmente un autodidatta, uno dei pochi realmente rimasti al giorno d'oggi, e quindi niente studi classici né scuole di perfezionamento, ma nel suo modo di suonare in piano solo si avverte tanto Chopin quanto Keith Jarrett, alcuni dei pianisti che l'hanno influenzato maggiormente, a detta sua, insieme a Paul Bley.
Herman ama la melodia nella sua rarefatta semplicità e in questo disco si percepisce maggiormente come la struttura orizzontale della sua musica prevalga su quella verticale per cui voicing, vamp, strutture dissonanti stanno dietro il canto, in secondo piano rispetto allo sviluppo melodico dei suoi brani.

Forever Unfolding apre l'album ed è subito un viaggio in profondità, all'interno di una linea cantabile con alcune sfumature mediorientali o addirittura d'ispirazione rachmaninoviana. Una musica piena d'interrogazioni, d'indagine, come se l'autore volesse scrutare tra le pliche del suo psichismo senza aspettarsi risposte esaurienti ma solo riscontri evasivi, pulsazioni sentimentali, emozioni tutte da definire.
Cards sembra essere brano più disteso, forse meno problematico, con la melodia che appare e scompare dietro un accompagnamento più dinamicamente sostenuto. Qualche scala presa in velocità, armonia planante a mezza altezza e l'ombra di Bley che si palesa tra le note.
Rituel si profila su un insolito 2/4 che lo avvicina a un'ipotetica ballata dal malinconico aroma popolare, ma nella seconda parte lo schema si modifica, passando attraverso lievi dissonanze e consentendo alla mano destra alcune escursioni in libertà di poche battute, prima di concludersi defluendo nella stessa progressione con cui il brano era iniziato.
Magnolia è tra i pezzi più asciutti e diradati dell'intero album, una di quelle tracce in cui contano maggiormente i silenzi e gli spazi fra le note. L'esplorazione timbrica e dinamica consente di sagomare i singoli suoni e di dar loro un peso, una sostanza, all'interno di un'evaporazione ritmica che lascia le note nella loro solitaria, affascinante nudità.
Little Melody se da un lato nelle battute iniziali può far pensare a una sorta di continuazione col brano precedente, nel prosieguo dimostra un'anima più romantica, chopiniana, che affiora nel florilegio di scale sovrapposte e negli arpeggi. La melodia è tutt'altro che piccola, nel senso che dimostra una complessità strutturale ricca di modulazioni armoniche, quindi dimostrandosi più raffinata di quanto il titolo del brano voglia mai suggerire.
Tone Field, cioè campo tonale, si sgancia dall'assetto strettamente melodico fin qui ascoltato per dilatarsi attraverso spazi armonici diversi, con continui cambi di fondamentali per cui si perde contatto con un eventuale centro tonale per avventurarsi nel territorio rischioso dell'atonalismo, spesso emotivamente poco accessibile se mal condotto. Herman, in questa occasione, è comunque impeccabile, mantenendo costantemente il controllo nei suoi passaggi e avendo l'accortezza di lavorare in uno spazio temporale ridotto a poco più di tre minuti, senza quindi innescare il rischio della noia.
Here and Now mescola le carte sviluppando una linea melodica sporadicamente fuori tonalità ma con un accompagnamento che si dondola con un pedale tra il I ed il IV grado, secondo un’ispirazione primitivamente rubata a Chopin e molto utilizzata dai pianisti new age.
Segue Ode to Nearness, anch'essa in odor di tardo romanticismo con una melodia molto cantabile, anche questa da ascrivere come una specie di omaggio al compositore polacco. Però si avverte tutto il sentimento che Herman ci mette, facendo diventare questo brano un canto amoroso, sospeso in un’elegia piena di penombre e di silenzi.
Stacco netto col seguente Round Blue, un pezzo “alla Monk”, con uno svolgimento che rispecchia un jazz contemporaneo, quasi inaspettato fino a ora. L'incalzante accompagnamento armonico verticalizza un brano che capovolge il sistema fin qui adottato, facendo trasparire la melodia dall'incrocio armonico delle due mani, piuttosto che da un'autonoma linea espressiva gestita prevalentemente dalla mano destra dell'esecutore.
