Dylann Leblanc | Coyote

09.02.2024

Il coyote ha tutta l'aria di essere un animale totemico, almeno a giudicare dal numero di volte con cui viene citato nei testi delle canzoni dei folk singer americani. Un canide selvatico che partendo dal nord del continente americano si è via via più diffuso verso sud, attraversando i territori di confine col Messico e inoltrandosi nelle zone più desertiche del centroamerica. Viene considerato un animale estremamente adattabile, resistente alle turbolenze climatiche e orgogliosamente selvaggio. Non deve stupire, quindi, che un autore come Dylan Leblanc, trentatreenne nato in Louisiana, avverta una certa identificazione con questo animale vagabondo e rappresentativo che simboleggia il senso di libertà e l'impossibilità di un reale adeguamento alle regole soffocanti delle società umane.

 

La copertina dell'album Coyote racconta una storia già di per sé esemplare, con quel disegno in cui il lupo della prateria appare come un San Sebastiano teriomorfico, trafitto da un nugolo di frecce, eppure ritto e ancora vigile sulle proprie zampe. Su questa identificazione tra artista ed emblema totemico – va da sé che in questa precisa similitudine si evidenzia uno dei tratti di frontiera più individualisti dell'homo statunitensis – Leblanc costruisce un vero e proprio melodramma riassunto in un concept, inventando una storia avventurosa e un po' romantica di un tale chiamato appunto Coyote che fugge dal suo passato, cercando di vincere la povertà attraverso il confine messicano come corriere della droga. Un'avventura fatta di malavita e pentimenti, a maturare in un artista come Leblanc che, pur non avendo vissuto in modo diretto storie come queste, vi ha trovato rispecchiata la propria adolescenza un po' nomade dispersa tra Texas, Louisiana e Alabama. Dice lo stesso Leblanc dalle pagine del suo sito personale: “Sono andato a scuola con persone di ogni ceto sociale. Eravamo diversi ma pensavamo di essere tutti poveri, di essere tutti sulla stessa barca. Siamo cresciuti nel caos. Erano gli anni '90 in Louisiana, al confine con il Texas e quell'aria era pesante.”

 

Coyote è il suo quinto disco in carriera, il primo autoprodotto. La sensazione è che Leblanc abbia voluto avere interamente carta bianca sia nella scelta dei musicisti che l'accompagnano, sia nello stendere il suo ambizioso progetto narrativo, magari cercando di confondere le acque – nell'analogo modo in cui agisce, del resto, ogni scrittore – tra l'intenso succedersi del racconto cantato e le proprie note autobiografiche. Ma ovviamente a noi non interessa tanto la prosopopea dell'avventuriero narrata in questo album, quanto il modo e la qualità del lavoro svolto nello stretto ambito musicale. Diciamo subito che il valore di questo disco è superiore alla media attuale di altri autori impegnati nello stesso genere. La voce di Leblanc è chiara, vibrante, quasi femminea, con un ventaglio timbrico tenorile che varia tra Roy Orbison e Rufus Wainwright e in più con l'aggiunta di qualche accento alla Neil Young. L'intonazione è peraltro perfetta, la pulita linearità del canto s'avvale di un compatto baricentro emotivo che non è così scontato rilevare in altri autori. La musica, che è una miscela ben rodata di country e di rock, è ricca di ballate scandite con intense cadenze appassionate. La costante presenza degli archi viene giocata con discrezione nell'accompagnamento, senza soverchiare, almeno quasi mai, l'arrangiamento essenziale dei brani.

 

I musicisti che suonano, oltre all'autore e alle sue chitarre, sono Clay Houle alla chitarra acustica, Jim “Moose” Brown al piano e alle tastiere, Seth Kaufman al basso elettrico, Fred Eltringham alla batteria, Austin Hoke al violoncello, Laura Epling al violino, Eleanore Denig alla viola e le Secret Sisters alle armonie vocali. La musica che risulta da tutto questo, oltre alla piacevolezza di fondo, evita di consegnarsi a plumbei mood troppo malinconici seppur non riesca a sfuggire a una certa mucillagine di rimpianti e di sensi di colpa che sembrano avvolgere l'album come una ragnatela.

 

Dylann Leblanc - Coyote

 

Il primo brano dell'album è la title track dello stesso, Coyote. Si tratta di una ballata lenta che si dondola su una semplice coppia di accordi distanti un tono tra loro, accompagnata dalla voce a tratti sospirante di Leblanc. Una batteria regolare come un metronomo segue il cantato senza fretta mentre un organo, in sottofondo, ispessisce l'arrangiamento tra il suono della chitarra acustica e qualche pizzicato di violino. L'insieme degli archi completa la struttura del brano.

Closin In possiede la dolce vaghezza di una ballata di Neil Young, con la sovrapposizione delle chitarre acustiche e dell'elettrica, impegnata in una qualche forma di slide nella seconda metà del brano. Qualche accordo di piano rafforza l'accompagnamento e naturalmente non mancano gli archi. La voce di Leblanc scivola con la sua anima piena di ecchimosi tra le maglie della canzone che scorre in un mid-tempo piuttosto accattivante.

In Dark Water si dispiega la voce in una canzone morbida e inquieta nel medesimo tempo, con la suggestiva partecipazione del coro verso il finale a cristallizzare una forma che mi ricorda l'accoppiata Nash-Crosby del passato. Il brano è ben costruito, niente da eccepire, forse un po' lamentoso in qualche tratto e con qualche eccesso di sviolinate. Peccato veniale, comunque, che non inficia la piacevolezza globale dell'ascolto.

