Amplificatori audio | Prendiamoli con filosofia

15.09.2020

Premessa
Dopo la breve – e non esaustiva – panoramica sulle classi di lavoro, il primo articolo di questa serie che trovate qui, il passo successivo sarebbe stato quello di fare considerazioni sulla qualità globale di un amplificatore.

Una sintesi grossolana dell’articolo precedente a questo, infatti, potrebbe essere: “non importa cosa viene pubblicizzato – compresa la classe di lavoro – perché la qualità di un amplificatore è definita unicamente dalle sue caratteristiche reali”.

A questo punto il lettore potrebbe aspettarsi, giustamente, una descrizione di queste caratteristiche, di come rilevarle e di come esse determinino il comportamento dell’apparecchiatura e degli altri elementi a essa collegati.

Una descrizione non troppo tecnica, altrimenti gli unici che potrebbero capirla sarebbero coloro che conoscono già l’argomento. E già questo è molto difficile, per chi scrive.

Come molti audiofili sanno, il settore Hi-Fi è permeato da una serie di luoghi comuni, pregiudizi, credenze e misticismi – sì, persino misticismi – non solo sulle caratteristiche tecniche, ma prima ancora sulla filosofia di vita stessa.

Perché il modo in cui una persona vede le cose in generale, poi si riflette sul particolare, ogni particolare, dal tipo di incisione fino al rivestimento dei locali di ascolto.

Chiunque abbia anche solo tentato di fare un discorso serio in questo campo – e in altri – si è certamente scontrato con posizioni assolutiste, negazioniste, dogmatiche.

Oppure – non saprei cosa è peggio – con atteggiamenti del tipo “sì, certo, tutte queste cose tecniche ci sono, ma tanto poi alla fine ognuno decide come gli pare in base a quello che sente in quel momento”.

Per non parlare delle posizioni aggressive – ecco, forse questo è il peggio – di chi rifiuta ogni razionalizzazione a prescindere e attacca tecnica e tecnici come se fossero i “distruttori della poesia dell’impianto” e non coloro che invece l’impianto lo hanno ideato e costruito.

Fare divulgazione in queste condizioni non è difficile, è impossibile. E molto deprimente.

Perciò, per non produrre l’ennesimo articolo inutile sull’argomento – e ce ne sono fin troppi – occorre fare più di un passo indietro e impostare le cose nel modo giusto.

Munitevi di pazienza e buona volontà, se ne avete, perché le cose si fanno interessanti, spero, e serie... NdR | E sicuramente con questo articolo di precisazione metodologica si aumentano la suspense e la curiosità per i prossimi, più squisitamente tecnici, nel senso di "audiofili".

Il nostro impianto esiste davvero?
C’è una corrente di pensiero che afferma che la realtà non esiste, che è solo una creazione della nostra mente. L’idea è affascinante, tanto che Einstein usò l’espressione “la Luna è li quando nessuno la guarda?”.

Per quanto ad alcuni questa domanda possa sembrare assurda, quello dell’esistenza di una realtà oggettiva che non dipende da noi è un dubbio importante che merita rispetto e considerazione. E, no, non stiamo parlando di fisica quantistica o relatività: frasi come “la realtà dipende dall’osservatore” oppure “tutto è relativo” sono conclusioni sbagliate di chi non ha mai davvero visto e capito quelle teorie. Peccato che gli scienziati professionisti non spieghino bene che né il modello quantistico né quello relativistico lascino all’osservatore un tale potere, soprattutto non un potere soggettivo.

Nonostante ciò, la domanda sulla realtà oggettiva rimane.

Questa domanda nasce millenni fa con la filosofia, che però non ne viene ancora a capo, e allora vorrei suggerire un piccolo esperimento per farsi la propria idea sull’argomento in modo diretto, personale, sensibile, per eliminare o quantomeno minimizzare il dubbio.

Andate in un locale che non conoscete, la casa di qualcuno che non avete mai visitato, o magari in un albergo. Prima di aprire la porta bendatevi, oppure evitate di accendere le luci se fuori è buio. Aprite la porta e procedete in avanti.

Qui – decliniamo ogni responsabilità – possono accadere due cose:

  1. Se la realtà è creata da voi, galleggerete nel vuoto senza urtare niente, perché niente può esserci dal momento che niente sapete di quel posto. Se doveste visualizzare buche o pozzi, basterà pensare a un paio di ali per uscirne senza problemi.
  2. Se invece la realtà esiste – una qualche realtà, che potrebbe non essere l’unica ma è la “nostra” realtà – allora urterete un oggetto, un muro, una persona. Qualcosa che altri giureranno fosse presente anche prima del vostro arrivo. Che quindi conferma che questa è una realtà non creata da voi. E non solo la vostra, ma condivisa con gli altri.