Silver Lining resta ancora in ambito puramente jazz e qui le anime di Jarrett e di Bley diventano più presenti, con quel loro esprit moderno ma risonante di forte educazione alla musica classica, soprattutto per lo stesso Jarrett.
Il brano che segue è invece uno storico standard, quell'All The Things You Are di Jerome Kern e Oscar Hammerstein scritto nel 1939. Herman lo rivolta come un calzino destrutturandolo a tal punto da renderlo parzialmente riconoscibile, quasi sul modello delle decostruzioni operato, ad esempio, da altri illustri pianisti come Martial Solal.
Yesh Li Sikuy, che significa “ho un'opportunità”, è un brano di Eviatar Banai, un famoso autore israeliano. Herman non ha mai disdegnato di operare rivisitazioni di brani pop, come quelli di Britney Spears o dei Radiohead. Qui rivede una canzone che, tra le sue mani, mostra un'accentuazione di quei caratteri tradizionali mediorientali che spesso hanno costituito parte della sua ispirazione pianistica. Si tratta di una traccia comunque potente, ottimamente interpretata, tra i pezzi migliori di Alma.
Quello che segue, Playground, in tonalità maggiore, lascia una sensazione di assoluta freschezza e di allegria, nonostante l'accenno umbratile verso il finale. Herman riesce a sollecitare un ampio e variegato ventaglio di sensazioni e questo lo si capisce dalla varietà di direzioni armoniche differenti intraprese in questo album.
Apres un Reve merita un discorso a parte, vuoi perché è il brano più lungo, quasi otto minuti di percorso sonoro ma anche perché rappresenta una classica jazz ballad, molto jarrettiana e carica di eros, con una bellissima escursione melodica e uno sviluppo molto tecnico dalla metà in poi che evidenzia l'abilità esecutiva di Herman. Inerpicandosi su ardimentosi saliscendi di scale e una serie alternata di vuoti e di gran pieni dinamici, l'autore immette in questo abito jazz anche una serie di suggestioni classiche che rimandano a Ravel. Brano eccellente, da riascoltare più e più volte per coglierne le intense sfumature.
How Dares a Star è un altro brano pop, questa volta di Matti Caspi, compositore molto conosciuto in terra d'Israele. L'assetto melodico viene inizialmente ben rispettato, salvo poi ovviamente fungere da pretesto per un arrangiamento improvvisato che offre un senso tipicamente jazzy trasformando l'originale brano in qualcosa di ben più ricco.
Rebirth ricorda le strutture pianistiche di Tigran Hamasyan, con quei lunghi arpeggi modali condotti dalla mano sinistra e con la mano destra alla ricerca di melodie che riflettono il mondo dell'Est, dai Balcani all'Asia minore.
Si chiude con Song without Words, una ninna nanna tra Brahms e Chopin a ribadire come Herman, anche senza studi accademici alle spalle, conosca bene il periodo classico romantico, a tal punto d'attingervi spesso, come si è visto, lungo il percorso del suo album.

Il compositore israeliano dimostra un rimarchevole dispiego di talento, soprattutto in un progetto in solitudine come questo, al di là dei suoi precedenti lavori in trio o in set più allargati. Lo strumento solo è un banco di prova che non perdona, costituendo un territorio di non ritorno per le velleità di qualsiasi pianista. Ma l'Autore ha avuto la lucidità e il sentimento che necessitano per portare a termine una scommessa – è sempre una scommessa, il piano solo – come Alma. Non un’opera monolitica, quindi, ma una versatile prova di completa maturità nell'arte dell'improvvisazione tematica e che sollecita le giuste corde emozionali.
Yaron Herman
Alma
CD e vinile Naive Records 2022
Reperibile in streaming su Qobuz 24bit/88kHz e Tidal 16bit/44kHz