Dust è un gioiellino di per sé ma che risente di un'impronta alla Eagles a tratti piuttosto evidente, soprattutto quando arrivano i cori. Se non altro possiamo avvertire la voce di Leblanc avventurarsi nelle note più acute senza tentennamenti. Bello il momento dell'assolo di chitarra elettrica con gli archi a far da controcanto. Brano che farebbe la sua bella figura in ogni playlist country rock.

Forgotten Things s'annuncia con il fingerpicking all'acustica dell'autore ed è un brano, come si può intuire dal testo, che racconta desolatamente di perdite, come si ascolta nel primo verso “... devo aver lasciato il mio cuore da qualche parte nel 1999...”. Non è che nel secondo verso le cose migliorino di molto, “... e vedo il volto della persona che amo, prima che mi dirigessi verso Sud”, alludendo al distacco da una donna. Gli arrangiamenti sono sempre molto ben guidati, il piano s'intromette con gusto armonico tra le parti strumentali e la batteria incrementa il suo passo a colpi di spazzole.

 

Dylann Leblanc

 

Ecco No Promises Broken, e si gira tra le parti di Jackson Browne con una ballad classicamente country rock, perfetta nella sua produzione – come del resto quasi tutti i brani dell'album – ma purtroppo con quell'alone di “già sentito” che la percorre in lungo e in largo. Eppure, il brano è molto gradevole, leggermente più “cattivo” dei precedenti e talmente ben costruito e arrangiato che sarebbe un delitto sottovalutarlo. La voce, stavolta, è un po’ troppo tirata verso l'alto. Buono l'assolino di chitarra elettrica che lascia intrasentire, tra le maglie, una tastiera che affiora dalla profondità.

E dopo le Cose Dimenticate è l'ora delle Strange Things. La voce alza la timbrica e il ritornello, molto romantico, è una lama che taglia il cuore in due. Sembra veramente di ascoltare una outtake di Neil Young, una di quelle sue ballate piene di zucchero amaro che abbiamo imparato ad amare negli anni. “Yes, only love can break your heart”, sembra suggerirci Leblanc, e non si fa fatica a credergli. Molto belli ed efficaci i cori.

Hate ci riporta in zona Young una volta di più e dimostra la frequente rincorsa della cometa country rock del tempo che fu, tanto che il brano in questione sembra quasi un desiderio di plagio di qualche ballad elettrica del più famoso rocker canadese, come pure l'assolo di chitarra elettrica.

Però Wicked Kind recupera personalità e abbandona il filone sopra segnato, anche se questo brano, pur non essendo uno tra i più convincenti della raccolta, presenta un bell'assolo di uno strumento che sembra un dobro. Finale in crescendo strumentale in piena estasi rock'n'roll, a ribadire il guizzo di temperamento di Leblanc che, se vuole, sa disegnare un proprio profilo originale distaccandosi dall'ipnosi dei padri ispiratori.

Il suono delle chitarre di Telluride è quasi morriconiano ma poi il brano continua in una ballata moody dal corpo solido e ricca d'atmosfera, molto vicina allo stile del compianto Glenn Frey e alle sue Aquile.

In The Human Kind ci si muove in atmosfere soul alla Steely Dan, sulle ali di un arrangiamento più rarefatto e con la chitarra elettrica riverberata mentre l'organo appare più in evidenza. La traccia, così com'è concepita, pare poco in linea con i brani precedenti ma la sua curvatura più pop e apparentemente più “nera” la fa apparire interessante e colma di atmosfere seduttive.

The Crowd Goes Wild prende ancora un'altra direzione portandosi verso le province bianche del funky, con qualche urletto aggiunto e una sezione di archi in evoluzioni alla Isaac Hayes.

Chiude The Outside che riprende il filo interrotto delle classiche ballad country rock, quelle che sembrano essere l'aspetto più distintivo della musica di Leblanc.

 

Dylann Leblanc

 

In Coyote ci sono buone intuizioni melodiche che testimoniano l'agitazione creativa interiore di Leblanc. Autore molto volenteroso e capace, si trova ad abitare l'oggi servendosi comunque di molta musica di ieri, rischiando di rendere il suo lavoro troppo statico e ancorato a climi legati al passato. Eppure, è raro trovare una voce così espressiva e capace di scendere in profondità. Qualche mese fa ci occupammo su ReMusic di un altro giovane musicista come Sam Burton – leggi qui col quale mi sembra che Leblanc abbia qualche tratto comune, ad esempio la presenza di una commovente freschezza d'altri tempi – e questa considerazione non è un semplice ossimoro. Ma nel caso di Coyote c'è anche il racconto di una vicenda che si sviluppa lungo l'arco dell'intero album. Una storia di peccato e redenzione, proprio come quelle che piacciono tanto al pubblico americano e agli ascoltatori nostrani che seguono la narrazione di un'America come quella ricordata nei road movie, forse mai esistita realmente.

 

Dylann Leblanc

Coyote

CD e LP Ato Records 2024

Reperibile in streaming su Qobuz 24bit/96kHz e Tidal qualità max fino a 24bit/192kHz

 

 

di Riccardo
Talamazzi
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