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Una variante – non consigliata – dell’esperimento per stabilire se c’è una realtà oggettiva è quella di correre per la strada a occhi chiusi. Se la realtà non esiste, passeremo attraverso i muri. Il signore che vediamo qui ha aperto gli occhi troppo presto.

Per tutti coloro che galleggeranno nel vuoto: non sarà più necessario leggere o parlare di amplificatori, perché potrete immaginare – e quindi creare dal nulla – un’orchestra sinfonica, o anche suonare direttamente con l’artista preferito, che non potrà rifiutarsi perché è una vostra creazione. In questo caso ci salutiamo qui, grazie per il vostro tempo e per avermi creato fino ad ora. Per favore, la prossima volta immaginatemi ricco, grazie.

Per coloro che invece non galleggeranno nel vuoto: se siete ancora interessati agli amplificatori, dopo una breve visita di controllo dall’ortopedico potete tornare a leggere qui. Ci intenderemo.

Vi è anche una terza possibilità, naturalmente, che cito soltanto adesso perché è una variante della seconda: che la realtà sia creata interamente da un essere superiore, posizione assolutamente rispettabile anche questa. In questo ultimo caso, ricordate che sono stati creati per lo stesso motivo – quale che sia – anche gli elettroni, le valvole, i transistor, le equazioni, gli strumenti di misura e persino i tecnici e i progettisti.
Quindi non potete ignorarli o manchereste di rispetto a chi li ha creati per voi.

Parliamo di parole
Le parole sono nate per trasmettere informazioni, dalle dichiarazioni d’amore alle previsioni meteo, e sono uno strumento utile e saggio, finché vengono usate per il loro scopo originario: descrivere fatti, stati d’animo, ragionamenti, pensieri.

Condividere dei sentimenti è vitale. Raccontare una vicenda accaduta è importante. Descrivere un ragionamento è utile e genera spesso altri ragionamenti altrettanto utili.

Invece le parole non collegate a qualcosa sono ovviamente prive di senso, tanto che fino a qualche anno fa venivano addebitate solo a chi aveva problemi mentali. Prima di Internet.

Oggi, purtroppo, gran parte delle parole dette e scritte sono “non collegate”. E questo è male. Abbiamo “opinioni” che non sappiamo spiegare o collegare a fatti reali o ragionamenti. Affermiamo cose su argomenti o vicende che non conosciamo. Non chiediamo informazioni, non forniamo informazioni. Tutto questo è la negazione stessa della parola. E, no, non è vero che a livello soggettivo è giustificato. Non è vero affatto.

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Scimmie urlanti ai lati di una pozzanghera, da 2001 Odissea nello Spazio. Per osservare la stessa scena non è necessario cercare un film del 1968, è sufficiente dare un’occhiata oggi stesso in un qualsiasi social network o talk show televisivo.

Anche a livello soggettivo, un’affermazione è valida solo se deriva da una nostra esperienza o da un nostro pensiero articolato, altrimenti è aria che esce dalla parte sbagliata. Non potrei dire “Mario ha rubato” senza conoscere i fatti – e possibilmente il modo di provarli – e pure la frase “secondo me Mario ha rubato” in assenza di riscontri non è un’opinione ma una calunnia. E per questo è punibile dalla legge. Ma se ne puniscono troppo poche.

Posso dire “ho l’impressione di non potermi fidare di Lucia” perché è una cosa soggettiva, riguarda solo me e non offende nessuno. Quando invece dico “la Terra è piatta” affermo qualcosa di oggettivo che riguarda tutti. Allora, se non dimostro in modo altrettanto oggettivo che la Terra è piatta, non ho espresso un’opinione, ma una fesseria.
Se io e un’altra persona abbiamo opinioni diverse ma l’altra persona ha delle prove, dei riscontri reali, delle testimonianze verificabili, mentre io non ho che la mia “idea”, allora non è vero che la mia parola vale quanto la sua. Quindi, per lo stesso motivo, non merita lo stesso rispetto.
Non esiste una parità “politically correct” tra fatti e parole: i fatti vincono sempre.

Chi afferma che tutto è “opinione da rispettare” risulta subito in conflitto con la sua stessa convinzione: provate a fargli rispettare l’opinione che la sua casa, i suoi soldi o la sua automobile sono invece di vostra proprietà e scoprirete subito che loro per primi non credono a tutta questa “libertà di pensiero”. Dunque, anche questa è una fesseria.

Libertà e creatività – di cui qui non trattiamo, ma invitiamo a cercarne il vero significato, possibilmente in un dizionario – sono ben altro che una scusa per giustificare le sciocchezze, come fanno gli ignoranti.

Anche coloro che si definiscono “fuori dalle regole” possono dirlo perché la materia si comporta seguendo regole precise, altrimenti il loro cuore non batterebbe e non potrebbero respirare, ascoltare, pensare e lamentarsi. Nessuno di loro sarebbe vivo se la fisica non funzionasse nello stesso modo per tutti. Quindi, il “rifiuto delle regole” è il rifiuto della vita stessa. Gli anarchici sono soggetti alla legge di gravità e a tutte le altre leggi, comprese quelle psicologiche e sociali che determinano i comportamenti umani: ne hanno bisogno come tutti, sono fatti di regole anche loro.

Il pensiero “libero dai fatti” si chiama menzogna, o pazzia, o stupidità.

Questa cattiva abitudine delle “parole scollegate” ci porta non solo a inquinare il mondo dove viviamo – perché spargere sciocchezze fa danni – ma ci abitua a credere alle “parole scollegate” degli altri: ci rende quindi manipolabili e deboli.

Dal momento che non siamo più abituati a dare spiegazioni alle nostre affermazioni, abbiamo smesso di chiederle. Ci lamentiamo della politica, delle promesse non mantenute, ma chi di noi è informato su ciò che i politici sono, hanno fatto in passato, e ci raccontano oggi? Diamo potere a persone e ideologie che non conosciamo, acquistiamo oggetti di cui non abbiamo idea del contenuto. Non cercare informazioni oggettive sugli oggetti è davvero assurdo.

Tizio dice: “questo amplificatore fa schifo” ma pochi chiedono perché, in che modo ha condotto le prove. La “voce” si sparge, tutti ripetono le “parole scollegate”, magari qualcuno risponde che Tizio non capisce niente, ma anche le sue sono parole scollegate, perché non entrano nel merito. Risultato: inutile e dannoso caos.

Chiedere spiegazioni invece è fondamentale, perché potremo capire:

  • che Tizio non ha mai incontrato, tantomeno ascoltato, quell’amplificatore e quindi l’affermazione è da ignorare
  • che Tizio ha provato l’amplificatore in ambienti o con diffusori non adatti, quindi il giudizio non è corretto e forse ci verrà la curiosità di fare noi una prova con i diffusori adatti nell’ambiente giusto
  • che Tizio ha svolto le prove in modo corrotto, perché ha interesse a mettere in cattiva luce quella marca o quel modello, dunque non è attendibile
  • che Tizio ha condotto effettivamente delle prove serie e verificabili, nel modo giusto e nell’ambiente giusto, dunque l’apparecchio è davvero di scarsa qualità

Come evidente, il solo fatto di chiedere spiegazioni – ossia di voler conoscere il collegamento tra le parole e i fatti o i ragionamenti – rende quelle parole utili: per valutare la bontà dell’affermazione, o per valutare la credibilità di chi la fa. Conoscere i particolari della prova, se c’è stata, ci può insegnare qualcosa che non sappiamo su come si valutano gli amplificatori, inoltre per scambiare queste informazioni saremo “costretti” a discutere con Tizio e la discussione potrebbe portare spunti interessanti su cui riflettere.

Se tutto ciò vi sembra scontato, chiedetevi: “sono in grado di provare ogni mia affermazione? Sono in grado di spiegare le cose che dico, per convincere qualcuno che mi fa domande?”. Perché è così che dovrebbe essere; oppure dovremmo astenerci, tacere.

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Einstein diceva: “se non lo sai spiegare, allora non lo hai capito”.

Tutti coloro che conoscono bene una qualche disciplina si lamentano di quante sciocchezze vengono pronunciate sull’argomento da chi non è competente. Allo stesso modo, prima di parlare di cose di cui non abbiamo esperienza, dovremmo chiederci se anche noi stiamo per partorire quella che altri riconosceranno come sciocchezza. Questo non ci renderebbe infallibili, ma sicuramente migliori.

E, no, aver frequentato la cosiddetta “Università della vita” non ci rende davvero competenti in campi dove occorre mettere insieme tante conoscenze e procedure derivate dal lavoro di centinaia di persone in decenni o secoli. Non sono tutti stupidi quelli che investono soldi e anni di vita per studiare cose complicate invece di andare a divertirsi. Di solito, invece, sono quelli che letteralmente “costruiscono e mantengono” il mondo.

Chi svolge una tal cosa per lavoro è in genere molto più attendibile, perché se viene pagato allora qualcuno si aspetterà dei risultati, cioè dei fatti che confermino le sue idee e parole. In sostanza i suoi contenuti saranno selezionati, a differenza di quello che accade in rete o al bar.

Se vi ritenete “esperti” e non avete mai dovuto chiedere dei soldi in cambio del vostro contributo, potreste essere in errore e non averlo nemmeno capito perché le vostre “conoscenze” non sono state messe alla prova. Potreste anche fare dei danni.

Alcune professioni esigono che ogni parola, ogni idea, debbano poi essere spiegate, provate, verificate. E, se dici o pensi il falso, ci sono conseguenze, per esempio non vieni pagato o, peggio, qualcuno muore: pensate ai medici. Dunque, chi svolge quei lavori ha l’abitudine a star ben attento anche a quello che dice e pensare attentamente a cosa fare.

Un’abitudine che dovremmo avere tutti, perché risparmieremmo tanti problemi al mondo e a noi stessi. Poi, certo, un medico può sbagliare. Però questo non ci autorizza a pensare di essere al suo livello, perché il peggiore dei chirurghi potrà fallire un’operazione su due e verrebbe presto licenziato, ma il migliore dei giornalisti che lo critica ne sbaglierebbe cento su cento. I difetti degli altri non ci rendono migliori, l’unico modo per migliorare è impegnarsi per imparare cose che non sappiamo.

Diffidiamo di chi disprezza cose che non conosce. Molte persone iniziano le loro sentenze con “io di queste cose non capisco niente” e finiscono con “comunque quella cosa non va bene”.

Un discorso del genere non è un’opinione: è solo la parodia della storiella della volpe e dell’uva che non poteva raggiungere e che quindi “non era buona”. Se non siamo competenti, chiediamo a chi lo è.

Scienza è umanità
Viviamo in un’epoca strana, dove un’anomala e pericolosa incoerenza anima parole e azioni.

Critichiamo la scienza o la tecnologia senza sapere cosa siano. Ce ne lamentiamo e arriviamo a incolparle della nostra infelicità. Però lo facciamo postando un messaggio in rete dal nostro account digitale. Oppure malediciamo i cibi moderni perché non sono prodotti in modo “naturale” e poi andiamo a prendere il cibo naturale dal contadino, ma con la nostra automobile.

Se fossimo coerenti – ma come visto non ci siamo più abituati – nel momento in cui ci lamentiamo della scienza o della tecnologia dovremmo rinunciare a tutte le comodità e sicurezze, disfarci di telefono, computer e ogni apparecchio e andare a piedi, perché anche un calesse trainato da un cavallo è l’espressione di una tecnologia, come lo sono i vestiti che indossiamo, le case dove viviamo – anche se di legno o fango – il cibo che mangiamo e la pentola di rame che usava nostra nonna da bambina.

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Alcuni oggetti tecnologici. Coloro che rifiutano la tecnologia sono invitati a restare nudi, andare a piedi, mangiare per terra, lavarsi nelle pozze d’acqua e non pettinarsi mai.

Ci è così difficile essere coerenti perché i nomi che diamo alle cose ci ingannano, in modo molto peggiore che le classi degli amplificatori.

Sappiamo cosa sono scienza e tecnologia? Sapremmo spiegarlo a qualcuno?

Dopo la pubblicazione della prima parte di questo articolo, alcuni colleghi mi hanno chiamato per dirmi, stupiti, che non sapevano che gli amplificatori in classe D fossero analogici e non digitali. E questo nonostante avessero avuto accesso agli schemi e agli strumenti, senza mai aver visto un bit nello stadio finale o un “gradino” nella forma d’onda in uscita.
Eppure, sono persone che lavorano nel campo, e con ottimi risultati. Il punto è che non avevano mai riflettuto sul termine “digitale” ma avevano preso per buoni i luoghi comuni. Però i “luoghi comuni” sono spesso falsi, quando non si basano sui fatti.

Siamo tutti un po’ così. E non ci fa bene, ci rende deboli, volubili e, a volte, disperati. Perché se diamo nomi diversi a cose che in fondo sono le stesse, come gli amplificatori “digitali” distinti da quelli “analogici”, allora ci ritroveremo in crisi perché verranno generati dei problemi che non esistono.
Risolvere un problema che non esiste è impossibile e quindi piuttosto frustrante.

Creiamo distinzioni dove non ci sono. Ci viene naturale farlo. Succede perché i più fragili hanno bisogno di “nemici” con cui prendersela per dare più senso alle cose. Ma questo non è un buon modo di vivere. Nel migliore dei casi ci distrae dai veri problemi, come le malattie, l’inquinamento, la sovrappopolazione e altre questioni per le quali servono lucidità e competenza e non rabbia o frustrazione. Non so quanti di voi si farebbero curare da un operaio inferocito piuttosto che da un medico competente e calmo. Nessuno, direi.

È difficile parlare di amplificatori – e di molte altre cose – con chi critica la scienza e non si rende conto di essere uno scienziato. Perché tutti lo siamo: ogni volta che facciamo qualcosa in modo organizzato, tenendo conto delle esperienze passate, e lo facciamo con in testa un modello, un procedimento, ebbene… quella è scienza. Quando una persona si adopera in cucina, avendo in mente una ricetta e facendo prove per migliorarla, è scienza.
Non per modo di dire, non in senso lato: è davvero scienza.

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Uno scienziato al lavoro con l’ausilio della tecnologia.

Semplicemente: ogni attività che sia finalizzata alla conoscenza e alla sua applicazione per saperne ancora di più – di qualsiasi argomento, anche la teologia – quella è scienza.
Quando invece la conoscenza è usata non per produrre altra conoscenza ma per applicazioni pratiche, si chiama tecnologia.
La tecnica è un caso particolare della tecnologia che riguarda un solo argomento.

Viene da sé che quasi tutti i lavori costruttivi e utili hanno a che fare con scienza o tecnologia.

Il maniscalco che ferra un cavallo produce tecnologia e il contadino che accudisce una piantagione è scienziato e ingegnere. Le piantagioni non esistono in Natura, le ha inventate l’uomo dopo aver studiato i cicli di vita delle piante.

Le prove di ascolto che facciamo per capire se il nostro impianto audio rende meglio con brani jazz oppure rock, sono scienza. Produciamo tecnologia quando, forti delle nostre esperienze, costruiamo un diffusore o un mobile per poggiarci sopra il giradischi.

Anche se non siamo “dottori” siamo scienziati, tutti quanti, in qualche modo. La cosa che distingue uno scienziato “professionista” da un essere umano non è il titolo accademico ma il fatto di impegnarsi nella propria scienza seguendo il metodo scientifico, che è un insieme di “regole del gioco”.
Regole efficaci, umili – l’umiltà è alla base della scienza – e di grande buon senso.

Pensiamo alla differenza che c’è tra un gruppo di bambini che giocano con una palla – divertendosi così come viene – e dei giocatori di serie A impegnati in un campionato.

La differenza, a parte le prestazioni di chi è allenato, è che il professionista deve seguire delle regole condivise, perché altrimenti il gioco sarebbe disordinato e scorretto, infatti chi non segue le regole viene espulso.
Nella scienza, il “gioco” è capire le cose in modo strutturato e ordinato, per poterle trasmettere a tutti, ed evitare il più possibile errori. Il metodo scientifico serve a questo.

Quando il lavoro di qualcuno viene disconosciuto dalla “scienza ufficiale” non è perché ha detto “qualcosa di scomodo che ha infastidito i poteri forti”, ma perché nella sua ricerca non ha fatto le cose per bene. Le regole non entrano mai nel merito, ma solo nel modo.

L’arte differisce dalla scienza per la mancanza di regole e per il fatto che il suo scopo non è tanto la comprensione quanto l’espressione. Ma non pensate che i due campi siano separati, non lo sono affatto: arte e scienza sono collegate dalla tecnologia, la creazione di “utensili” per fare… qualsiasi cosa.

Anche l’artista più “duro e puro” usa la tecnologia: lo fa il musicista con il suo violino – infatti il liutaio che lo ha costruito è uno scienziato del suono e un ingegnere del legno – e lo fa il pittore con il suo pennello e i colori, perché per produrli c’è voluta la scienza cromatica prima e la tecnologia delle setole poi. Per trovare un’attività umana dove la scienza o la tecnologia non entrano, dobbiamo confinarci nel dominio degli istinti.

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Quasi tutto ciò che ci permette di esprimere arte e sentimenti è tecnologico.

Se provassimo per un attimo a guardare al di fuori della nostra specie, noteremmo subito che qualsiasi altra cosa, dal canto alla scultura, dalla procreazione all’assassinio, dal nuoto al volo, dal combattimento alla gestione di una famiglia, in Natura era presente prima di noi, in tanta e tale varietà di animali e piante che ancora non si riesce a catalogarli tutti.
Perciò su queste attività non abbiamo portato nulla di nuovo sotto il Sole.
Nemmeno sentimenti e desideri sono esclusiva umana: ad esempio, un cane ama e desidera essere amato. Il mio è pure geloso e innamorato della gatta.

Cosa resta? La cosa che più di ogni altra distingue gli esseri umani dagli altri esseri viventi: il pensiero costruttivo, la capacità di immaginare una cosa e collegarla alle altre. E magari ricavarne qualcosa di utile per la nostra vita di tutti i giorni.
In due parole: scienza e tecnologia.

Fin dalla preistoria, prima della filosofia e della religione, quando ancora ci esprimevamo a grugniti, è nata l’ingegneria: i sassi affilati con cui andavamo a caccia erano già utensili.
Dunque, queste cose che alcuni vedono come entità incomprensibili e malvagie, coperte da un mantello scuro, che seminano morte e infelicità, siamo davvero... soltanto noi.

Se ci tolgono questo, torniamo bestie come le altre. E nemmeno tra le più interessanti o belle.

Il significato di “scienza” non è altro che l’inclinazione naturale degli esseri umani di togliere terreno al caos e portare un po’ di ordine e consapevolezza, come quando strappiamo al deserto qualche metro per trasformarlo in orto coltivato. Chi vede in questo qualcosa di brutto, tenga presente che sta guardando se stesso e i suoi simili.

È necessario ricordare che, dietro a ogni bomba che viene lanciata, oltre a uno scienziato che l’ha pensata e un ingegnere che l’ha costruita, c’è una persona di potere che ha dato l’ordine di lancio e, dietro ancora, un popolo che ha eletto quella persona e ne condivide l’odio per il bersaglio. Scienza e tecnologia sono solo parole, non fanno morti.

Troppo spesso diamo a quelle parole la responsabilità che invece è della nostra umanità: prenderne coscienza significa capire che l’uso della tecnologia è governato esclusivamente dai nostri desideri e istinti umani. La scienza non ti “dice” cosa scrivere su Facebook, quali persone aiutare, o discriminare, o disprezzare. Non ti “dice” che devi inquinare o bombardare, anzi, mette bene in guardia sulle conseguenze, se hai cervello per capirle. Siamo noi, solo noi, a decidere cosa distruggere, compresi noi stessi.

Se usi Internet per insultare o per giocare invece che per informarti e crescere, è solo una tua scelta, e ci vuole poco a capire che è una scelta guidata da istinti e non da equazioni.
Vogliamo un mondo migliore? Lavoriamo sulla nostra umanità, su educazione e cultura.

Per usare una metafora, scienza e tecnologia ci permettono di avere una vettura più potente e in grado di trasportare più persone, ma il volante è sempre in mano alla nostra “umanità”, siamo noi a stabilire la direzione. Chi va nella direzione sbagliata e dà la colpa all’automobile è un irresponsabile o uno stupido. Soprattutto, se incolpiamo la macchina invece del guidatore, non eviteremo i prossimi incidenti, perché la causa rimane.

Quando una petroliera si danneggia e inquina il mare, raramente la causa è nella progettazione, piuttosto è nell’avidità o nella stupidità di chi ha risparmiato sulla sicurezza. E il combustibile che uccide l’ambiente viene estratto per soddisfare i bisogni delle persone e dei loro figli, sui quali bisogni si arricchiscono altre persone che hanno desideri e pulsioni. Dovremmo piuttosto scegliere meglio chi prende le decisioni. E chiederci se le nostre necessità sono a monte di qualche problema, nel qual caso non avrebbe senso lamentarsene o incolpare altri.

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Gli “incidenti” che vedono coinvolti “scienza e tecnologia” hanno quasi sempre causa nelle decisioni umane, governate perlopiù da istinti e sentimenti.

La scienza quindi non può essere né difesa né attaccata, perché è solo una delle parole utili a descrivere la razza umana, nessuno escluso. Una parola che ci identifica.

Il motivo per cui molti si scagliano contro questa parola è la scarsa comprensione delle cose – sempre colpa nostra perché non approfondiamo – la quale genera incertezza e paura, perché noi umani sostituiamo la mancanza di informazioni con informazioni negative. Se un nostro amico non si fa più sentire, la prima cosa che pensiamo è che gli sia successo qualcosa di brutto o che ce l’abbia con noi, non che abbia vinto alla lotteria e se la stia spassando dall’altra parte del mondo. L’ignoranza genera la paura.

Per vincere questa paura non dobbiamo – e non possiamo – conoscere tutto, naturalmente, ma sapere almeno le cose fondamentali sul mondo cui apparteniamo sarebbe di grande aiuto e ci farebbe vivere meglio in tutti i campi, arte e sentimenti compresi ché sono continuamente studiati.
Oggi la possibilità di informarsi c’è, sta a noi sfruttarla, piuttosto che alimentare chiacchiere.

Nel passato quelli che non erano in grado o non volevano sapere le cose si sono estinti.

Gli altri – cioè noi, Homo Sapiens, non Homo Ignorantus – possono invece ascoltare musica, costruendo ambienti confortevoli dove posizionare impianti audio.

E, a proposito di impianti, c’è un’altra importante questione da definire prima di parlare serenamente di tecnologia dell’amplificazione.

Quantità è qualità
Altra importante causa di incomprensione quando si parla di cose tecniche – e non solo – è la cosiddetta contrapposizione tra quantità e qualità. Certamente i due concetti sono diversi, ma anche intimamente connessi e non opposti – o addirittura tali da escludersi tra loro – come qualcuno asserisce.

Anzitutto, senza quantità non c’è qualità, perché se pensate che la quantità dei soldi, o del cibo, o dell’affetto, non abbia importanza, provate ad azzerarla o a dividerla per mille.

Se abbassate la vostra retribuzione a un millesimo, la qualità della vostra vita peggiorerà, e posso garantire che anche tra i sostenitori del motto “la quantità non conta” percepire già due terzi del loro stipendio è motivo di grande arrabbiatura. Ne concludiamo che forse non ci hanno pensato bene.

Se vi dessero del cibo, dell’ottimo cibo, il migliore cibo che si possa trovare, in quantità di mezzo cucchiaino al giorno, la qualità della vostra vita precipiterebbe, perché morireste di fame.

Se il più bel gesto di amore, il più sublime, lo ricevessimo una sola volta in vita nostra, la qualità del resto dell’esistenza sarebbe pessima comunque, perché vivremmo prima nella speranza e poi nel rimpianto di quell’unico gesto.

L’argomentazione – decisamente scorretta – che viene portata in molti esempi è del tipo “è meglio un amplificatore da 5W di ottima qualità che uno da 100W di pessima qualità”, ed è scorretta perché chi la porta evita di mostrare che anche 5W sono una quantità.

Provate con i vostri diffusori un amplificatore da 0,01W della migliore qualità possibile: non sentirete niente. E 100W un po’ distorti sono meglio di niente. Dunque, che fine fa la qualità?
Naturalmente bisogna stabilire a quale valore la potenza è troppo poca, cioè la quantità sotto la quale la qualità non conta più perché non si avvertirebbero le differenze. E, credete, 5W è molto vicino a quel valore, anche per chi ha buon udito e diffusori ad alta efficienza. In seguito, vedremo perché.

Se sulla vostra utilitaria montassero un bellissimo motore elettrico dotato di tutti i migliori accorgimenti per consumare e inquinare pochissimo, ma questo avesse un decimo della potenza di quello originale, non riuscireste a uscire dal parcheggio.

E quindi, in definitiva, il discorso è sempre e anche quantitativo. Non si può parlare di qualità senza parlare anche di quantità.

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La “qualità” poggia sulla “quantità”, in un mondo fisico come il nostro.

Questo accade perché la nostra realtà è fatta di quantità, a ogni livello. La qualità “pura” non esiste. Sarebbe, per chi ha letto la prima parte dell’articolo, l’informazione in ingresso all’amplificatore, che come abbiamo visto non è in grado di muovere gli altoparlanti.

Anche quella, però, ha la sua energia, diversa da zero, e se la portate a zero… scompare l’informazione.

La frase “non importa lo spessore del foglio dove scrivi” è una sciocchezza se proviamo a scrivere con la penna su un foglio dello spessore di un millesimo di millimetro, perché il foglio andrà in pezzi e non scriveremo niente.
La frase “non importa la grandezza della penna ma la sua qualità” è decisamente falsa, se vi danno una penna che scrive benissimo ma è lunga 5 metri e pesa una tonnellata, perché non potrete usarla.

Tutto è quantificato, per la precisione deve essere quantificato, se vogliamo che funzioni.

La contrapposizione e separazione tra qualità e quantità sono altre delle sciocchezze che circolano e complicano inutilmente la vita.

La memoria di un computer ha delle dimensioni, i dati che viaggiano nei cavi USB o di rete hanno delle correnti, delle tensioni, delle velocità – tutte caratteristiche quantitative – e non possiamo ignorarle, o meglio possiamo ma esse non ignoreranno noi.

Non dimenticate: la quantità conta sempre. Sempre. Anche per le cose umane, non solo quelle tecniche.

Ci sono casi dove la quantità e la qualità addirittura coincidono. In molte discipline atletiche, così come nei rally automobilistici, i contendenti si misurano in prove individuali – notate il termine “misurare”, che è prettamente quantitativo – e la classifica finale, cioè la qualità della prestazione, è data esclusivamente dal confronto quantitativo di un numero, per esempio il tempo o l’altezza o il peso.
A patto di non usare le ali, dunque, la migliore scuderia di rally è quella che fa il tempo inferiore sul tracciato. Naturalmente potranno essere fatte disquisizioni interessanti su come il pilota imposta le curve, sul modo di gestire la frenata, sull’eleganza delle sbandate, ma la qualità della sua prestazione corrisponde alla quantità del tempo impiegato a percorrere lo stesso tracciato degli altri.

Un sollevatore di pesi vince l’Olimpiade indipendentemente dalla “qualità” del peso che solleva, se è ferro con la ruggine o meno, verniciato bene o a chiazze, se invece del ferro c’è piombo o alluminio. La qualità di un sollevatore di pesi corrisponde alla quantità del peso che solleva.

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Sollevamento pesi audiofilo, impegnativa prova olimpionica con ben 4 vie stereo. È presente anche un tubo a vuoto, ma non è visibile nella foto.

Ci troviamo proprio nel caso di un amplificatore audio: quello che chiamiamo “qualità” sono caratteristiche quantitative: distorsione, risposta in frequenza, risoluzione, controllo, spazialità e tutti gli altri parametri che “fanno la qualità” sono in realtà delle quantità misurabili, esattamente come lo è la potenza. Perché il nostro orecchio percepisce tutte e sole cose quantificabili, essendo oggetto fisico. E questo non deve sembrare dissacrante o squallido, siamo fatti così e bisogna prenderne atto.

Sapere che la qualità è una cosa misurabile al pari della quantità dovrebbe invece rallegrarci, perché rende le cose molto più facili: non essendoci contrapposizione, è sicuramente possibile ottenere, ad esempio, amplificatori di elevata potenza e anche di elevata qualità, senza dover rinunciare a nulla. L’importante è sapere cosa cercare.

Che fare, allora? Buttare tutto e ricominciare daccapo perché qualcuno ha scritto che le cose di cui abbiamo discusso per anni erano delle sciocchezze?

No, certamente no. Questa seconda parte dell’articolo vuole far riflettere le persone più intelligenti sulla opportunità di considerare punti di vista diversi da quelli che sentiamo da decenni, e la riflessione può partire dalle cose scritte qui. Non si chiedono atti di fede, non si sciorinano regole auree, ma si provano a evidenziare le contraddizioni di certe “filosofie” e il vantaggio di considerare le cose in modo meno conflittuale e più collegato.

Se un amplificatore suona meglio di un altro, per voi, compratevelo, e godetene appieno.

Ma se volete sapere il vero motivo per cui va d’accordo con i vostri diffusori dovrete interpellare un bravo tecnico, non il vostro amico audiofilo che non conosce la legge di Ohm perché fa il fabbro, anche se ha tanta, tanta “esperienza”.
Anzi, dovreste chiedervi come mai, dopo tanti anni passati a investire tempo e soldi sull’alta fedeltà, il vostro amico non si è mai preoccupato di saperne di più sulla faccenda “delle tensioni e delle correnti” che è davvero facile da capire, più facile delle istruzioni di una lavatrice. Gli “appassionati di automobili” che non hanno mai aperto un cofano motore non sono credibili, perché le automobili non sono solo carrozzeria e sedili.

Non accontentatevi. Soprattutto, non accontentatevi delle opinioni e delle pubblicità.

Il direttore di questa rivista potrebbe guardare l’Hi-Fi “dall’alto della sua esperienza” di decenni di frequentazioni audio, perché conosce un gran numero di sorgenti, diffusori, amplificatori, cavi, accessori, marchi, progettisti e venditori. E chissà cos’altro. Invece sceglie di crescere: chiede in continuazione cosa c’è dietro ai fenomeni che il suo orecchio ben allenato rileva con facilità mentre al tecnico occorrono ore di misure usando costose apparecchiature.

Ecco, il vero audiofilo apprezza le spiegazioni tecniche, e il vero tecnico sarà felice di dare un nome e un volto ai parametri che portano gioia – come la dinamica – o dispiacere – come la distorsione – a chi paga e giudica il suo lavoro.

Se siete arrivati a leggere sin qui avrete intuito che tutto, in questo campo, ha una spiegazione, magari semplice. E, se un tecnico non è in grado di spiegarvi da cosa dipende quel particolare del suono che ascoltate, è probabile che sia un suo limite, non il vostro.

La collaborazione tra chi progetta gli impianti e chi ne fruisce non può che migliorare le cose e pulire il campo da sprechi e truffe.

Per attirare la vostra attenzione – ma non spoilerare gli argomenti – nei prossimi articoli, per chi vorrà leggerli, tratteremo e troveremo la conferma e la spiegazione dei seguenti fenomeni:

  • l’orecchio umano è uno strumento di misura
  • i finali valvolari producono un suono più ricco
  • i cavi audio fanno differenza sull’ascolto
  • alcuni amplificatori funzionano meglio con certi diffusori e peggio con altri
  • la potenza è un fattore qualitativo
  • e altre cose interessanti...

 

Fine seconda parte - Continua...

di Rajko
Marcon Quarta
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